Ultimi Aggiornamenti degli Eventi

Con ADDIO AL LINGUAGGIO, Jean-Luc Godard ci invita a tornare a dialogare, per ricomporre i pezzi di un mondo dove persino lo sguardo non comunica più con se stesso.

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GODARDJean-Luc Godard, maestro della Nouvelle Vague, impertinente e impenitente genio della sperimentazione visiva e intellettuale, sforna a 84 anni un provocatorio “Addio al linguaggio” che, anziché opera di chiusura e addio come da titolo, è film che apre e scardina. A cominciare da un uso del 3D che, se non potrà certo essere preso a modello e imitato alla lettera, dimostra però quante possano essere le possibilità celate e ancora da inventare (in-venio, rinvenire) di questa tecnica e dunque, per esteso, del linguaggio cinematografico tutto.

“Addio al linguaggio” (che, sia chiaro, non ha una trama: come tutta o quasi l’opera o quasi di Godard dai tardi anni ’60 in poi, è antinarrativo per statuto) è film tutto incentrato sui temi del doppio e della separazione. La pellicola ha un’idea centrale molto forte …continua a leggere

“Lo Hobbit”, terzo episodio: una battaglia poco epica. Meglio evitarla.

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hobbitSecondo una logica da serie televisiva replicata con naturalezza dalle serie cinematografiche, l’incipit del film vede il drago Smaug, libratosi in volo alla fine dell’episodio precedente, mettere a fuoco Pontelagolungo. Dura un buon quarto d’ora ed è la parte migliore del film.
Com’è noto, il progetto “Lo Hobbit” prevedeva inizialmente due film, di cui quelli che son diventati il secondo e il terzo episodio avrebbero dovuto costituire unitariamente il secondo. La trasformazione in trilogia ha ragioni non esclusivamente commerciali: il parallelismo strutturale della vicenda con quella del Signore degli Anelli si trova già nell’opera di Tolkien. Ma l’esiguità della parte di romanzo corrispondente a questo terzo capitolo (poco più di una cinquantina di pagine) avrebbe davvero difficilmente potuto fornire il respiro sufficiente a sostenere un unico film. “La battaglia delle cinque armate” non possiede l’afflato che ci auguravamo, dopo che il secondo capitolo, “La desolazione di Smaug”, ci era parso più convincente del primo, slabbrato, prolisso e inconcludente. Purtroppo, invece, “La battaglia delle cinque armate”, pur essendo il più breve dei sei film di Jackson tratti da Tolkien (e vorrà dire qualcosa!), finisce per annoiare.

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Voto 5

“Due giorni, una notte” dei fratelli Dardenne. La responsabilità morale della Scelta.

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COTILLARD Il cinema dei fratelli Dardenne si è sempre contraddistinto per l’intima sostanza etica racchiusa sotto una scorza di impegno civile. Il loro tema fondamentale, centrale sin dai tempi del bellissimo esordio del 1996 “La promessa”, è il tema della Scelta. La Scelta che implica responsabilità, impegno morale. Se i contesti in cui ambientano i loro film sono spesso stati di degrado sociale, e la società verso la quale hanno sempre puntato l’obiettivo è quella dei ceti più umili, il loro interesse non sta nel denunciare le iniquità sociali, i soprusi dei più forti – che pure ci sono sempre, nel loro cinema. Ma spesso i più forti rimangono ai margini (come anche in questo loro ultimo film), decentrati rispetto al cuore del problema, la Scelta. Ci si imbatte nella scelta morale qualunque sia la condizione economico-sociale in cui ci troviamo. E se la sorte ci ha già vessato, non ci si può sottrarre per questo di certo all’obbligo di scegliere. In “Due giorni, una notte”, di fronte alla Scelta si trovano tutti i colleghi di Sandra. E’ quasi un sondaggio, il film, condotto attraverso interviste che implicano una scelta diretta, concreta, immediata. Al posto di ciascuno dei colleghi ci potremmo essere noi. E, a ogni tappa di questo calvario, ci chiediamo come reagiremmo noi,

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MOMMY. Costretta nel formato 1:1, la vitalità di Dolan pulsa più indomita che mai.

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MOMMYMommy” è il quinto film dell’enfant prodige del cinema canadese Xavier Dolan (autore a tutto tondo, che i film se li scrive e spesso – non in questo caso – li interpreta).  “Mommy” – prima opera di Dolan a esser distribuita in Italia – si è aggiudicato il Gran Prix della giuria all’ultimo festival di Cannes, ex aequo con “Adieu au language”, l’ultima, sperimentale provocazione (in 3D) di un autore che giovane lo è rimasto dentro: l’ottantaquattrenne Jean Luc Godard. Ma se Godard, che non ha mai smesso di sperimentare, lo fa sorvegliando le sue creazioni con il piglio rigoroso dell’intellettuale, la peculiarità di Dolan sta nel suo irrefrenabile temperamento emotivo. Una foga priva di freni e di pudore, avida di vita. Il cinema di Dolan è al contempo ingenuo e geniale, specialmente nell’uso delle musiche, in un’accondiscendenza alla cultura visiva delle clip video che invece di apparire kitsch risulta squisitamente genuina.

Con “Mommy“, Dolan, classe 1989, raccontando del tormentato rapporto con la propria madre Diane da parte di un quindicenne affetto da deficit di attenzione, Steve, è tornato sulla materia del suo primo film – scritto a 16 anni e diretto a 20 – “J’ai tué ma mère” (2009). Fu il suo esordio alla regia, e lì vi recitava anche, nelle vesti del protagonista. Nocciolo del film, scopertamente autobiografico, era il rapporto edipico tra un sedicenne e sua madre. Se nel film d’esordio Dolan decise appunto d’interpretare il ruolo del figlio, adesso …continua a leggere…

LO SCIACALLO: ambizione sfrenata + manipolazione mediatica = un Gyllenhaal da urlo.

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nightcrawler_Primo_PianoApprezzato al festival di Toronto e alla IX edizione del festival del cinema di Roma, “Lo sciacallo – Nightcrawler” è il sorprendente esordio alla regia dello sceneggiatore Dan Gilroy (“The Bourne Legacy”), che segue le orme del fratello Tony Gilroy (pure lui anzitutto sceneggiatore, quindi dietro la macchina da presa dai tempi di “Michael Clayton”). “Lo sciacallo” stupisce perché esente dai principali limiti delle pellicole dirette da autori che nascono come sceneggiatori. Di solito in esse alla cura del plot e dei dialoghi non corrisponde eguale brillantezza nella messa in scena. “Lo sciacallo” si distingue invece per il vivido impianto scenico, in cui una fotografia dai colori saturi accompagna efficacemente il ritmo trafelato della narrazione.

L’intera pellicola si regge sulla memorabile performance di un Jake Gyllenhaal dimagrito dieci chili, mai così scatenato e invasato come nei panni di Lou, un disoccupato (che, all’inizio, ruba per vivere) mosso da indomita ambizione. E’ una versione acida dell’american dream. Lou si aggiorna, studia instancabilmente. La sua volontà di realizzazione non conosce freni. Non possiede scrupoli. Quando inizia a riprendere video di incidenti stradali… Continua a leggere…

INTERSTELLAR. Nolan apre al cuore. L’amore salverà il mondo?

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interstellar_1024x748…L’amore salverà il mondo, ma Nolan ama ancora intrappolarsi dentro i labirinti spazio-temporali che contraddistinguono il modo, suo e del fratello, di concepire storie. E perciò ancora non ci regala quel capolavoro cui il suo cinema extra-Batman aspira con ambizione sconfinata. Comunque, anche se Nolan non è ancora in grado di attingere le vette della più alta arte cinematografica, assistere a pellicole come questa è pur sempre un’esperienza di grande cinema. “Interstellar” risucchia in un vortice spazio-temporale che non ha pudore di appoggiarsi in più di un momento a citazioni e omaggi dell’odissea kubrickiana (specie nel finale), con l’ambizione smisurata di andare addirittura oltre.

Al di là dei cubi di Rubick con cui Nolan ci lascia sempre a interrogarci fino al mal di testa sulle sue licenze, poetiche e scientifiche, e della sua fissa per le dilatazioni del Tempo (stavolta il gioco si chiama: teoria della relatività), al di là di tutto questo, la vera novità di “Interstellar” è scoprire che Nolan ha scoperto i sentimenti. E facendo dell’Amore il motore immobile del suo universo dove si muove tutto, termina il suo film in odore di “Solaris”, con un finale che quasi vorremmo immaginare sulla soglia di una dacia.

Una menzione poi la merita davvero quella biblioteca di babele di borghesiana memoria con funzione di stanza rococò kubrickiana, dove si coltiva la speranza che a guidare un senso nell’infinito proliferare dei segni possano essere solo le lancette dell’amore.

Insomma, Nolan, che dire. Non riesci mai a convincermi di aver fatto un capolavoro, ma la tua cerebrale visionarietà sa lanciare sempre forti suggestioni. E come per tutti i migliori prestigiatori, la grandezza del tuo valore sta forse proprio nella vertiginosa suggestione di non poter sapere se era solo un trucco, o era in parte vero, quel che ci hai voluto lasciare immaginare.

ANGELI DELLA RIVOLUZIONE di Aleksei Fedorchenko. L’omologazione culturale sotto lo stalinismo

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Angeli_rivoluzione_03“Angeli della rivoluzione” è un film dall’impostazione marcatamente simbolica, che racconta del tentativo di omologazione culturale delle etnie minoritarie da parte dell’egemonia dominante, compiuto ricorrendo prima alle maniere deboli, con l’arte, quindi passando alle maniere forti: intervento armato e genocidio. Se l’interesse di Fedorchenko non si sposta dalla questione etnica, la sua attenzione si rivolge però adesso non alla messa in scena delle tradizioni, attuali e vive, di un’etnia (come nel precedente film), quanto al racconto delle azioni dei sei angeli dell’ironico titolo. Introdotti ciascuno da un capitolo autonomo, lo scultore, il compositore, l’architetto, il regista teatrale e il regista cinematografico sono guidati da Polina la Rivoluzionaria (personaggio modellato su di una figura realmente esistita), affascinante e gelida pasionaria interpretata da Daria Ekamasova (già al fianco di Fedorchenko nel precedente film). Prima che raccontare di un tentativo di omologazione culturale, quindi, “Angeli della rivoluzione” si concentra sulla grottesca messa in scena, in chiave surreale, dell’asservimento della cultura al potere. …Continua a leggere.

SOAP OPERA: parodia spuntata delle soap, senza talento e senza coraggio.

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Soap_Opera_2 “Soap opera” vorrebbe essere la caricatura esagerata di tutti i luoghi comuni tipici delle soap, senza minimamente avere il coraggio di graffiare, o la capacità di affrontare radicalmente ed esplicitamente un discorso critico. Il risultato è una commedia inverosimile, che non fa quasi mai ridere, infarcita di situazioni irreali e dialoghi imbarazzanti fra figure dai caratteri improbabili. Meglio, molto meglio le soap. Che sono più oneste, con tutti i loro limiti, di questo prodotto spacciato per cinema, che si permette l’ambizione di prendersi gioco delle soap.

Siamo pronti a scommettere che nemmeno il pubblico di massa – unico reale target di riferimento di questa operazione commerciale – possa premiare una messa in scena così artefatta e implausibile, girata interamente a Cinecittà fuori da ogni possibile coordinata …continua a leggere.

TIME OUT OF MIND di Moverman: un distillato di minimalismo tra Carver e Hopper

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Richard Gere was spotted shooting a scene for "Time Out Of Mind" in Woodside, Queens.Un film piatto, monotono, può essere un grande film. Ritmo lento, dilatato; prosciugamento del plot (manca, o quasi, l’elemento narrativo); camera fissa e inquadrature studiate (mai estetizzanti); rari movimenti di macchina. “Time out of Mind” di Oren Moverman, film fortemente voluto da Richard Gere – che oltre ad esserne interprete l’ha prodotto – è un film indipendente coraggiosamente autonomo rispetto agli omologati standard Sundance.
Si può ritenere esteticamente discutibile la scelta di una star-icona del calibro di Richard Gere di interpretare George, un senzatetto newyorkese? Si può, ma solamente qualora l’assenza di una narrazione canonica e di cambi di ritmo faccia venire nostalgia di cinema diretto. O magari di un documentario vero e proprio, anziché di un film di fiction in stile documentaristico. Ma occorre essere attenti, saper guardare. In questo film Moverman …continua a leggere

Pillole da Roma 2014 – prima parte.

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Time out of mind (O. Moverman) Un film monotono che è un’opera eccezionale, sotto il segno del più squisito minimalismo di Carver e di Hopper. Recensione su OndaCinema. Voto 7,5

Trash (S. Daldry). Vedi pillola. Voto 5.

Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet (J.-P. Jeunet). Jeunet trova la sua dimensione ideale nel racconto di formazione per ragazzi, ricco di invenzioni intelligenti, che affronta temi impegnativi (per un film destinato a un pubblico particolarmente giovane) come la Morte e la sua rimozione. Con una sequenza memorabile: un’elegante e feroce parodia del sistema mediatico. Voto 6,5.

DARUMA DOLLAs the gods will (T. Miike). Uno dei suoi film più belli che mi sia capitato di vedere (una ventina). Geniale, spiazzante, costantemente imprevedibile (e sempre con un’aggiunta di senso). Ogni sequenza un potenziale memorabile cult. Ma c’è di più. Il film ha una complessità di fondo che va ben oltre l’apparente (e irresistibile) divertissement, quanto a dissacrante visione sociale. C’è un equilibrio folle tra crudeltà e ironia in una denuncia che più intransigente non si può su una società che forma i giovani a leggi di insana competizione. E c’è, come sempre in Miike, il ruolo ultimo della fortuna che decide infine se premiare l’odio e/o l’amore. “As the gods will” è (anche) una geniale parodia di “Hunger games”, che dà una pista o due pure a film occidentali appena interessanti, come “Quella casa nel bosco”. Uno dei capolavori del cineasta giapponese. Voto 9

Eden (M. Hansen-Love). Mia Hansen Love ha fatto di meglio. Qui assayaseggia troppo. Il film è prolisso, e nonostante sia girato un gran bene, sa di visto. E’ schiacciato dai giganti del passato, questo cinema che rifà la nouvelle vague ad libitum. La vita come ripetizione, ritmo, coazione a ripetere: attimi promiscui ellittici, fuggenti. Amori precari in vite precarie, vissute intensamente e presto scorse via. …Ma quanto Truffaut, quanto Garrel, quanto Doillon. …Quanto Assayas! Voto 6

Still AliceStill Alice (R. Glatzer, W. Westmoreland). A fronte di una regia al servizio della storia (una regia convenzionale ma con una discreta idea di fondo centrata sulla sfocatura, e alcuni momenti particolarmente efficaci – su tutti la sequenza dei gusti di gelato), “Still Alice” è un grande film, sorretto da un’interpretazione magnifica di J. Moore, al suo meglio per raffinatezza, mimesi, immedesimazione. Al film manca uno sguardo potente, ma è un dramma intimo, asciutto, che sa evitare la retorica: di livello superiore ad analoghe confezioni recenti come “Dallas Buyers Club” (qui, siamo dalle parti di un “Philadelphia”). Voto 7

Soap Opera (Genovesi). Un aborto imbarazzante, una marchetta a Medusa, apre il festival INTERNAZIONALE di Roma. Recensione su OndaCinema. Voto 2