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SNOWPIERCER: il treno del Leviatano

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snowpiercer1Pubblicata, su filmscoop.it, una recensione della cruda e bellissima pellicola di Bong Joon-Ho, “Snowpiercer”, destinata a restare una pietra miliare delle allegorie distopiche.

Buona lettura:

IL TRENO DEL LEVIATANO

THE WOLF OF WALL STREET: il fascino ammiccante dell’ego senza freni

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WOLF Gli italiani Jordan Belfort lo avrebbero fatto presidente del consiglio. Pur essendo enormi le differenze fra i sistemi immunitari delle democrazie italiana e statunitense, sono gli stessi i miti che abbiamo fatto nostri a partire dal secondo dopoguerra. Inutile trincerarsi dietro l’idea che il lupo di Wall Street Jordan Belfort sia un degenerato immorale, o dietro la ripugnanza per i suoi eccessi. I suoi eccessi divertono. Eccitano. Sono lo specchio grottesco e iperbolico di una civiltà incentrata sull’individualismo sfrenato, sulla prevaricazione violenta, sulla rivincita dell’Io sulla Società. Temi che poi costituiscono il fulcro della poetica di Scorsese. “The wolf of wall street” è l’ultimo venuto nella costellazione di Ego maschili e prevaricatori, avviato già all’epoca di “Boxcar Bertha” (“America 1929. Sterminateli senza pietà“), proseguito, attraverso registri diversi, con “New York New York”, “Toro scatenato”, “Re per una notte”, “Goodfellas”, “Casinò”, “Gangs of New York”, “The aviator”. Da sempre, anche se mai come qui, Scorsese ha inteso renderci partecipi e complici dei suoi individualisti protagonisti volti alla rovina. Soggetti eccessivi, predestinati al disastro, che quasi perseguono sin dall’origine la loro catastrofe: accarezzando l’ebbrezza del crollo, in un nichilista cupio dissolvi.

Tre sono le peculiarità che rendono originale “The wolf of Wall street“, nuova pietra miliare nella filmografia di Scorsese dai tempi di “Casinò”. 1) Scorsese descrive il mondo dell’alta finanza (che manovra le sorti del pianeta) come fosse esattamente lo stesso mondo della criminalità organizzata, governato dalle stesse leggi interne dell’homo homini lupus. Diventa così più chiaro che quelli sullo schermo potremmo veramente essere noi (anche se, noi, non abbiamo mai ammazzato, come i “bravi ragazzi” di Goodfellas, e forse non abbiamo nemmeno mai rubato come Jordan Belfort [ma chissà…]). Scorsese esce dal microcosmo criminale, parlando di un mondo in cui l’illegalità è meno esibita ed evidente, e perciò meno che mai rilevante. 2) Jordan Belfort è voce narrante continua: espediente caro a Scorsese, utilizzato con effetti analoghi in “Goodfellas” e “Casinò”. Ma questa volta viene via la quarta parete: Belfort, nei familiari panni di un irresistibile Di Caprio, più e più volte guarda in macchina, parla a noi, ci coinvolge, ci rende complici. Ci fa la lezione. Come Alex in “Arancia meccanica”. Esattamente allo stesso modo di Kubrick in “Arancia meccanica”, Scorsese ci invita esplicitamente a condividere il fascino liberatorio dell’ego senza freni. Farci rendere conto che anche se il nostro super-io lo rifiuta, il nostro istinto lo riconosce bene. 3) Nell’iperbole, il registro è grottesco, il film è una commedia; a volte si ride di gusto. Scorsese sembra aver voluto essere epigono postmoderno e tarantolato delle commedie più amare di Risi e Monicelli, di cui in Italia non siamo più capaci.

Ciò che, in finale, rende dunque “The wolf of wall street” davvero originale nella filmografia di Scorsese (e diverso da film come “Goodfellas” e “Casinò“, avvicinandolo semmai maggiormente a “Re per una notte”), è che al protagonista viene costantemente negato uno statuto tragico. Jordan Belfort non merita spessore shakespeariano. E’ uomo ridicolo e basta, senza tragedia. Si esce dal cinema come drogati. La contiguità fra stile e materia narrata è stretta e avvincente. Non si contano le scene in cui è strepitoso il montaggio, visivo ma anche sonoro – vogliamo parlare della carica particolarmente espressiva di questa colonna sonora? Con pezzi come “Mrs. Robinson” di Simon & Garfunkel nella versione dei Lemonheads? Poi, smaltita la sbornia, si torna con la mente al film, e capita di pensare che la consistenza della parabola di Jordan sia equivalente a quella di una meteora che si dissolve. Alla traccia fugace dell’aereo chiamato per i soccorsi, che esplode e svanisce nel buio della notte. E capita allora di pensare che, questo effetto di sgonfiamento post-sbornia, il vuoto cui lascia lo spazio, siano esattamente ciò che Scorsese aveva previsto ci rimanesse.

Voto: 8,5

NEBRASKA: briciole di sogno americano

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NebraskaIl sogno pervicace di Woody è ciò che distingue, lui e il figlio, dalla mediocre claustrofobia di una provincia piatta, piattissima, e bianco e nera.
Un racconto, quello del minimalista Payne, affezionato a un cinema agrodolce lontano dalle luci della ribalta, che ricorda in molti tratti (personaggi, situazioni e registro narrativo) la prosa di Raymond Carver. Salvo nel finale, aperto a quel sogno irredento di Woody, contraltare di uno squallore che poi non è tanto esclusivamente “provinciale”, ma ci riguarda un po’ tutti.
Quanti saprebbero veramente come impiegarlo, quel benedetto milione? Quanti hanno sogni che possono essere realizzati facilmente con un milione?
La felicità non si compra con il denaro (luogo comune): e la popolazione umana di “Nebraska”, che in fondo è tanto universale, pur attratta dal miraggio di quei soldi non saprebbe cosa farsene, per superare la propria infelicità.
Woody, invece, almeno, vuole fuggire.
E se anche non può più guidare, vuole ancora un furgone.
Lui ha ancora SOGNI.
Questo è importante. E il figlio lo sa.
Il milione (anche se Woody per primo non lo sa) è solo un pretesto. Per continuare a sognare. Una ragione per credere. A reason to believe.

Voto: 7,5

IL CAPITALE UMANO, ovvero: della grettezza in cui è sprofondata una civiltà

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VIRZI'Virzì firma il suo film più maturo, grazie a un libero adattamento di un romanzo statunitense di S. Amidon. Felice intuizione quella di affidare il progressivo disvelamento dell’intreccio all’approfondimento di alcuni diversi caratteri (più che dei rispettivi punti di vista): di capitolo in capitolo, passando da Dino a Carla fino a Serena, scopriamo i retroscena che fanno mano a mano meglio luce sui personaggi, e quindi sul contesto.
Partendo giustamente in chiave grottesca e caricaturale, per poi passare a toni drammatici – e quindi affondando sempre più in un registro, quello del noir, piuttosto inusuale fra l’altro in Italia – Virzì si supera, grazie a una sceneggiatura magistrale soprattutto nel disegno dei personaggi e nella ben oliata calibratura dei meccanismi del racconto.
Quello che rimane del film è un desolante affresco “in absentia” degli ideali (affettivi, culturali, politici) cui l’avidità ci ha fatto abdicare. Un barlume di pallida speranza senza più lacrime viene invece affidato ai giovani che ancora non si rassegnano al contesto in cui si trovano invischiati. Con la loro residua ingenua purezza, come nell’ultimo Bertolucci, quei due ragazzi sembrano alla fine rappresentare l’ultima, utopica, Thule di una civiltà sprofondata nella propria ignorante e triste grettezza.

Nota a margine. L’ultima inquadratura (foto di sopra) non è forse un omaggio all’ultima inquadratura del film “L’enfant” dei fratelli Dardenne?… 😉

Voto: 7,5

VENUS IN FURS: la summa di Polanski.

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venereinpelliccia1Grazie alla bravura della moglie Emmanuelle Seigner, e di uno dei migliori attori francesi, Mathieu Amalric, inquietante sosia di Polanski stesso com’era una trentina d’anni fa, Roman Polanski arriva a 80 anni a girare, tutto raccolto dentro un’unica location, una pellicola che è la summa del suo cinema, e può intendersi, se vogliamo, come il suo capolavoro definitivo.
Mettendosi in gioco personalmente come uomo, entro i limiti distanzianti del grottesco, e a rischio di essere tacciato di misoginia per il modo in cui umilia il maschio (Ferreri docet) e al contempo eleva la donna a sovrumana portatrice di verità e di sciagura (Vanda è una biblica Lilith), Polanski spreme la quintessenza della propria poetica, adattando la pièce teatrale omonima di David Ives, a sua volta ispirata a un omonimo testo di letteratura erotica dell’ottocento di Leopold von Sacher-Masoch.
E’ evidente che “Venere in pelliccia” è Polanski a 18 carati, e al suo meglio. Non sappiamo quanto sia merito di Ives, ma è sopraffino come i piani scivolino fluidamente uno nell’altro, tesi e antitesi, realtà e finzione, persona e personaggio, accusa e apologia, in un trionfo di ambiguità che è di suo claustrofobico, prima ancora che lo sia l’ambientazione o l’imposizione a Thomas, da parte di Vanda, a restare chiusi dentro il teatro oltre ogni limite d’orario.
E’ la sintesi di Polanski: sono ormai 50 anni che il regista polacco, con i suoi claustrofobici film, sin da “Il coltello nell’acqua” del 1962, prova a esorcizzare con registri diversi un’identica profonda paura. Una paura che sembra rivolta, più di tutto, nel suo cuore, a ciò che è polimorfo, cangiante e inafferrabile, come la natura femminile è e sempre sarà agli occhi dell’uomo.

Voto: 8,5

STILL LIFE di Uberto Pasolini

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still_life_eddie_marsan-1-620x350Quasi punto d’incontro ben temprato fra Kaurismaki e Bresson.
Molte le reminiscenze di Kaurismaki, celate dietro una messa in scena egualmente asettica ma leggermente meno algida e surreale. 
E le vite raccolte da John May attorno al suo ultimo caso, appartengono alla stessa tipologia di umanità cara al regista finlandese.
Bresson, poi – soprattutto – come nume tutelare: non solo semplicemente per l’adesione ad una certa estetica dell’asciuttezza, ma più che altro per la visione, spietata e accorata, di un mondo popolato da uomini abissalmente soli.

L’originalità di questo gran film di Uberto Pasolini sta nella dolce ferocia con la quale non perdona al suo personaggio di non aver saputo vivere, e lo condanna a un fato che raramente è così esatto e così preciso.
Il ritratto, davvero universale, che U. Pasolini fa dell’uomo, è quello di un essere non malvagio quanto moralmente misero: alla solitudine ci condanna non il male che abbiamo fatto, ma l’incapacità di accorgerci per tempo dei nostri errori, e di dedicare il nostro tempo a provare a porvi rimedio. Prima di essere tutti uguali.

Giudizio: 8

“L’orrore, l’orrore!” THE COUNSELOR di Scott e McCarthy

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Grande messa in scena per Ridley Scott, non nuovo a sconcertanti alti e bassi. Reduce dallo sciagurato “Prometheus” (2012), Scott dirige uno dei lavori più pregevoli della sua carriera (sempre di gran lunga secondo, com’è ovvio, all’inarrivabile “Blade Runner”). Merito anzitutto della notevole sceneggiatura di Cormac McCarthy, che Scott adatta abilmente, sapendone amplificare asciuttezza, fermezza e intransigenza. Affidandosi ad ambientazioni fortemente espressive, fotografate con dettagliata freddezza, la macchina da presa è trattenuta. Scott dirige con polso saldo: non si concede virtuosismi, e si limita alla contemplazione impassibile di un universo di abiezione.

In effetti sappiamo già, dal cinema, della crudezza estrema del narcotraffico. Illuminati a riguardo, di recente, anche dal Saviano di “ZeroZeroZero”, il film di Scott comunque è talmente bello che, se non arriva a essere un capolavoro quale “Gomorra” di Garrone, è solo perché il soggetto di “The counselor”, classico, romanzesco e un pochino risaputo, difetta di particolare originalità. Tutto il resto però, nel film, è talmente perfetto da mozzare il fiato, anche grazie a quattro interpretazioni magistrali. Il cast all-star è straordinariamente in parte. Bardem è meraviglioso nella sua duttilità; Pitt non è mai stato così poco gigionesco e tanto cinico e mediocre. Cameron Diaz è trasformata in un famelico e ferino demone di ghiaccio, qui forse nel ruolo migliore della sua carriera. Fassbender è straordinario nel mimetismo con cui rende, prima, la spregiudicatezza rampante di un uomo comune che ignora il lato oscuro delle cose, e, quindi, l’aggrovigliarsi nello strazio di quest’uomo mediocre, che aveva il paradiso e ha scelto l’inferno. A loro si aggiunge, in controcanto, una dolente Penelope Cruz che fa da agnello sacrificale.

Come si diceva, la forza del film deriva dalla sceneggiatura. E’ senz’altro un film insolitamente verbale: e in ciò va trovata la sua originalità. Lungi, d’altra parte, dall’essere un film statico, “The counselor” è attraversato da una tensione che progredisce parallelamente all’incupirsi della tragedia, mentre il cielo resta splendido e luminoso, e indifferente alla meschinità umana: disinteressato alle sorti di uomini mediocri, che si trascinano all’inferno sulla superficie, ora levigata ora brulla, di un deserto che è correlativo oggettivo di un deserto morale.

E’ attraverso i dialoghi di McCarthy, filosofici senza essere retorici (sempre congrui ai personaggi e ai contesti), che si dipana l’intransigente disgusto e il disincanto di un autore ottantenne che dimostra di aver scrutato lungamente nell’abisso, e, pur avendone viste di tutti i colori, ha conservato la capacità d’indignarsi. La constatazione più amara e più forte che il film ci consegna, è che quanto maggiore sia la consapevolezza del male e delle sue conseguenze, maggiore diventa la capacità di agire nel male. Non c’è redenzione né desiderio di catarsi: affidando proprio ai più spietati le riflessioni più lucide e sagge, McCarthy apre veramente gli occhi sull’orrore. Con sguardo più che mai asciutto e disilluso.