Mese: maggio 2016

I doppi di “Julieta”

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Julieta_Almodovar_MEGASi è parlato di un Almodóvar inedito, almeno in parte. Effettivamente il film segna uno scarto rispetto alle pellicole più recenti (specie le ultime due) ed appare il suo più significativo dai tempi di “Volver” (2006); ma “Julieta” è una tappa, in un percorso all’insegna dell’essenzialità e dell’asciuttezza, che è carsico all’interno del cinema di Almodóvar, con radici remote in “Che cosa ho fatto io per meritare questo?” (1984), e che proprio in “Volver” aveva trovato un vertice. Si tratta di film girati “in minore” a dispetto della ricchezza dell’intreccio. Allo stesso canone apparteneva anche “Gli abbracci spezzati”  (2009), forse il film più sottovalutato del regista.
Ispirato ai racconti di Alice Munro “Fatalità”, “Fra poco” e “Silenzio” (dalla raccolta “In fuga”), il film non aggiunge elementi di novità alla poetica di Almodóvar, ma ruota intorno a una molteplicità di suoi temi tipici che, come sintetizzati e cristallizzati, vengono qui declinati nella forma del doppio. Binomi inscindibili, come nella vita è inscindibile la felicità dal dolore. In “Julieta” non c’è felicità che non si accompagni a …continua a leggere su OndaCinema.

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“Wilde Salome” di Al Pacino

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Arriva in Italia solo nel 2016 il quarto lavoro da regista di Al Pacino, con il quale il grande attore torna a confrontarsi con l’adattamento di un classico del teatro a 15 anni di distanza da “Riccardo III – un uomo, un re”. Se lì Pacino si era confrontato con Shakespeare, adesso è la volta della “Salomè” di Oscar Wilde. Un’opera che racconta del potere sessuale di una Lilith vergine e diabolica, che seduce un re e ne polverizza il potere mascolino, salvo esserne messa a morte.
Nel film si intrecciano molti piani: un documentario su Wilde, un documentario su Al Pacino che intende portare in scena Wilde a Los Angeles (su un set minimale e con costumi in parte moderni), un documentario sulla realizzazione di questo spettacolo che sarà anche un film (e perciò il documentario è anche sulla realizzazione del film), e, anche, quello spettacolo e quel film (al making of si alternano estratti dello spettacolo – del film – stesso). Come se non bastasse, …continua a leggere su OndaCinema.

“Room”: accogliere il mondo.

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Bg98yo_room_01_o2_8707116_1438094948.jpgUn’agente di polizia intima di tacere a un collega superficiale e rinunciatario, mentre cerca di dare senso alle parole confuse di Jack, il bambino protagonista di Room, che vede il mondo per la prima volta. Da ottima detective, in pochi istanti decodifica informazioni all’apparenza incomprensibili che il collega riteneva prive di senso. C’è, in questa donna, ottimismo, determinazione e grande senso pratico. Oltre a un’intesa immediata e materna con Jack. Poco dopo, il nonno di Jack non riesce a sopportare la paternità biologica del nipote, e si fa da parte impacciato, incapace di dire una parola. Queste attitudini rinunciatarie (quella del poliziotto e del nonno) sono entrambe aspetti di un modo di affrontare il mondo con scarsa sensibilità, con scarsa propensione al qui e ora, all’apertura, all’ascolto e all’accoglienza.

La stanza del titolo è quella dove è nato e cresciuto Jack (lo straordinario Jacob Tremblay), recluso per anni insieme alla madre (Brie Larson, appena premiata con l’Oscar). Al compimento del quinto anno di Jack, …continua a leggere su Cineforum