Mese: novembre 2014

LO SCIACALLO: ambizione sfrenata + manipolazione mediatica = un Gyllenhaal da urlo.

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nightcrawler_Primo_PianoApprezzato al festival di Toronto e alla IX edizione del festival del cinema di Roma, “Lo sciacallo – Nightcrawler” è il sorprendente esordio alla regia dello sceneggiatore Dan Gilroy (“The Bourne Legacy”), che segue le orme del fratello Tony Gilroy (pure lui anzitutto sceneggiatore, quindi dietro la macchina da presa dai tempi di “Michael Clayton”). “Lo sciacallo” stupisce perché esente dai principali limiti delle pellicole dirette da autori che nascono come sceneggiatori. Di solito in esse alla cura del plot e dei dialoghi non corrisponde eguale brillantezza nella messa in scena. “Lo sciacallo” si distingue invece per il vivido impianto scenico, in cui una fotografia dai colori saturi accompagna efficacemente il ritmo trafelato della narrazione.

L’intera pellicola si regge sulla memorabile performance di un Jake Gyllenhaal dimagrito dieci chili, mai così scatenato e invasato come nei panni di Lou, un disoccupato (che, all’inizio, ruba per vivere) mosso da indomita ambizione. E’ una versione acida dell’american dream. Lou si aggiorna, studia instancabilmente. La sua volontà di realizzazione non conosce freni. Non possiede scrupoli. Quando inizia a riprendere video di incidenti stradali… Continua a leggere…

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INTERSTELLAR. Nolan apre al cuore. L’amore salverà il mondo?

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interstellar_1024x748…L’amore salverà il mondo, ma Nolan ama ancora intrappolarsi dentro i labirinti spazio-temporali che contraddistinguono il modo, suo e del fratello, di concepire storie. E perciò ancora non ci regala quel capolavoro cui il suo cinema extra-Batman aspira con ambizione sconfinata. Comunque, anche se Nolan non è ancora in grado di attingere le vette della più alta arte cinematografica, assistere a pellicole come questa è pur sempre un’esperienza di grande cinema. “Interstellar” risucchia in un vortice spazio-temporale che non ha pudore di appoggiarsi in più di un momento a citazioni e omaggi dell’odissea kubrickiana (specie nel finale), con l’ambizione smisurata di andare addirittura oltre.

Al di là dei cubi di Rubick con cui Nolan ci lascia sempre a interrogarci fino al mal di testa sulle sue licenze, poetiche e scientifiche, e della sua fissa per le dilatazioni del Tempo (stavolta il gioco si chiama: teoria della relatività), al di là di tutto questo, la vera novità di “Interstellar” è scoprire che Nolan ha scoperto i sentimenti. E facendo dell’Amore il motore immobile del suo universo dove si muove tutto, termina il suo film in odore di “Solaris”, con un finale che quasi vorremmo immaginare sulla soglia di una dacia.

Una menzione poi la merita davvero quella biblioteca di babele di borghesiana memoria con funzione di stanza rococò kubrickiana, dove si coltiva la speranza che a guidare un senso nell’infinito proliferare dei segni possano essere solo le lancette dell’amore.

Insomma, Nolan, che dire. Non riesci mai a convincermi di aver fatto un capolavoro, ma la tua cerebrale visionarietà sa lanciare sempre forti suggestioni. E come per tutti i migliori prestigiatori, la grandezza del tuo valore sta forse proprio nella vertiginosa suggestione di non poter sapere se era solo un trucco, o era in parte vero, quel che ci hai voluto lasciare immaginare.