Mese: gennaio 2014

NEBRASKA: briciole di sogno americano

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NebraskaIl sogno pervicace di Woody è ciò che distingue, lui e il figlio, dalla mediocre claustrofobia di una provincia piatta, piattissima, e bianco e nera.
Un racconto, quello del minimalista Payne, affezionato a un cinema agrodolce lontano dalle luci della ribalta, che ricorda in molti tratti (personaggi, situazioni e registro narrativo) la prosa di Raymond Carver. Salvo nel finale, aperto a quel sogno irredento di Woody, contraltare di uno squallore che poi non è tanto esclusivamente “provinciale”, ma ci riguarda un po’ tutti.
Quanti saprebbero veramente come impiegarlo, quel benedetto milione? Quanti hanno sogni che possono essere realizzati facilmente con un milione?
La felicità non si compra con il denaro (luogo comune): e la popolazione umana di “Nebraska”, che in fondo è tanto universale, pur attratta dal miraggio di quei soldi non saprebbe cosa farsene, per superare la propria infelicità.
Woody, invece, almeno, vuole fuggire.
E se anche non può più guidare, vuole ancora un furgone.
Lui ha ancora SOGNI.
Questo è importante. E il figlio lo sa.
Il milione (anche se Woody per primo non lo sa) è solo un pretesto. Per continuare a sognare. Una ragione per credere. A reason to believe.

Voto: 7,5

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IL CAPITALE UMANO, ovvero: della grettezza in cui è sprofondata una civiltà

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VIRZI'Virzì firma il suo film più maturo, grazie a un libero adattamento di un romanzo statunitense di S. Amidon. Felice intuizione quella di affidare il progressivo disvelamento dell’intreccio all’approfondimento di alcuni diversi caratteri (più che dei rispettivi punti di vista): di capitolo in capitolo, passando da Dino a Carla fino a Serena, scopriamo i retroscena che fanno mano a mano meglio luce sui personaggi, e quindi sul contesto.
Partendo giustamente in chiave grottesca e caricaturale, per poi passare a toni drammatici – e quindi affondando sempre più in un registro, quello del noir, piuttosto inusuale fra l’altro in Italia – Virzì si supera, grazie a una sceneggiatura magistrale soprattutto nel disegno dei personaggi e nella ben oliata calibratura dei meccanismi del racconto.
Quello che rimane del film è un desolante affresco “in absentia” degli ideali (affettivi, culturali, politici) cui l’avidità ci ha fatto abdicare. Un barlume di pallida speranza senza più lacrime viene invece affidato ai giovani che ancora non si rassegnano al contesto in cui si trovano invischiati. Con la loro residua ingenua purezza, come nell’ultimo Bertolucci, quei due ragazzi sembrano alla fine rappresentare l’ultima, utopica, Thule di una civiltà sprofondata nella propria ignorante e triste grettezza.

Nota a margine. L’ultima inquadratura (foto di sopra) non è forse un omaggio all’ultima inquadratura del film “L’enfant” dei fratelli Dardenne?… 😉

Voto: 7,5

VENUS IN FURS: la summa di Polanski.

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venereinpelliccia1Grazie alla bravura della moglie Emmanuelle Seigner, e di uno dei migliori attori francesi, Mathieu Amalric, inquietante sosia di Polanski stesso com’era una trentina d’anni fa, Roman Polanski arriva a 80 anni a girare, tutto raccolto dentro un’unica location, una pellicola che è la summa del suo cinema, e può intendersi, se vogliamo, come il suo capolavoro definitivo.
Mettendosi in gioco personalmente come uomo, entro i limiti distanzianti del grottesco, e a rischio di essere tacciato di misoginia per il modo in cui umilia il maschio (Ferreri docet) e al contempo eleva la donna a sovrumana portatrice di verità e di sciagura (Vanda è una biblica Lilith), Polanski spreme la quintessenza della propria poetica, adattando la pièce teatrale omonima di David Ives, a sua volta ispirata a un omonimo testo di letteratura erotica dell’ottocento di Leopold von Sacher-Masoch.
E’ evidente che “Venere in pelliccia” è Polanski a 18 carati, e al suo meglio. Non sappiamo quanto sia merito di Ives, ma è sopraffino come i piani scivolino fluidamente uno nell’altro, tesi e antitesi, realtà e finzione, persona e personaggio, accusa e apologia, in un trionfo di ambiguità che è di suo claustrofobico, prima ancora che lo sia l’ambientazione o l’imposizione a Thomas, da parte di Vanda, a restare chiusi dentro il teatro oltre ogni limite d’orario.
E’ la sintesi di Polanski: sono ormai 50 anni che il regista polacco, con i suoi claustrofobici film, sin da “Il coltello nell’acqua” del 1962, prova a esorcizzare con registri diversi un’identica profonda paura. Una paura che sembra rivolta, più di tutto, nel suo cuore, a ciò che è polimorfo, cangiante e inafferrabile, come la natura femminile è e sempre sarà agli occhi dell’uomo.

Voto: 8,5

STILL LIFE di Uberto Pasolini

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still_life_eddie_marsan-1-620x350Quasi punto d’incontro ben temprato fra Kaurismaki e Bresson.
Molte le reminiscenze di Kaurismaki, celate dietro una messa in scena egualmente asettica ma leggermente meno algida e surreale. 
E le vite raccolte da John May attorno al suo ultimo caso, appartengono alla stessa tipologia di umanità cara al regista finlandese.
Bresson, poi – soprattutto – come nume tutelare: non solo semplicemente per l’adesione ad una certa estetica dell’asciuttezza, ma più che altro per la visione, spietata e accorata, di un mondo popolato da uomini abissalmente soli.

L’originalità di questo gran film di Uberto Pasolini sta nella dolce ferocia con la quale non perdona al suo personaggio di non aver saputo vivere, e lo condanna a un fato che raramente è così esatto e così preciso.
Il ritratto, davvero universale, che U. Pasolini fa dell’uomo, è quello di un essere non malvagio quanto moralmente misero: alla solitudine ci condanna non il male che abbiamo fatto, ma l’incapacità di accorgerci per tempo dei nostri errori, e di dedicare il nostro tempo a provare a porvi rimedio. Prima di essere tutti uguali.

Giudizio: 8

“L’orrore, l’orrore!” THE COUNSELOR di Scott e McCarthy

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Grande messa in scena per Ridley Scott, non nuovo a sconcertanti alti e bassi. Reduce dallo sciagurato “Prometheus” (2012), Scott dirige uno dei lavori più pregevoli della sua carriera (sempre di gran lunga secondo, com’è ovvio, all’inarrivabile “Blade Runner”). Merito anzitutto della notevole sceneggiatura di Cormac McCarthy, che Scott adatta abilmente, sapendone amplificare asciuttezza, fermezza e intransigenza. Affidandosi ad ambientazioni fortemente espressive, fotografate con dettagliata freddezza, la macchina da presa è trattenuta. Scott dirige con polso saldo: non si concede virtuosismi, e si limita alla contemplazione impassibile di un universo di abiezione.

In effetti sappiamo già, dal cinema, della crudezza estrema del narcotraffico. Illuminati a riguardo, di recente, anche dal Saviano di “ZeroZeroZero”, il film di Scott comunque è talmente bello che, se non arriva a essere un capolavoro quale “Gomorra” di Garrone, è solo perché il soggetto di “The counselor”, classico, romanzesco e un pochino risaputo, difetta di particolare originalità. Tutto il resto però, nel film, è talmente perfetto da mozzare il fiato, anche grazie a quattro interpretazioni magistrali. Il cast all-star è straordinariamente in parte. Bardem è meraviglioso nella sua duttilità; Pitt non è mai stato così poco gigionesco e tanto cinico e mediocre. Cameron Diaz è trasformata in un famelico e ferino demone di ghiaccio, qui forse nel ruolo migliore della sua carriera. Fassbender è straordinario nel mimetismo con cui rende, prima, la spregiudicatezza rampante di un uomo comune che ignora il lato oscuro delle cose, e, quindi, l’aggrovigliarsi nello strazio di quest’uomo mediocre, che aveva il paradiso e ha scelto l’inferno. A loro si aggiunge, in controcanto, una dolente Penelope Cruz che fa da agnello sacrificale.

Come si diceva, la forza del film deriva dalla sceneggiatura. E’ senz’altro un film insolitamente verbale: e in ciò va trovata la sua originalità. Lungi, d’altra parte, dall’essere un film statico, “The counselor” è attraversato da una tensione che progredisce parallelamente all’incupirsi della tragedia, mentre il cielo resta splendido e luminoso, e indifferente alla meschinità umana: disinteressato alle sorti di uomini mediocri, che si trascinano all’inferno sulla superficie, ora levigata ora brulla, di un deserto che è correlativo oggettivo di un deserto morale.

E’ attraverso i dialoghi di McCarthy, filosofici senza essere retorici (sempre congrui ai personaggi e ai contesti), che si dipana l’intransigente disgusto e il disincanto di un autore ottantenne che dimostra di aver scrutato lungamente nell’abisso, e, pur avendone viste di tutti i colori, ha conservato la capacità d’indignarsi. La constatazione più amara e più forte che il film ci consegna, è che quanto maggiore sia la consapevolezza del male e delle sue conseguenze, maggiore diventa la capacità di agire nel male. Non c’è redenzione né desiderio di catarsi: affidando proprio ai più spietati le riflessioni più lucide e sagge, McCarthy apre veramente gli occhi sull’orrore. Con sguardo più che mai asciutto e disilluso.