“L’orrore, l’orrore!” THE COUNSELOR di Scott e McCarthy

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Grande messa in scena per Ridley Scott, non nuovo a sconcertanti alti e bassi. Reduce dallo sciagurato “Prometheus” (2012), Scott dirige uno dei lavori più pregevoli della sua carriera (sempre di gran lunga secondo, com’è ovvio, all’inarrivabile “Blade Runner”). Merito anzitutto della notevole sceneggiatura di Cormac McCarthy, che Scott adatta abilmente, sapendone amplificare asciuttezza, fermezza e intransigenza. Affidandosi ad ambientazioni fortemente espressive, fotografate con dettagliata freddezza, la macchina da presa è trattenuta. Scott dirige con polso saldo: non si concede virtuosismi, e si limita alla contemplazione impassibile di un universo di abiezione.

In effetti sappiamo già, dal cinema, della crudezza estrema del narcotraffico. Illuminati a riguardo, di recente, anche dal Saviano di “ZeroZeroZero”, il film di Scott comunque è talmente bello che, se non arriva a essere un capolavoro quale “Gomorra” di Garrone, è solo perché il soggetto di “The counselor”, classico, romanzesco e un pochino risaputo, difetta di particolare originalità. Tutto il resto però, nel film, è talmente perfetto da mozzare il fiato, anche grazie a quattro interpretazioni magistrali. Il cast all-star è straordinariamente in parte. Bardem è meraviglioso nella sua duttilità; Pitt non è mai stato così poco gigionesco e tanto cinico e mediocre. Cameron Diaz è trasformata in un famelico e ferino demone di ghiaccio, qui forse nel ruolo migliore della sua carriera. Fassbender è straordinario nel mimetismo con cui rende, prima, la spregiudicatezza rampante di un uomo comune che ignora il lato oscuro delle cose, e, quindi, l’aggrovigliarsi nello strazio di quest’uomo mediocre, che aveva il paradiso e ha scelto l’inferno. A loro si aggiunge, in controcanto, una dolente Penelope Cruz che fa da agnello sacrificale.

Come si diceva, la forza del film deriva dalla sceneggiatura. E’ senz’altro un film insolitamente verbale: e in ciò va trovata la sua originalità. Lungi, d’altra parte, dall’essere un film statico, “The counselor” è attraversato da una tensione che progredisce parallelamente all’incupirsi della tragedia, mentre il cielo resta splendido e luminoso, e indifferente alla meschinità umana: disinteressato alle sorti di uomini mediocri, che si trascinano all’inferno sulla superficie, ora levigata ora brulla, di un deserto che è correlativo oggettivo di un deserto morale.

E’ attraverso i dialoghi di McCarthy, filosofici senza essere retorici (sempre congrui ai personaggi e ai contesti), che si dipana l’intransigente disgusto e il disincanto di un autore ottantenne che dimostra di aver scrutato lungamente nell’abisso, e, pur avendone viste di tutti i colori, ha conservato la capacità d’indignarsi. La constatazione più amara e più forte che il film ci consegna, è che quanto maggiore sia la consapevolezza del male e delle sue conseguenze, maggiore diventa la capacità di agire nel male. Non c’è redenzione né desiderio di catarsi: affidando proprio ai più spietati le riflessioni più lucide e sagge, McCarthy apre veramente gli occhi sull’orrore. Con sguardo più che mai asciutto e disilluso.

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Un pensiero riguardo ““L’orrore, l’orrore!” THE COUNSELOR di Scott e McCarthy

    […] trilogia della frontiera di Cormac McCarthy. “ZeroZeroZero” di Roberto Saviano. “The counselor – il procuratore“, di Ridley Scott, su sceneggiatura di […]

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