Mese: giugno 2015

“Mountains May Depart”: lo sradicamento della Cina.

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Jia_primo_piano_mountainsIl film che per molti avrebbe dovuto vincere la Palma d’Oro allo scorso festival di Cannes – dove Jia Zhang-Ke, acclamato come il più importante regista cinese della sua generazione, nonché, a parer mio, uno dei più importanti registi viventi, non ha ancora ottenuto il massimo riconoscimento. Questo “Mountains may depart” è il suo film probabilmente di maggior presa su un pubblico occidentale, anche per le sue sfumature melò, che facilitano il coinvolgimento emotivo dello spettatore.

Non è certamente per questa ragione, comunque, se mi è parso un autentico capolavoro. Uno fra i tanti firmati da Jia. E’, soprattutto, per la cristallina semplicità e chiarezza con cui Jia si esprime, racchiudendo in quest’opera l’essenza della propria poetica. La potenza è tale che non stonano neppure un paio di sottolineature didascaliche, anzi paiono effettivamente opportune.

Suddiviso in tre episodi, che dal 1999 conducono fino al 2025, è il racconto di uno sradicamento. I suoi tre movimenti registrano il passato che si sgretola, nel rinnegamento delle memorie e degli affetti. Sono i segni del progresso, il costo della modernità, le controindicazioni dello sviluppo – di cui Jia, da buon orientale ancorato a tradizioni millenarie, non vede “magnifiche sorti”. Una metafora universale, un monito valido non solo per la Cina contemporanea.

Qui la mia recensione, per OndaCinema.

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Faber in Sardegna.

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focus_faber_sardegnaIl documentario su De André “Faber in Sardegna” è tutt’altro che eccezionale, anche se guardarlo mi ha ugualmente emozionato. Ne ho scritto su Ondacinema (qui la recensione). E’ uscito in sala accompagnato da un estratto dal concerto al Brancaccio dell’inverno del 1998, chiamato “l’ultimo concerto”. Ora è vero che era l’ultimo tour, però io partecipai – in prima fila – a un concerto del luglio successivo, e quello fu davvero l’ultimo concerto romano.
Quando seppi dell’inattesa morte di De André fu un lutto che mi ferì anche più di quello, quasi contemporaneo, di Stanley Kubrick. Ricordo che gli dedicai dei versi, ispirati proprio a quel concerto, l’unica occasione in cui potei incrociarlo.

Nel suo ultimo tour, Fabrizio a un certo momento usava alzarsi da sedia e, deposta la chitarra, si andava a sedere per terra in un angolo del palco. Lì interpretava “Sidùn”. Struggente, agghiacciante: il momento di maggior intimismo e pathos dell’esibizione.
Poco prima di iniziare il canto si riservava una breve pausa di silenzio. Noi guardavamo lui e, lui, a un certo punto, guardava noi. E libero da ogni turbamento, malgrado la drammaticità del canto che doveva seguire, accennava un sorriso denso di ironia, e consapevolezza infinita di tutti i mali, i dolori, di tutti i modi per prenderli in giro.

Qui la mia poesia Spettacolo di un’anima

Take a look at The other side. “Louisiana” di R. Minervini

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louisianaSu Cineforum, la mia recensione del nuovo film di Roberto Minervini, “Louisiana” (“The other side“, il titolo originale), presentato a Cannes nella sezione Un certain regard. Un “documentario” che non si ferma davanti a nulla nell’indagare entro le pieghe di un’America derelitta e abbandonata a sé: “white trash” si dice, spregiativamente, a proposito di questa umanità, che Minervini osserva senza indulgenze e senza compiacimenti, in un progetto che, se non fa gridare al capolavoro come il precedente “Stop the pounding heart“, è però anche più coraggioso nel portare ancora più avanti un dialogo, quasi sperimentale, fra il reale e la sua messa in scena.

Qui la recensione del film.