Faber in Sardegna.

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focus_faber_sardegnaIl documentario su De André “Faber in Sardegna” è tutt’altro che eccezionale, anche se guardarlo mi ha ugualmente emozionato. Ne ho scritto su Ondacinema (qui la recensione). E’ uscito in sala accompagnato da un estratto dal concerto al Brancaccio dell’inverno del 1998, chiamato “l’ultimo concerto”. Ora è vero che era l’ultimo tour, però io partecipai – in prima fila – a un concerto del luglio successivo, e quello fu davvero l’ultimo concerto romano.
Quando seppi dell’inattesa morte di De André fu un lutto che mi ferì anche più di quello, quasi contemporaneo, di Stanley Kubrick. Ricordo che gli dedicai dei versi, ispirati proprio a quel concerto, l’unica occasione in cui potei incrociarlo.

Nel suo ultimo tour, Fabrizio a un certo momento usava alzarsi da sedia e, deposta la chitarra, si andava a sedere per terra in un angolo del palco. Lì interpretava “Sidùn”. Struggente, agghiacciante: il momento di maggior intimismo e pathos dell’esibizione.
Poco prima di iniziare il canto si riservava una breve pausa di silenzio. Noi guardavamo lui e, lui, a un certo punto, guardava noi. E libero da ogni turbamento, malgrado la drammaticità del canto che doveva seguire, accennava un sorriso denso di ironia, e consapevolezza infinita di tutti i mali, i dolori, di tutti i modi per prenderli in giro.

Qui la mia poesia Spettacolo di un’anima

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