Mese: febbraio 2014

SNOWPIERCER: il treno del Leviatano

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snowpiercer1Pubblicata, su filmscoop.it, una recensione della cruda e bellissima pellicola di Bong Joon-Ho, “Snowpiercer”, destinata a restare una pietra miliare delle allegorie distopiche.

Buona lettura:

IL TRENO DEL LEVIATANO

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THE WOLF OF WALL STREET: il fascino ammiccante dell’ego senza freni

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WOLF Gli italiani Jordan Belfort lo avrebbero fatto presidente del consiglio. Pur essendo enormi le differenze fra i sistemi immunitari delle democrazie italiana e statunitense, sono gli stessi i miti che abbiamo fatto nostri a partire dal secondo dopoguerra. Inutile trincerarsi dietro l’idea che il lupo di Wall Street Jordan Belfort sia un degenerato immorale, o dietro la ripugnanza per i suoi eccessi. I suoi eccessi divertono. Eccitano. Sono lo specchio grottesco e iperbolico di una civiltà incentrata sull’individualismo sfrenato, sulla prevaricazione violenta, sulla rivincita dell’Io sulla Società. Temi che poi costituiscono il fulcro della poetica di Scorsese. “The wolf of wall street” è l’ultimo venuto nella costellazione di Ego maschili e prevaricatori, avviato già all’epoca di “Boxcar Bertha” (“America 1929. Sterminateli senza pietà“), proseguito, attraverso registri diversi, con “New York New York”, “Toro scatenato”, “Re per una notte”, “Goodfellas”, “Casinò”, “Gangs of New York”, “The aviator”. Da sempre, anche se mai come qui, Scorsese ha inteso renderci partecipi e complici dei suoi individualisti protagonisti volti alla rovina. Soggetti eccessivi, predestinati al disastro, che quasi perseguono sin dall’origine la loro catastrofe: accarezzando l’ebbrezza del crollo, in un nichilista cupio dissolvi.

Tre sono le peculiarità che rendono originale “The wolf of Wall street“, nuova pietra miliare nella filmografia di Scorsese dai tempi di “Casinò”. 1) Scorsese descrive il mondo dell’alta finanza (che manovra le sorti del pianeta) come fosse esattamente lo stesso mondo della criminalità organizzata, governato dalle stesse leggi interne dell’homo homini lupus. Diventa così più chiaro che quelli sullo schermo potremmo veramente essere noi (anche se, noi, non abbiamo mai ammazzato, come i “bravi ragazzi” di Goodfellas, e forse non abbiamo nemmeno mai rubato come Jordan Belfort [ma chissà…]). Scorsese esce dal microcosmo criminale, parlando di un mondo in cui l’illegalità è meno esibita ed evidente, e perciò meno che mai rilevante. 2) Jordan Belfort è voce narrante continua: espediente caro a Scorsese, utilizzato con effetti analoghi in “Goodfellas” e “Casinò”. Ma questa volta viene via la quarta parete: Belfort, nei familiari panni di un irresistibile Di Caprio, più e più volte guarda in macchina, parla a noi, ci coinvolge, ci rende complici. Ci fa la lezione. Come Alex in “Arancia meccanica”. Esattamente allo stesso modo di Kubrick in “Arancia meccanica”, Scorsese ci invita esplicitamente a condividere il fascino liberatorio dell’ego senza freni. Farci rendere conto che anche se il nostro super-io lo rifiuta, il nostro istinto lo riconosce bene. 3) Nell’iperbole, il registro è grottesco, il film è una commedia; a volte si ride di gusto. Scorsese sembra aver voluto essere epigono postmoderno e tarantolato delle commedie più amare di Risi e Monicelli, di cui in Italia non siamo più capaci.

Ciò che, in finale, rende dunque “The wolf of wall street” davvero originale nella filmografia di Scorsese (e diverso da film come “Goodfellas” e “Casinò“, avvicinandolo semmai maggiormente a “Re per una notte”), è che al protagonista viene costantemente negato uno statuto tragico. Jordan Belfort non merita spessore shakespeariano. E’ uomo ridicolo e basta, senza tragedia. Si esce dal cinema come drogati. La contiguità fra stile e materia narrata è stretta e avvincente. Non si contano le scene in cui è strepitoso il montaggio, visivo ma anche sonoro – vogliamo parlare della carica particolarmente espressiva di questa colonna sonora? Con pezzi come “Mrs. Robinson” di Simon & Garfunkel nella versione dei Lemonheads? Poi, smaltita la sbornia, si torna con la mente al film, e capita di pensare che la consistenza della parabola di Jordan sia equivalente a quella di una meteora che si dissolve. Alla traccia fugace dell’aereo chiamato per i soccorsi, che esplode e svanisce nel buio della notte. E capita allora di pensare che, questo effetto di sgonfiamento post-sbornia, il vuoto cui lascia lo spazio, siano esattamente ciò che Scorsese aveva previsto ci rimanesse.

Voto: 8,5