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Jackie di Larraín. L’ipocrisia e il mito.

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jackieDopo mesi di pausa il blog riemerge dal letargo, e a breve lo popolerò di nuovi contenuti relativi ai film usciti negli ultimi mesi. Intanto, è bello per me farlo “risorgere” nel giorno dell’uscita in sala di “Jackie”, dopo che l’ultimo post, risalente a giugno 2016, era su “Neruda”, il precedente clamoroso capolavoro di Larrain.

Leggerete quasi ovunque cose belle e bellissime su questo film; pochi, pochissimi detrattori insistono invece su un presunto ammorbidimento del regista a contatto con la logica produttiva statunitense, o addirittura hanno letto il film come un omaggio (quando invece a me appare tutt’altro) reso a una figura che fu tanto popolare quanto controversa. Questi detrattori finiscono per considerare il film un’opera minore, se non addirittura un passo falso nella carriera di Larrain, per loro ormai sin troppo osannato.
Il regista cileno, in realtà, fa un ritratto che restituisce benissimo la complessità di un tema che gli è molto caro: il rapporto fra l’immagin(azion)e di sé (che discende dal bisogno di qualcosa in cui credere e a cui aggrapparsi) e l’ineliminabile ipocrisia che vi è sottesa. Il discorso è anche politico: il potere esalta questo contrasto e lo rende foscamente affascinante, come in una tragedia classica. La tragedia di Jackie sta nel contrasto che la morte del marito scatena fra la propria immagine privata e la propria immagine pubblica. E nella consapevolezza di tale contrasto.

Ho visto “Jackie” a Venezia, a settembre. Avevo organizzato i miei tre giorni a Venezia attorno a due film: “Voyage of Time” di Malick e questo. E nutrivo, per entrambi, un po’ di timore. Nel caso di Malick i timori hanno trovato conferma; per quanto riguarda il film di Larrain, invece, in gran parte legati all’essere il suo primo film “americano”, sono stati del tutto fugati.

Andate a vederlo; è possibile che possa piacervi anche più di “Neruda”, che per me resta comunque la pellicola con cui Larrain ha toccato sinora il suo apice.

Qui la mia recensione.

Il “Neruda” di Larrain, tra Borges e Tarantino

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neruda-pablo-larrainIn “Neruda” di Pablo Larrain si percepiscono echi di Borges. L’intrigo poliziesco rimanda ai labirinti e ai giochi di specchi metanarrativi di molti racconti del gigante argentino (“Il giardino dei sentieri che si biforcano”, in particolare; ma anche “Tema del traditore e dell’eroe”), evocato già da Lisandro Alonso nei suoi film, specie in “Jauja“. E in “Neruda” l’eco di Borges si coniuga a un’attenzione per il cinema di genere – per il poliziesco, evidentemente – inedita per Larrain, in cui, man mano che il film procede verso una sezione finale quasi astratta, i personaggi acquistano coscienza di sé in quanto personaggi, presi in una trama di cui sono solo pedine: e questo, unito al gioco scoperto con i generi classici (il western, il noir), non può non ricordare qualcuno che apparentemente sta agli antipodi di Borges: Quentin Tarantino. Anche le manipolazioni che Larrain opera sulla Storia ricordano la disinvoltura con cui Tarantino la riarrangia a uso proprio. Lo scarto, evidentemente, sta nei modi: Tarantino agisce in un modo divertito cui (solo apparentemente) è bandita ogni riflessione di matrice intellettuale; Larrain opera in un contesto più tradizionalmente “autoriale”. Eppure il suo “Neruda” assume e rielabora stilemi postmoderni (il narratore inattendibile, ad esempio), memore “anche” di Tarantino, portandoli fuori da un contesto esclusivamente metacinematografico e provando a fare i conti – come da sempre nel proprio cinema, ma ora da una nuova prospettiva – con la Storia del proprio Paese (ancora una volta, è la stessa operazione che si sforza di fare, diversamente ma non poi così tanto, Tarantino).

Voto: forse superiore al 9, in attesa di una nuova visione.

EDIT: alla seconda visione il voto è 10 (pietra miliare)

“Juste la fin du monde” di Xavier Dolan

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Juste-la-fin-Dolan-MEGA-BOXPer il suo sesto film, che ha vinto il Premio speciale della giuria al 69° festival di Cannes, il ventisettenne cineasta di Montréal adatta quello che è ritenuto il capolavoro di Jean-Luc Lagarce, l’autore teatrale oggi più rappresentato in Francia, di cui non fu mai portato in scena nulla prima della morte avvenuta prematuramente nel 1995.

“Juste la fin du monde” racconta di Louis, un quarantenne che torna dai familiari con cui non ha più rapporti da anni, per annunciare la sua malattia (che non viene mai nominata neanche da Dolan) e la prossima morte.
Dolan conserva la scrittura frammentata di Lagarce in una sceneggiatura il cui flusso di parole, incessante e interrotto di continuo, nasconde più di quanto non riveli. Come i dialoghi sono impostati sulla reticenza, analogamente tutto il film è costruito sul non detto, e la tensione narrativa scaturisce dall’ansia dello spettatore che si chiede quando e se sarà colmato. Affidandosi a prove attoriali particolarmente affiatate (che sintonia e che eccellente direzione degli attori!), nell’isteria di dialoghi senza sbocco le uniche aperture sono i momenti in cui …continua a leggere su OndaCinema

I doppi di “Julieta”

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Julieta_Almodovar_MEGASi è parlato di un Almodóvar inedito, almeno in parte. Effettivamente il film segna uno scarto rispetto alle pellicole più recenti (specie le ultime due) ed appare il suo più significativo dai tempi di “Volver” (2006); ma “Julieta” è una tappa, in un percorso all’insegna dell’essenzialità e dell’asciuttezza, che è carsico all’interno del cinema di Almodóvar, con radici remote in “Che cosa ho fatto io per meritare questo?” (1984), e che proprio in “Volver” aveva trovato un vertice. Si tratta di film girati “in minore” a dispetto della ricchezza dell’intreccio. Allo stesso canone apparteneva anche “Gli abbracci spezzati”  (2009), forse il film più sottovalutato del regista.
Ispirato ai racconti di Alice Munro “Fatalità”, “Fra poco” e “Silenzio” (dalla raccolta “In fuga”), il film non aggiunge elementi di novità alla poetica di Almodóvar, ma ruota intorno a una molteplicità di suoi temi tipici che, come sintetizzati e cristallizzati, vengono qui declinati nella forma del doppio. Binomi inscindibili, come nella vita è inscindibile la felicità dal dolore. In “Julieta” non c’è felicità che non si accompagni a …continua a leggere su OndaCinema.

“Wilde Salome” di Al Pacino

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Arriva in Italia solo nel 2016 il quarto lavoro da regista di Al Pacino, con il quale il grande attore torna a confrontarsi con l’adattamento di un classico del teatro a 15 anni di distanza da “Riccardo III – un uomo, un re”. Se lì Pacino si era confrontato con Shakespeare, adesso è la volta della “Salomè” di Oscar Wilde. Un’opera che racconta del potere sessuale di una Lilith vergine e diabolica, che seduce un re e ne polverizza il potere mascolino, salvo esserne messa a morte.
Nel film si intrecciano molti piani: un documentario su Wilde, un documentario su Al Pacino che intende portare in scena Wilde a Los Angeles (su un set minimale e con costumi in parte moderni), un documentario sulla realizzazione di questo spettacolo che sarà anche un film (e perciò il documentario è anche sulla realizzazione del film), e, anche, quello spettacolo e quel film (al making of si alternano estratti dello spettacolo – del film – stesso). Come se non bastasse, …continua a leggere su OndaCinema.

“Room”: accogliere il mondo.

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Bg98yo_room_01_o2_8707116_1438094948.jpgUn’agente di polizia intima di tacere a un collega superficiale e rinunciatario, mentre cerca di dare senso alle parole confuse di Jack, il bambino protagonista di Room, che vede il mondo per la prima volta. Da ottima detective, in pochi istanti decodifica informazioni all’apparenza incomprensibili che il collega riteneva prive di senso. C’è, in questa donna, ottimismo, determinazione e grande senso pratico. Oltre a un’intesa immediata e materna con Jack. Poco dopo, il nonno di Jack non riesce a sopportare la paternità biologica del nipote, e si fa da parte impacciato, incapace di dire una parola. Queste attitudini rinunciatarie (quella del poliziotto e del nonno) sono entrambe aspetti di un modo di affrontare il mondo con scarsa sensibilità, con scarsa propensione al qui e ora, all’apertura, all’ascolto e all’accoglienza.

La stanza del titolo è quella dove è nato e cresciuto Jack (lo straordinario Jacob Tremblay), recluso per anni insieme alla madre (Brie Larson, appena premiata con l’Oscar). Al compimento del quinto anno di Jack, …continua a leggere su Cineforum

Fuocoammare (G. Rosi, 2016)

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rosi_fuocoammare_3Samuele non riesce a remare. Gira su se stesso con la sua barchetta, nel porto di Lampedusa, e finisce per incastrarsi fra le imbarcazioni ormeggiate. Samuele non ama il mare, gli fa venire la nausea (anche se la pasta al sugo di calamari sembra gradirla). Samuele Pucillo è il bambino lampedusano scovato e prescelto da Gianfranco Rosi come principale ‘protagonista’ isolano – assieme al dottor Pietro Bartolo – in questo film che, dopo l’exploit di “Sacro GRA” a Venezia 2013, si è aggiudicato il massimo riconoscimento al 66° festival di Berlino.

Riconquistare il mare
“Fuocoammare” sembra fatto dei quattro elementi primigeni. La terra: poco più che uno scoglio, al largo dell’Africa. L’aria: un cielo nuvoloso e invernale, foriero di pioggia. Il fuoco: quello del titolo ossimorico, quello delle guerre. E l’acqua del mare. Quel Mediterraneo che è stato sin dagli albori delle civiltà luogo di incontro e di scambi, via da percorrere carichi di merci. E che negli ultimi anni è diventato il cimitero di oltre quindicimila persone in fuga dalle loro terre.
A Samuele, naturalmente, tocca di rappresentare un po’ anche noi, gli europei, e il nostro sguardo. Samuele, come tutti i bambini, …continua a leggere su OndaCinema.

The cat returns (La ricompensa del gatto, 2002)

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Haru, adolescente impacciata e sempre in ritardo, sin da piccola ha una speciale confidenza con i gatti. Una mattina salva un gatto che stava per essere investito per strada: per ricompensarla, il re dei gatti decide di darla in sposa al gatto salvato, che è proprio il figlio del re. Da quel momento, lo scopo di Haru sarà di liberarsi dal mondo in cui viene risucchiata, per riappropriarsi della propria umanità (che sta lentamente soccombendo, visto che si comincia a trasformare parzialmente in gatta).

Evidente le affinità di questo piccolo progetto Ghibli del 2002 con “La città incantata”, capolavoro miyazakiano dell’anno precedente, in cui i genitori della protagonista erano stati trasformati in maiali, e la stessa Chihiro per ritrovare la propria libertà doveva rimettere insieme gli ideogrammi del proprio nome. Il graduale passaggio dal mondo reale alla parallela dimensione felina è forse la parte più riuscita del film, per le soluzioni adottate sia a livello… …continua a leggere su OndaCinema.

A Most Violent Year (1981: Indagine a NY)

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Inflation, no chance to increase the finance. Natural fact is honey, that I can’t pay my taxes. Così canta Marvin Gaye in “Inner City Blues”, che chiude il capolavoro del 1971 “What’s going on”, canzone che J.C. Chandor ha scelto per i titoli di testa del suo film ambientato esattamente dieci anni dopo, in quell’ “anno più violento” che la storia di New York ricordi (il titolo originale del film è “A Most Violent Year”, peraltro bellissimo – al contrario di quello italiano che è anche incongruo: nella trama l’indagine è secondaria).
L’acquisto di un appezzamento sulle rive dell’Hudson incrementerebbe il giro d’affari di Abel Morales, grossista di carburante, rendendolo forse il primo della piazza. La moglie Anna tiene i conti, e trucca i bilanci; lui fa finta di non saperne, e tenta, o s’illude, di restare pulito, mentre la concorrenza gioca sporco, rapinandogli intere partite di carburante. Le autorità indagano, le banche… …continua a leggere su OndaCinema

Top Seven 2015

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Per attribuire a un film un valore particolarmente alto, per elevarlo magari al rango di “capolavoro”, sono determinanti le qualità stilistiche, in particolare gli elementi stilisticamente innovativi (soprattutto quando aprono nuovi linguaggi). Non se ne sono visti molti di film di tale spessore, fra quanti distribuiti in Italia nel 2015, e quei pochi (ad es. quello di Wenders menzionato in decima posizione; ma anche il film di Gaudino) non mi sono parsi di valore altrettanto importante di altri, magari stilisticamente più convenzionali, come alcuni di questi sette. Per quanto imprescindibile, lo stile va calibrato alla sostanza (beninteso non c’è sostanza senza stile), ed esistono capolavori il cui stile può non eguagliare esteticamente la bellezza di altri film, che capolavori non sono. …Tutto questo per dar conto, soprattutto, dei primi due posti: opere esteticamente senz’altro più convenzionali di quelle che pongo al 7° e al 6°, ad esempio (in particolare Moretti non ha mai avuto un senso straordinario della messa in scena; malgrado ciò non può non considerarsi l’autore italiano determinante della sua generazione).
Procediamo.

7. FRANCOFONIA di Alexandr Sokurov

L’arte e il potere. E le inesauribili implicazioni del loro rapporto. In “Francofonia” Sokurov affronta, con modalità quasi godardiane, uno dei nuclei portanti della propria poetica. Il potere che calpesta l’arte è lo stesso che ne ha bisogno; l’arte, costretta a tentare di sopravvivere alle intemperie della Storia, dalle sue vicissitudini trae alimento. Anche dalle più terribili: e proprio il cinema di Sokurov è lì a dimostrarlo. Il suo ultimo film non è (per alcuni) tra i suoi capolavori, ma a me pare cristallino nell’esporre i suoi temi, e potrei quasi preferirlo, soggettivamente, ad “Arca russa“, la cui perfezione tecnica ha una freddezza e una compostezza inumane, che mi hanno sempre quasi inibito. Vedi recensione per Ondacinema (link dal titolo).

Francofonia

6. BELLA E PERDUTA di Pietro Marcello

I film di Sokurov e Marcello hanno alcune affinità ai miei occhi: e al film del Grande Maestro antepongo, in questo gioco che è la classifica, l’imperfezione (voluta, come dimostra il ricorso ad esempio anche a pellicole scadute) di Pietro Marcello, che solo in superficie è meno “sublime”. “Bella e perduta” (un palazzo in rovina, sineddoche dell’Italia), nel suo candore, è film più genuino, autenticamente immaginifico. Dall’attrito tra il reale e la libertà creativa dell’immaginazione scaturiscono oggi film davvero essenziali per il futuro della settima arte: film poetici anzichè prosaici, opere scisse da una logica narrativa, liriche, che partono dalla concretezza della realtà per ricamarci sopra una fantasticheria dell’autore, che magari fiorisce in corso d’opera come è successo a Pietro Marcello. Qui davvero la non-perfezione è una ricchezza.

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5. QUANDO C’ERA MARNIE di Hiromasa Yonebayashi 

Spoiler alert. Due volte l’ho vista e due volte mi ha commosso, questa storia di una ragazza che si prepara alla vita confrontandosi con la propria nonna da ragazza. Quant’è bello il modo in cui qui si immagina di far rivivere a una nipote, in autentica empatia, i sentimenti provati dalla propria nonna mai conosciuta, come fosse una coetanea e un’amica. Per suggestioni, siamo dalle parti del mio adorato “La doppia vita di Veronica” di Kieslowski. Certo, la regia è un’altra cosa. Ma è pur sempre un Ghibli – auguriamoci aperto sul futuro – e le qualità di cui la casa è garanzia ci sono tutte.

marnie

4. L’ALTRA HEIMAT di Edgar Reitz

L’universo di Reitz, inesauribile nelle sue germinazioni, ha partorito un capolavoro che quasi eguaglia la grandezza del primo Heimat (pur mantenendosi inevitabilmente lontano dall’enorme valore della “Seconda Heimat”, ovvero dell’opera cinematografica più vicina alla Recherche di Proust). Questa storia di due fratelli, dei loro destini incrociati, possiede evidentemente qualcosa di archetipico, che Reitz declina in un film ricco di armonia e di suggestioni, di inarrivabile sapienza drammaturgica e scenografica. Si veda una delle dissolvenze incrociate più lunghe della storia del cinema, o la squisita semplicità dei tocchi di colore, o ancora i delicati ‘voli’ della macchina da presa sull’erba alta dei prati. Reitz dialoga con i più grandi, non solo del cinema, cui dà del Tu.

L'altra Heimat

3. FOXCATCHER di Bennet Miller

“Foxcatcher” è il film americano live-action migliore di questi ultimi due anni. Con una messa in scena strepitosa (Miller, al terzo film, è il regista statunitense più interessante e promettente della sua generazione), questo film che stordisce, dall’andamento ipnotico, è una formidabile tragedia contemporanea incentrata sull’individualismo e sul plagio, sul mito del successo e sullo sgretolarsi, sull’implodere delle ambizioni e delle ossessioni, sotto la forza di immane condizionamenti psicologici, primo dei quali quello edipico (Miller sfiora tematiche comuni a PT Anderson, si confronti questo film a “The master“).

FOXCATCHER

2. MIA MADRE di Nanni Moretti

Una riflessione profondissima sull’autenticità: sul bisogno di una finzione narrativa che sia aderente anzitutto all’autenticità, piuttosto e prima ancora che alla “realtà”. Piuttosto che limitarsi a denunciare un disorientamento, l’ultimo film di Moretti vuole scuoterci dall’opacità, stimolare la lucidità. Farci dismettere le maschere, disarmare la finzione; recuperare – appunto – l’autenticità. “Mia madre” è il capolavoro del Moretti post-Apicella, superiore a “La stanza del figlio” (e c’entra, naturalmente, l’autenticità del dato biografico). Vedi, per approfondimenti, la recensione per Ondacinema (link dal titolo).

Mia madre

1.INSIDE OUT di P. Docter, R. del Carmen

E’ il grande capolavoro della Pixar. Superiore a tutti quanti i lungometraggi della casa per profondità, ricchezza, e armonia di resa: superiore anche al miliare “Toy Story” (che gli è più importante esclusivamente per ragioni storiche e tecniche). “Inside Out” è compatto e senza cali: ad esempio, la prima parte di “Wall E” e l’inizio di “Up” sono memorabili, ma entrambi i film faticano ad arrivare alla fine mantenendosi a quei livelli. “Inside Out“, invece, mentre procede cresce. E, come scrive LongTake nella sua bella scheda, “il messaggio finale, che insegna come la Gioia non possa esistere senza la Tristezza, è di commovente, vibrante verità. Un’esperienza esistenziale, più che cinematografica, assolutamente imperdibile. Una tappa nella storia del cinema, d’animazione e non”.

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