Fabbrica di sogni, deposito di incubi

La violenza e l’esplicitazione della finzione

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La violenza e la morte costituiscono “il punto dove il cinema rivela inevitabilmente la propria natura illusionistica. (…) Nel momento in cui nel film appare il sangue (…), il pubblico viene messo improvvisamente di fronte all’evidenza che quanto avviene sullo schermo obbedisce ai criteri della finzione e alle regole di una messa in scena”.

Leonardo Gandini, Voglio vedere il sangue. La violenza nel cinema contemporaneo, 2014

Resistenza del postmoderno

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“La fine del postmoderno è un processo lungo, complesso, sfaccettato, uno stancante ‘far finire’ che testimonia implicitamente della sua diffusione e popolarità e, insieme, della sua opacità e imprendibilità (anche terminologica)”. Luca Malavasi, Postmoderno e cinema. Nuove prospettive d’analisi, 2017

La tradizione della nostalgia

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La nostalgia è una tradizione, forse la tradizione, della cultura americana” (Franco La Polla, Il nuovo cinema americano, 1978).

Alcuni film lavorano sull’elemento nostalgico intrinseco nel mettere in scena il passato, e riflettono sulle costanti che legano tra loro varie epoche, e il pas­sato al presente.

Carol, Todd Haynes, 2015

XXth Century Women (Le donne della mia vita), Mike Mills, 2016

Wonderstruck (La stanza delle meraviglie), Todd Haynes, 2017

Everybody Wants Some!! (Tutti vogliono qualcosa), Richard Linklater, 2016

La ricerca del realismo nell’animazione digitale

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Cesare, la scimmia in­terpretata da Andy Serkis nella trilogia prequel del “Pianeta delle Scimmie”, è forse il personaggio che, fra quanti creati in performance capture al cinema, risulta sino ad oggi il più straordinariamente ricco di sfumature fisiognomiche.

Potere del cinema: far risorgere, rendere immortale

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The Walk (Robert Zemeckis, 2015), scena finale.

Dall’alto della Statua della Libertà e con le Torri Gemelle sullo sfondo, il protagonista ci mostra il pass che gli è stato donato, di accesso libero alle Torri, per sempre. “Forever”. L’inquadratura si centra gradualmente sulle Torri, che brillano mentre cala l’oscurità, rimanendo le sole sagome visibili. Quel “forever” non può che innescare nostalgia per un mito, letteralmente, crollato. Ma se le Torri non ci sono più, per la durata di due ore hanno ripreso vita in sala.

Scena finale di The Walk

Miti e archetipi narrativi

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Il viaggio dell’eroe di Christopher Vogler (prima edizione 1992), sviluppo di un manuale di sceneggiatura, ha come principale fonte di ispirazione gli studi di Joseph Campbell e, in particolare, L’eroe dai mille volti (1949), su cui è forte l’influenza del pensiero di Carl Gustav Jung.

Quale “tappa” del viaggio dell’eroe descritto da Vogler si trova ad essere particolarmente enfatizzata, in film dell’ultimo decennio come questi tre?

Source Code (Duncan Jones, 2011)

Edge of Tomorrow (Doug Liman, 2014)

Avengers: Endgame (A. e J. Russo, 2019)

Il rapporto con la realtà nel cinema americano contemporaneo

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Nel 2001, vent’anni fa, era corretto rilevare che il cinema hollywoodiano stesse “in modo graduale affrancandosi dall’esigenza di rielaborare il reale in modo attendibile e coerente, lineare e organico, accelerando un processo che ha avuto inizio negli anni Settanta, con l’esplosione della dimensione metacinematografica”. Leonardo Gandini, Roy Menarini (cur.), Introduzione a “Hollywood 2000. Panorama del cinema americano contemporaneo. Generi e temi”, 2001.

Oggi possiamo ancora dire lo stesso?

Mitizzare il cinema classico hollywoodiano

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Al di là delle ovvie differenze (di contesto produttivo e sociale, tecniche e stilistiche), quanto è distante nella sostanza la Hollywood di oggi dalla Hollywood classica?

“Guardando alla classicità hollywoo­diana come a un luogo edenico al quale è impossibile fare ritorno, si [rischia di] mitologizza[re] una fase del cinema americano che per moltissimo tempo è stata oggetto dei medesimi rimproveri – intrattenimento futile, prevalenza della dimensione commerciale, escapismo”

Leonardo Gandini, Roy Menarini, Gli Stati Uniti tra continuità e discontinuità, in Christian Uva, Vito Zagarrio (cur.), Le storie del cinema. Dalle origini al digitale, 2020

Immersività e sensorialità.

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“Per lo spettatore, l’assorbimento nel film non è più generato dalla densità dell’intreccio, (…) ma da sistemi tecno­logici che provvedono ad avvolgerlo e immergerlo nel flusso dell’a­zione. La sensorialità dell’immagine diventa così l’ultima frontiera, estetica e commerciale, del cinema hollywoodiano”.

Leonardo Gandini, Roy Menarini, Gli Stati Uniti tra continuità e discontinuità, in Christian Uva, Vito Zagarrio (cur.), Le storie del cinema. Dalle origini al digitale, 2020

CGI e fotorealismo

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Ormai, anche in un film a budget relativamente basso come Tonya (I, Tonya, Craig Gillespie, 2017), quando si tratta di riprodurre un’impresa atletica come il triplo axel di pattinaggio artistico eseguito da Tonya Harding ai campionati nazionali del 1991, è facile sostituire, con assoluto fotorealismo, al volto di una pattinatrice professionista quello dell’attrice protagonista (Margot Robbie), i cui tratti facciali sono stati scansionati a 360° e sovrapposti quindi a quelli della pattinatrice Heidi Munger, suo stunt double sul set. La stessa performance della Munger è stata trattata in CGI per apparire un triplo axel che, in realtà, la Munger non ha eseguito, per motivi di sicurezza.

Questo video mostra come la scena sia stata realizzata:

https://www.youtube.com/watch?v=bqgD6lHrQ_8

Questo è il video della performance originale di Tonya Harding: