Fabbrica di sogni, deposito di incubi

American Honey, Dream Baby Dream

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Il sogno dei ragazzi di questa “mag crew” è privo di ideali, “assuefatto alle regole di un darwinismo eco­nomico basato sulla truffa” (Federico Pedroni, Cineforum 555, 2016). Eppure c’è lei, Star (Sasha Lane), che all’ingresso in Kansas City ha la meraviglia negli occhi nel contemplare dei grattacieli per la prima volta.

“American Honey”, Andrea Arnold 2016

L’accettazione del destino secondo Chloé Zhao

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Il conflitto primario mes­so in scena da Chloé Zhao in “The Rider” è quello che “separa deside­rio e realtà” (Rudi Capra, recensione su Ondacinema). Nel percorso di accettazione del destino, si riflette qualcosa di essenzialmente orientale che appartiene all’identità culturale della regista.

“Tra i due momenti topici e tragici (l’eroe ferito dopo la battaglia e l’eroe del­la rinuncia del finale) non c’è nessuna epica: solo il lento aggiusta­mento ai ritmi della vita” (Alberto Morsiani, “Cavalcare il dolore”, Cineforum 588).

Il sacro in Minervini

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Secondo Roberto Minervini, è un’esperienza “abba­stanza sacra il condividere con dei personaggi le pene dell’inferno; l’inferno della periferia americana” (in Dario Zonta, “L’invenzione del reale”, 2017). Si tratta di una sacralità – osserva Dottorini – che appartiene ai corpi, alla loro flagranza, e rimanda in certa misura al concetto di sacro che risiede al cuore del cinema di Pasolini. Daniele Dottorini, “La passione del reale. Il documentario o la creazione del mon­do”, 2018.

Una definizione del cinema di N.W. Refn

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Nicholas Winding Refn, “ostina­tamente dedicato alla costruzione di una cifra stilistica in qualche modo assoluta”, ha saputo definire un proprio marchio autoriale estremamente riconoscibile. La citazione è di Franco Marineo, “Il cinema del terzo millennio. Immaginari, nuove tecnologie, narrazioni”, 2014.

David Fincher – a loneliness network

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The Social Network” (David Fincher, 2010) è un film, intitolato ai legami sociali, che mette in scena la continua rottura dei legami sociali (si inizia con la rottura fra Zuckerberg e la sua ragazza, si continua con i gemelli Winklevoss, Narendra e infine Saverin).

Nel neo-noir “L’amore bugiardo – Gone Girl” (2014), la protagonista “incrina le certezze tradizionali e istituzionali (di coppia, di gender, di mondo) (…) e riporta sulle scene e in primo piano una ferocia nera appartenente più al passato (del cinema)” che alla realtà odierna. Pier Maria Bocchi in “Brivido Caldo. Una storia contemporanea del neo-noir”, 2019.

Rooney Mara, left, and Jesse Eisenberg in Columbia Pictures’ “The Social Network.”

Lo scorrere del tempo secondo Linklater

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In “Before Midnight” (2013), come nei due film precedenti della “trilogia Before”, lo scorrere del tempo è colto nella sua “ordinaria straordinarietà. Una gita in mac­china, un pranzo conviviale, una passeggiata, una notte in hotel. E intanto, attraverso i soliti potenti dialoghi, i due affrontano l’oro­logio della vita, lo commentano, lo sfidano. Il litigio che li porta a un passo dalla rottura non è enfatizzato, è una parte del tutto, un elemento intrinseco a quella giornata. E la macchina da presa del regista texano fa quello che le riesce meglio: con discrezione, dal cofano dell’au­to, o dall’angolo di una stanza, si limita a filmare, a imprimere su pellicola il fluire dei minuti”. Giancarlo Usai, recensione su Ondacinema.it

Boyhood” (2014) termina con una gita – non programmata – il giorno prima dell’inizio del college, e culmina sull’elettrizzante sogno di una nuova storia d’amore, nell’istante in cui Mason e un’altra ragazza se ne rendono conto contemporanea­mente. Fino a un attimo prima, la loro reciproca attrazione era più chiara allo spettatore che a loro. “Sai quando si dice ‘cogli l’attimo?’ Io penso invece che sia l’attimo a prendere noi”.

Blackness turns blue.

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Pietro Bianchi su “Moonlight” (2016) di B. Jenkins La comunità afroamericana e la blackness sono state me­diaticamente sovra-rappresentate sotto la specie della criminalità. Jenkins ci dice che per vincere l’emarginazione dei neri occorre partire dallo sguardo: “bisogna riuscire a vederli sotto un’altra luce. Appunto, una moonlight”, che stempera il black nel blue dell’intimismo e della malinconia (Pietro Bianchi, recensione di “Moonlight” su Cineforum.it).

“Dunkirk” (C. Nolan, 2017) e “1917” (Sam Mendes, 2019)

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Per mostrare l’incertezza in cui in guerra si rischia la vita a ogni piè sospinto, entrambi i film – costruiti in modo opposto a partire dal montaggio – assumono e mantengono un punto di vista interno a una sola parte del conflitto, senza che il nemico si veda praticamente mai (e sen­za naturalmente mai assumere neanche per un attimo il punto di vista del nemico). Si percepisce l’aleatorietà di ogni avvenimento, la minaccia continua della morte, che può giungere del tutto inaspettata.

Nolan, Europa e Hollywood

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Nolan, cineasta inglese capace di coniugare blockbuster e cifra autoriale: i suoi film, a partire da Memento (2000), sono prote­si a “ristrutturare il cinema hollywoodiano nella sua grandiosità mitopoietica”. Roy Menarini, Prefazione a Massimo Zanichelli, “Chistopher Nolan. Il tempo, la ma­schera, il labirinto”, 2015.

Scendendo nella mente fino a raffigurare le stanze più remote dell’inconscio, Inception mostra la potenza di un immaginario cinematografico che non ha perso la capacità di “andare in profondità, a sommuovere ter­ritori che non possiamo considerare meno ‘reali’ per il solo fatto di non essere immediatamente e direttamente impressionabili su una pellicola”. Leonardo Gandini, “Inception”, in L. Gandini (cur.), “Il cinema americano attraverso i film”, 2011.

L’ultimo Woody Allen

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Aveva ragione chi, nel 2001, notava come l’energia con cui Allen continuava a creare non consentiva “di sottovalutarlo e di escludere che il prossimo film [potesse] essere il capolavoro della quarta fase. O quello dopo, o quello dopo ancora”. Giacomo Manzoli, “Woody Allen”, in: Leonardo Gandini, Roy Menarini, “Hollywood 2000. Panorama del cinema americano contemporaneo. Generi e temi”, 2001.

Nel cinema degli ultimi 15 anni, Allen è riuscito probabilmente e definitivamente a “rein­serire l’autore nel reale, scollarsi dall’allenismo (e scrollarselo di dosso)” (Pier Maria Bocchi, “Woody Allen. Quarant’anni di cinema”, 2010).

Allen e Dostoevski

Match Point (2005) e Irrational Man (2015) rimandano esplicitamente a Delitto e castigo.

Per un ap­profondimento del rapporto fra Allen e Dostoevski: Federico Borin, “Delitti senza castigo. Dostoevskij secondo Woody Allen”, 2020.