Riflessioni

Tracce di Ozu

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Più che semplicemente una questione di messa in quadro e di rapporti fra genitori e figli, nell’ultimo film di Moretti, il suo capolavoro, si respira a pieni polmoni aria di Ozu. C’è l’ineluttabilità, la fuggevolezza, il minimalismo delle sfumature e dei gesti. C’è la distrazione e la difficile cognizione di un senso che sfugge. La perdita definitiva, e la vita che comincia domani.

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L’inadeguatezza personale nella poetica di Nanni Moretti.

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bianca_Pillola brevissima dedicata a tutti quelli che non riescono a farsi una ragione del fatto che Nanni Moretti non sia ormai definitivamente più il narciso autarchico che bastonava un’Italia alla deriva (e diverse generazioni di giovani, ora non più tanto giovani, alla deriva con essa).
Occorre tenere in considerazione che c’è un tema che fa da filo conduttore nei film di Nanni Moretti, sin dal suo esordio: è la riflessione su una profonda inadeguatezza personale. Non solo sull’inadeguatezza, sullo sbandamento della collettività.

E’ dall’attrito, dal conflitto tra la propria inadeguatezza – a vivere, esser felice, esser diverso e migliore – e l’inadeguatezza di tutti quanti gli altri, con le loro debolezze più o meno manifeste o mascherate (e smascherate dal Moretti regista), che scaturisce la grandezza (tragica) di un film come “Bianca”. In quell’attrito stava lo scacco generazionale, accompagnato dalla lucidità di un acuto osservatore che si mette(va) al centro della scena, criticando sé per primo.
Dove, invece, soprattutto negli anni ’90 come in “Aprile”, Moretti è stato più se stesso e quasi totalmente privo di autocritica, non ha dato i migliori risultati (“Caro Diario” è un’eccezione, che magari ha altri meriti, ma – tolto il grandissimo primo “capitolo” – resta forse un po’ sopravvalutato).

Il monolito di carne. L’incipit di “Eyes Wide Shut”.

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Come un lampo, in mezzo ai titoli di testa si staglia improvvisa Nicole Kidman che si spoglia di schiena. Abbiamo appena il tempo di spalancare (wide) gli occhi per doverli richiudere (shut) subito, sul nero dello sfondo dei titoli. E’ un amo lanciato …continua a leggere su Cineforum!

“Vizio di forma” di P.T. Anderson. L’occultamento dei persuasori e l’inherent vice dei sixties.

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Paul Thomas Anderson a partire da “There will be blood” (“Il petroliere”) ha iniziato una rilettura dell’evoluzione degli Stati Uniti secondo una prospettiva in cui paiono centrali i rapporti di potere fondati sulla persuasione e sul dominio psicologico. Gli ultimi tre film fotografano tre tappe successive: “Il petroliere” è il contro-racconto dell’espansione territoriale e capitalista fondata sul mito del self-made man; “The master” si tuffa nei lati oscuri dell’espansione economica degli anni ’50; “Inherent vice” (“Vizio di forma”) punta a svelare il vizio intrinseco della controcultura, all’alba del riflusso (siamo nel 1970), confrontandosi con i segnali della frantumazione dell’ultimo grande sogno americano, quello utopico dei sixties. Il-petroliere-2

Tipici del cinema di Anderson sono alcuni personaggi che esercitano il proprio dominio facendo massiccio ricorso alla retorica verbale (Eli Sunday in “There will be blood”, che richiama il guru interpretato da Tom Cruise in “Magnolia”, sarà replicato a sua volta in “The master” dal Lancaster Dodd di Philip Seymour Hoffman). Un personaggio del genere manca a “Vizio di forma”: nel passaggio da un film all’altro, l’attenzione di Anderson sembra spostarsi progressivamente dai persuasori a coloro che ne sono succubi. Se “Il petroliere” si concentra sulle figure dominanti – in piena luce anche agli occhi della comunità fra loro contesa – in “Vizio di forma” non si vede più chi detiene il potere. Si è come occultato; è diventato occulto (nel frattempo, occorre dire, c’è stato quel passaggio chiave che è l’assassinio di J.F. Kennedy. Una pervasiva paranoia sta mettendo solide radici. Il tema è caro a Pynchon; e, a ben vedere, è presente nel cinema di Anderson sin dai primi film).

Ne “Il petroliere” si scontravano due poteri fondati entrambi su una potente ideologia: il potere del magnate, fondato sulla promessa della prosperità, e quello del prete, basato su promesse spirituali. Due poteri a vocazione totalitaria che mal si tolleravano e non accettavano subordinazione reciproca, pur avendo bisogno l’uno dell’altro.

the-master_top“The master” compiva un complesso scavo dentro i rapporti di forza, dipendenza, dominio e sudditanza psicologica. Quasi in funzione di giuntura fra il film che segue e quello che precede, raccontava il confronto e lo scontro fra un persuasore e il suo destinatario prescelto. Non è un caso se lo stesso attore, Joaquin Phoenix, che interpreta il ruolo del soggetto manipolato in “The master”, è protagonista assoluto in “Vizio di forma”. In “Vizio di forma” manca uno scontro tra due soggetti. Al centro c’è solo Doc Sportello: attorno a lui tutto sfugge. Nell’ultima inquadratura, il suo volto sembra illuminato da uno specchietto retrovisore che attrae il suo sguardo, quasi ipnotizzandolo. Non sappiamo cosa lui veda, ma di certo non la vediamo noi: qualunque cosa lo illumini tallonandolo, rimane occultata. Vizio di forma

“Vizio di forma” mette in scena il sogno hippie trasfigurato in un incubo: la realtà si è fatta labirintica, come nella percezione distorta dalle droghe. Ne è mimesi la struttura stessa del film, inestricabile come nella prosa di Pynchon. I persuasori sono spariti perché chi detiene il potere non ha più bisogno di profeti, è uscito di scena perché ha messo radici ormai solidissime. E’ la droga lo strumento privilegiato di dominio: mezzo di apparente liberazione, è strumento di subordinazione. Viene suggerito, a un certo punto, che lo stesso cartello che controlla il traffico della droga lucri anche sui centri di disintossicazione. La Golden Fang incarna dunque il ciclo di produzione-consumo che si riproduce all’infinito, il capitalismo che ha raggiunto la sua perfezione. Se la rilettura che fa Anderson degli anni ’60 è questa, sembra prossima all’analisi che ne fece in tempo reale Pasolini: non una rottura con il sistema, quale in effetti non fu, ma neanche un tentativo fallito di rottura che avesse avuto possibilità di successo. Piuttosto, un prodotto del sistema capitalistico, che per riprodursi aveva bisogno delle ideologie, dei miti, delle utopie di una generazione che è stata poi mitizzata. Anderson la rappresenta come il falso movimento di una dialettica fallata da un vizio intrinseco.

Il “Meridiano di Sangue”, la FRONTIERA DELL’ORRORE. “El sicario. Room 164” di Rosi; “2666” di Bolaño; “The counselor” di Scott. Etc.

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Mi ritrovo spesso ultimamente ad attraversare la frontiera-non-frontiera fra Messico e Stati Uniti. Là dove passa la droga. Tonnellate di droga. Là dove il Male assume forme raccapriccianti e insostenibili. Dove il male rimane un sicario senza volto *. Dove ogni indagine sparisce nel deserto del Sonora come dentro a un buco nero; e Ciudad Juarez è una città impossibile, di un capitolo segreto, sull’orrore, delle Città invisibili di Calvino. (O delle Finzioni di Borges). 
Entrate in questo universo attraverso uno di questi passaggi segreti (quasi come dentro a un film di David Lynch), una delle porte che adesso vi consiglio.
E buona fortuna.
Primo passaggio. 2666” di Roberto Bolaño. Uno di quei libri che segnano un punto e a capo nella storia della narrativa; un libro asperrimo e abbacinante, un’opera incommensurabile dalla quale non si esce uguali a come si è entrati. 
Secondo passaggio. El sicario. Room 164“, di Gianfranco Rosi (quello di Sacro Gra). Dateci un’occhiata; è un documentario cui gli autori di “The act of killing” debbono essersi ispirati.
Terzo passaggio. Inevitabile, archetipico: la trilogia della frontiera di Cormac McCarthy.
Quarto passaggio. “ZeroZeroZero” di Roberto Saviano.
Quinto passaggio. The counselor – il procuratore“, di Ridley Scott, su sceneggiatura di McCarthy.
Questi passaggi sono 5 porte. Tra loro indipendenti. Potete entrare, uscire e rientrare da quella che preferite. Come dalle/nelle 5 parti di cui si compone l’opera-monster di Roberto Bolaño.
Altre porte che io stesso devo ancora attraversare: proprio “Meridiano di sangue” di McCarthy. E “Il figlio”, di Philipp Meyer. Indicato da alcuni come il Grande Romanzo Americano di questo scorcio di inizio secolo.
* Come quello del fotogramma qua sopra, tratto dal documentario-intervista di Gianfranco Rosi a un sicario (killer e torturatore) ex affiliato a un cartello dei narcos.
SONORA