Mese: ottobre 2015

Festa del cinema di Roma 2015: dieci film

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Ha poco senso fare un bilancio di un festival che, cambiando quasi ogni anno struttura o direzione artistica, è ancora ben lontano dall’acquisire una sua fisionomia. Lasciamo le polemiche ad altri: pur con tutti i suoi limiti, la rassegna romana è stata anche quest’anno un’occasione per vedere qualche film interessante, in anteprima italiana o europea.

Su CineforumWeb una sintesi di 5 titoli significativi fra quanti visti (“The whispering star” di Sion Sono; “Closet Monster” di Stephen Dunn; “Eva no duerme” di Pablo Aguero; “Truth” di James Vanderbilt; “Mistress America” di Noah Baumbach).

Altri film visti:

  • il magnifico “Carol” di Todd Haynes (già in concorso a Cannes).
  • Junun“, documentario di P.T. Anderson sulla realizzazione dell’album omonimo cui ha collaborato in India Jonny Greenwood.
  • Hitchcock/Truffaut“, convenzionale ma gustoso documentario sul celeberrimo libro-intervista dedicato da Truffaut al cinema di Hitchcock (sarà in sala in primavera).
  • Room“, di cui si parlerà molto, che aveva vinto a Toronto e mi ha commosso, con le sue sfumature di grande delicatezza a descrivere uno dei rapporti madre/figlio più intensi che ricordi. La commozione non è cercata in modi ricattatori, sicuramente non ruffiani. Il bambino protagonista, poi, è eccezionale.
  • Mustang“, film – turco – di una giovanissima esordiente, che racconta della difficoltà a diventare donne libere e felici nell’Anatolia di oggi. Il film che la Francia – più che mai globalizzante colonizzatrice cinematografica – ha scelto per essere rappresentata ai prossimi premi Oscar.

Qui potete leggere una cronaca della masterclass con Todd Haynes.

Un unico, grande rimpianto: aver perso “Office“, il musical 3D di Johnnie To. (Perso anche l’ultimo Gondry, di cui si è detto un gran bene. Ma spero di recuperarlo presto in sala).

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“Closet Monster”, promettente esordio di Stephen Dunn

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locandina_Closet_MonsterVisto alla X festa del cinema di Roma, l’esordio nel lungometraggio di Stephen Dunn, che al 40° festival di Toronto ha vinto il premio come miglior film canadese, è passato a Roma del tutto sotto silenzio, confinato – un po’ incongruamente e oltretutto fuori concorso – nella sezione “Alice nella città”. Si tratta invece di un esordio degno della massima attenzione: un’opera immaginifica che, seguendo le orme di Xavier Dolan (di cui Dunn è coetaneo), non rinuncia a citare anche Cronenberg per coinvolgere lo spettatore nel coming-of-age di Oscar (Connor Jessup), un ragazzo alla scoperta della propria omosessualità, in un contesto sociale da cui emerge un livello di omofobia preoccupante.

Diciamo subito che l’emulazione di Dolan è evidente. Anzi lo è al punto da non costituire un limite su cui insistere (meno che mai un difetto): Dunn, oltre a rivelarsi assolutamente padrone del mezzo con una messa in scena a dir poco vivida, sembra possedere una sua personale cifra estetica, tutt’altro che embrionale, che lo distingue dal famoso collega. …continua a leggere su Ondacinema.

“Junun” di P.T. Anderson, un documentario pigro.

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Nel febbraio 2015 Paul Thomas Anderson si è recato nell’India nord occidentale con l’amico e sodale Jonny Greenwood, chitarrista dei Radiohead nonché autore delle colonne sonore del regista a partire dai tempi de “Il Petroliere”. Insieme a loro, Nigel Godrich. Greenwood era stato invitato a collaborare con il compositore israeliano Shye Ben Tzur alla registrazione dell’album “Junun” (che sarà disponibile da novembre 2015), insieme ai Rajasthan Express, ensemble locale di corde, fiati e percussioni.
Il film, girato in digitale a bassa definizione (presentato alla X edizione della festa del cinema di Roma, dopo essere passato per il festival di New York), disponibile online sulla piattaforma MUBI, documenta le giornate di lavoro nella cornice del forte Mehrangarh del XV secolo, appartenente ad un maharaja che fa anch’egli la sua apparizione, per presentare il gruppo di musicisti nel corso di un’estemporanea esibizione nell’ambito di un festival locale, a Jodhpur, la località del Rajasthan sulla quale, dall’alto del forte, si gode una vista spettacolare.

Anderson non pone la sua firma nei titoli di coda come “regista”; compare semplicemente insieme agli altri operatori. Una scelta coerente con l’impostazione del documentario, che non si pone come un’opera di Anderson. “Junun” va visto (e goduto), semplicemente, come occasione …continua a leggere su OndaCinema.

“Carol” di Todd Haynes

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Carol_Cate_Rooney_2La forza di un film come “Carol”, ambientato nei primi anni ’50, deriva in buona parte dal fatto di provenire direttamente da quegli anni. Lo script di Phyllis Nagy, infatti (“Carol” è il primo film di Todd Haynes la cui sceneggiatura non porta la sua firma), è tratto dal secondo romanzo di Patricia Highsmith, “The price of salt” (questo il titolo col quale fu originariamente pubblicato nel 1952), un romanzo che la scrittrice – nonostante il grande successo dell’esordio, portato sullo schermo da Hitchcock – ebbe non poche difficoltà a pubblicare, riuscendo infine a farlo sotto pseudonimo, a causa del suo soggetto omosessuale in contrasto con la morale puritana dell’epoca.

Carol è Cate Blanchett, in un’altra delle sue superbe interpretazioni (solo pochi giorni fa l’avevamo ammirata in “Truth”). Una donna altoborghese in crisi con il marito e con una bambina piccola, consapevole sin da giovane della propria omosessualità, la quale prova attrazione, ricambiata, per Therese (Rooney Mara, premiata al festival di Cannes per la sua stupenda interpretazione), giovane commessa del reparto giocattoli di un grande magazzino di Manhattan. Carol: caso vuole che il nome …continua a leggere su OndaCinema.

La ricerca dell’identità e la potenza delle storie semplici. Incontro Con Todd Haynes

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Haynes_primo_pianoAlla X edizione della festa del cinema di Roma, il pubblico ha avuto l’occasione di partecipare a una masterclass del regista statunitense indipendente Todd Haynes (“Safe“, 1995; “Velvet Goldmine“, 1998; “Lontano dal paradiso“, 2002; “Io non sono qui“, 2007), in occasione della presentazione del suo ultimo film “Carol”, con Cate Blanchett e Rooney Mara.  Ne è emerso un ritratto pieno, ricco e sfaccettato di un autore che non si sottrae al parlare della propria poetica, anzi ama mettersi a nudo, contrariamente a molti colleghi.

Qui una sintesi di un confronto che ha spaziato da Antonioni a Fassbinder, da Douglas Sirk a David Lean. Su OndaCinema.

“The Whispering Star”. Il nuovo Sion Sono tra elegia e umanesimo.

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whispering_star_2Visto in anteprima italiana alla X edizione della festa del cinema di Roma, nel nuovo film di Sion Sono, il suo primo del tutto indipendente, siamo di nuovo a Fukushima, trasfigurata in monito e metafora. Sion Sono azzera il proprio cinema e lo innova con un’ode alla memoria, un’elegia fantascientifica intrisa di umanesimo.

“Questo è un film sui ricordi”, dice Sion Sono nelle note di regia. “Una preghiera per tutte le genti nel mondo che vivono sotto minaccia ogni giorno”. “The whispering star” è stato girato in gran parte nella regione di Fukushima, colpita dallo tsunami dell’11 marzo 2011. Vi recitano le persone che vivono, oggi, in quei luoghi. Persone le cui abitazioni sono state distrutte o evacuate, che insistono a vivere lì dove sono le loro radici. Gli scenari delle sequenze non ambientate nello spazio, in questo eccentrico film di fantascienza, sono le lande desolate della regione di Fukushima, con le loro abitazioni distrutte, i relitti delle barche ancora dispersi sulla terraferma.
Si respira sempre più aria di post-apocalisse nel Giappone di Sion Sono, e Fukushima è diventata …continua a leggere su OndaCinema.

Profondità di tempo. “Ritorno alla vita” (“Everything will be fine”) di Wim Wenders.

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Profondità di campo, profondità di tempo. Wenders usa congiuntamente il 3D e le ellissi per creare straniamenti spaziali e temporali, suggerire disorientamento emotivo, restituire l’inafferrabilità del tempo e dunque della vita. Un modo nuovo per parlarci, come molte altre volte, di esistenze sospese e, soprattutto, della paura e del bisogno della paternità.
L’effetto è di trattenere le emozioni e farle pulsare sottotraccia: “Ritorno alla vita” è tutt’altro che un film raggelato. Come diceva Bresson, “produce emozione attraverso una resistenza all’emozione”. Ho provato ad approfondire questo punto di vista su Cineforum Web.

Qui la mia recensione.