Oscar
“Room”: accogliere il mondo.
Un’agente di polizia intima di tacere a un collega superficiale e rinunciatario, mentre cerca di dare senso alle parole confuse di Jack, il bambino protagonista di Room, che vede il mondo per la prima volta. Da ottima detective, in pochi istanti decodifica informazioni all’apparenza incomprensibili che il collega riteneva prive di senso. C’è, in questa donna, ottimismo, determinazione e grande senso pratico. Oltre a un’intesa immediata e materna con Jack. Poco dopo, il nonno di Jack non riesce a sopportare la paternità biologica del nipote, e si fa da parte impacciato, incapace di dire una parola. Queste attitudini rinunciatarie (quella del poliziotto e del nonno) sono entrambe aspetti di un modo di affrontare il mondo con scarsa sensibilità, con scarsa propensione al qui e ora, all’apertura, all’ascolto e all’accoglienza.
La stanza del titolo è quella dove è nato e cresciuto Jack (lo straordinario Jacob Tremblay), recluso per anni insieme alla madre (Brie Larson, appena premiata con l’Oscar). Al compimento del quinto anno di Jack, …continua a leggere su Cineforum
14 grandi film
21. CITIZENFOUR di Laura Poitras
Il film che ha strameritato l’Oscar per il miglior documentario. Efficace a riguardo la sintesi di Giancarlo Usai: “ricostruisce, con minuziosità e senza mai rinunciare a una narrazione avvincente da grande schermo, lo scandalo Nsa e la vicenda umana e professionale di Edward Snowden. Un documentario che è prima di tutto un reportage dettagliato, certo, ma che ha il piglio e il ritmo di un vero e proprio thriller. La bravura della Poitras sta proprio in questo saper raccontare eventi reali, senza mai renderli artefatti, eppure tenendo sempre alta la tensione in chi guarda”. Aggiungo: un film di importanza enorme, come documento in presa diretta di una vicenda che deve essere paradigma dello stato delle cose per quanto riguarda la limitazione delle libertà individuali dopo l’11 settembre.
20. KREUZWEG – LE STAZIONI DELLA FEDE di Dietrich Brüggemann
Un’opera estrema. Una di quelle che basta un minimo spostamento della propria prospettiva per ritenerla in malafede o, viceversa, assolutamente onesta. Propendo decisamente per la seconda interpretazione. Sarebbe scorretto interpretare il film come un pretestuoso atto d’accusa verso la religione. Invece si tratta di un’accusa perentoria dell’ottusità disumana di chi ha bisogno di aggrapparsi al dogma e al proprio esclusivo settarismo pur di mantenere un volto e riconoscersi allo specchio. Non è un discorso di fede, quanto di identità. Declinato con una messa in scena composta di piani sequenza glaciali, con uno sguardo impietoso, asciutto, ma colmo di intransigenza e, al contempo, persino di ironia.
19. WHILE WE’RE YOUNG (“GIOVANI SI DIVENTA”) di Noah Baumbach
Il regista di Brooklyn realizza il suo film più riuscito sul tema del conflitto generazionale, plasmando al solito con agile duttilità personaggi in bilico fra speranza e disillusione, ambizione e inettitudine, nei cui ritratti è maestro. Percepiamo in Baumbach un’eco rohmeriana per la capacità di mantenere un’ambiguità di fondo che lascia allo spettatore la libertà di stabilire quanto siano più o meno avvilenti, tirate le somme, i ritratti di queste anime in preda alla smania di realizzarsi, di cui la vanità irresistibile di New York è combustibile principale.
18. LA LEGGE DEL MERCATO di Stéphane Brizé
Questo grande film ha tre assi nella manica, uno dei quali è la superba interpretazione di Lindon (premiata a Cannes). Gli altri due sono l’intreccio – che non vale per le implicazioni socio-economiche, quanto per quelle morali (siamo dalle parti dei Dardenne, o anche di un diabolico episodio del “Decalogo” di Kieslowski) – e una messa in scena inventiva, perpendicolare (Lindon recita quasi sempre di profilo). Quando è frontale, i personaggi sono schiacciati insieme ai loro destini. Fino all’ultima scena dove, forse…
17. BIRDMAN di Alejandro González Iñárritu
Hollywood ha ringraziato questo make up del supereroe sulle sponde dell’Hudson. Il teatro “colto” di Broadway rappresenta l’illusione intellettuale di New York di essere affrancata dalla volgarità da blockbuster essenza dell’american dream al di là delle sponde dell’Hudson. Si sa: gli USA detestano i newyorkesi, considerandoli snob e altezzosi, mentre i miti e i sogni degli statunitensi coincidono con quelli che da sempre fabbrica Hollywood. “Birdman” non attacca più di tanto il mito di Hollywood (anzi, come dimostrail finale, lo fa beffardamente trionfare): ma questo non è un limite, anzi rende fertile e stimolante un’operazione genialmente ironica almeno quanto è ambiziosa nella (senza dubbio strepitosa) messa in scena.
16. YOUTH – LA GIOVINEZZA di Paolo Sorrentino
L’accostamento a “Birdman” non è casuale: si tratta di due gioie per gli occhi, per quanto molto autocompiaciute. E anche se il film di Sorrentino non punta al tour de force come prova di regia, per entrambi i film il narcisismo degli autori costituisce uno stesso identico limite. Tuttavia, Sorrentino è stato gravemente frainteso in Italia. Questo è uno dei suoi lavori più complessi e maturi (sì: più maturo de “La grande bellezza”). Mi pare davvero che in pochissimi, se mai qualcuno, abbiano evitato di soffermarsi sui vezzi e le stranezze del consorzio umano descritto dal regista napoletano, per dare piuttosto peso adeguato al cuore del racconto: la descrizione di due opposti modi di invecchiare da parte di due artisti. Il primo (Keitel) centrato sulla vanità e sul narcisismo, l’altro, invece, che rimane uomo prima che artista. E il finale, lungi dall’essere un tornare sui propri passi, è invece il magnifico approdo di un doloroso e intimo percorso che ha portato il personaggio interpretato da Caine a comprendere che, malgrado tutto, per vivere è necessario che anche lo spettacolo vada avanti.
15. NON ESSERE CATTIVO di Claudio Caligari
Per come la vedo io, gli eccellenti riscontri di critica è più che probabile derivino anche dall’esser tutti un po’ influenzati dalla sorte sfortunata di Claudio Caligari (prima ancora che come uomo come cineasta, s’intende). Ma questo suo postumo finire sotto i riflettori ci ha regalato anche l’opportunità di rivalutare – nel suo film senz’altro più maturo, se non più importante – la specialità di uno sguardo altro, diverso da tutto il panorama italiano che lo circonda: uno sguardo appassionato, privo di vezzi e privo di orpelli, che è anzitutto uno sguardo profondamente umano, colmo di pietas e carico di pathos.
14. TURNER di Mike Leigh
Il ritratto di un uomo che cercava l’assoluto nella luce e nella natura indomabile, solitario per vocazione. Un ritratto che non sarebbe completo se privo del fondamentale contrappunto fornito dallo sguardo vigile, anche se apparentemente inconsapevole e ottuso, di un’umile serva. Leigh nobilita straordinariamente questa figura: a lei, non per nulla, dedica l’ultima inquadratura. Come a Mary in “Another Year”. A Leigh sono sempre stati maggiormente a cuore i più umili. E forse è in lei che occorre scorgere la protagonista nascosta di “Turner”, l’elefante africano travolto dalla tempesta di neve, senza il quale non sospetteresti l’esercito di Annibale. Vedi recensione su Ondacinema (link dal titolo).
13. INHERENT VICE (“VIZIO DI FORMA”) di P.T. Anderson
Dopo due capolavori immensi, P.T. Anderson ha fatto un film che conferma le doti e la versatilità eccezionale di quello che è il più grande regista statunitense della sua generazione. A partire da “There will be blood” (“Il petroliere”) Anderson ha iniziato una rilettura dell’evoluzione degli Stati Uniti secondo una prospettiva in cui paiono centrali i rapporti di potere fondati sulla persuasione e sul dominio psicologico. Gli ultimi tre film fotografano tre tappe successive. “Il petroliere” è il contro-racconto dell’espansione territoriale e capitalista fondata sul mito del self-made man; “The master” si tuffa nei lati oscuri dell’espansione economica degli anni ’50. “Inherent vice” punta a svelare il vizio intrinseco della controcultura, all’alba del riflusso (siamo nel 1970), confrontandosi con i segnali della frantumazione dell’ultimo grande sogno americano, quello utopico dei sixties. Qui, un approfondimento sugli ultimi tre lungometraggi di Anderson.
12. VULCANO – IXCANUL di Jayro Bustamante
Vulcano – Ixcanul”, concentrato sulla marginalità dell’etnia maya nel Guatemala, è uno splendido esempio di come possa farsi grande arte con uno sguardo aderente al reale, anche se scevro da ogni logica documentaristica. Bustamante cala una storia paradigmatica e archetipica di contrasto fra comunità e individuo, eviscerando tutte le contraddizioni fra l’importanza della libertà individuale e quella della salvaguardia delle comunità locali, fra modernità e tradizione; in un amalgama fra natura e civiltà, che travalica la denuncia. Un’opera insieme visionaria e realista, splendida negli aspetti stilistici quanto fondamentale per quelli socioculturali. Se lo colloco così in alto è anche per premiare una cinematografia “marginale”, di un’area cinematograficamente parlando in grande fermento (l’America latina); e anche la coraggiosa distribuzione italiana.
11. PER AMOR VOSTRO di Giuseppe M. Gaudino
Anna è donna, donna del Sud, madre. Il personaggio è valso a Valeria Golino il premio per la miglior interpretazione a Venezia. Quella di Per amor vostro, film materico, imbevuto di Napoli, del suo ventre, del suo sottosuolo, è la storia di un’inaspettata redenzione da parte di una madre la cui forza è l’amore felicemente istintivo per i figli. Per amor loro, il suo bisogno di fuga si concretizza in un riscatto civile e morale, che è anzitutto il riscatto della donna sul maschio – che sia fratello, marito o amante. Spesso, non a caso, strozzino. Vedi recensione su Cineforum (link dal titolo).
10. EVERY THING WILL BE FINE (“RITORNO ALLA VITA”) di Wim Wenders
Il film stilisticamente più innovativo dell’anno (anche se il soggetto non è altrettanto clamoroso), è questo secondo esperimento di Wenders con il 3D, dopo il clamoroso documentario “Pina”. Wenders apre il 3D a un dialogo con la dissolvenza, le sovrimpressioni, la fotografia, i riflessi, i riquadri nel quadro, e naturalmente con la profondità di campo. Particolarmente insistito, il ricorso all’uso dello zoom avanti/carrello indietro – come in “Vertigo” – che, in 3D, contribuisce al disorientamento emotivo su cui tutto il film è fondato. A parte l’uso disarticolante ed estremo (e provocatorio) di Godard, questo è il film in cui l’uso del 3D è il più bello che sia mai stato fatto sinora. Vedi recensione su Cineforum (link dal titolo).
9. THE WALK di Robert Zemeckis
3D di grande impatto, che esalta una visione cui è straordinariamente funzionale. Ma non è questo il merito di “The walk”, che – sin dalla sua strutturazione narrativa e scenografica – è soprattutto un bellissimo inno al Cinema. Alla sua capacità di farci sognare e di lasciare che i sogni siano immortali. Le persone invecchiano; tutti un giorno moriremo. I miti crollano, come le torri. Ma l’accesso ai miti è eterno. L’ultima scena di “The walk” è memorabile, e dice tutto a riguardo. La libertà di sognare e la pervicacia di seguire i propri sogni dona valore alla vita (alla vita, non alla morte).
8. TIMBUKTU di Abderrahmane Sissako
Sissako è regista enorme, e la messa in scena di “Timbuktu” è pazzesca. La scelta dei campi, dai primi piani ai campi lunghissimi, lascia senza parole. Niente di mai visto, ma davvero da togliersi il cappello. Dopo averlo rivisto, è cresciuto nella mia già alta considerazione. Ed è davvero tanto importante un’opera che oggi ci prova a raccontare un fenomeno complesso come quello lì, che le tragedie più terribili li crea in posti come il Mali, non tanto a Parigi (per quanto grave sia quanto accaduto).
“Birdman”: un faustiano trionfo dell’american dream?
Nel proliferare di pareri e opinioni su “Birdman”, film ammirato e disprezzato in egual misura per un unico vero motivo di fondo (l’autocompiacimento evidente di un regista ambizioso), non mi pare sia stato molto notato l’aggancio ad uno dei più celebri musical in scena a Broadway da decenni: “Il fantasma dell’opera”. Eppure Iñarritu lo mette ripetutamente sotto gli occhi, facendo svolgere tutto il suo film nel teatro che fronteggia quello in cui si rappresenta il musical, la cui icona (la maschera azzurrina del fantasma) è posta più volte in evidenza nel corso del film. Il protagonista di “Birdman” Riggan Thomson si muove nel suo teatro attraverso labirintici cunicoli, come il fantasma nel romanzo di Leroux da cui il musical è tratto*. Entrambi – Thomson/Birdman e il Fantasma dell’opera – sono alle prese con la definizione di un capolavoro artistico nei sotterranei di un teatro; i superpoteri ereditati da Birdman di cui Thomson vorrebbe disfarsi fanno il paio con quelli di cui a volte si serve il fantasma; infine entrambi, nell’ultima scena, si volatilizzano, e il loro svanire è come il marchio della loro inafferrabilità di fondo.
La scissione di Thomson in due personalità sembra riportare a quella fra i due personaggi che, nel “Fantasma dell’opera”, si contendono la bella Christine, e che sono entrambi incarnazioni diverse dell’archetipo della “bestia” con cui flirta la “bella” (“bestia” fisica il Fantasma, “bestia” morale Raoul). Thomson è smarrito nella scissione tra l’ansia di vanagloria artistica con la quale sta cercando di rifarsi una carriera e la tentazione costante e subdola di tornare a identificarsi con il suo alter ego super(omistico)/eroico.
E la bella Christine del “Fantasma”, chi è nel film di Iñarritu? Ironicamente la “bella” Christine è la “brutta” Tabitha Dickinson, l’inflessibile critica del New York Times, la quale terrorizza Thomson con la convinzione che dalla sua recensione dipendano le sorti dello spettacolo. E’ proprio la conquista del suo cuore l’ossessione più profonda di Thomson.
USA vs NYC
“Birdman” è la metafora, furba ma affascinante, con la quale Iñarritu cortocircuita Hollywood e Broadway. Los Angeles e New York: la polarità non è, banalmente, fra cinema e teatro, ma fra i due poli (apparentemente) opposti dell’America dello spettacolo e della cultura di massa. Un’America che è molto meno scissa fra quei due poli di quanto vuole apparire. Se Hollywood rappresenta l’arte asservita all’industria, al dollaro, ciò che si mette in scena nell’intellettualistica New York, con le sue contraddizioni (anzi grazie a esse) possiede il fascino e anela allo status dell’autentica arte. Ed è quello che crede Thomson quando non è Birdman: nei momenti, cioè, in cui appare ossessionato dalla vanagloria dell’autentico talento (della quale tutti gli rimproverano non solo la puerilità, ma anche l’artificiosità, facendogli notare, di fatto, la sua assenza di talento). Ecco: questa condizione è un po’ quella in cui Iñarritu vede imprigionata New York; inclusa, ovviamente, la Tabitha del New York Times.
Il vero motivo di interesse di “Birdman” sta quindi nel suo ritratto/disvelamento delle fragilità della Grande Mela, che ne conferma le contraddizioni e, in definitiva, l’enorme fascino. Gli USA, si sa, detestano i newyorkesi, considerandoli snob e altezzosi. Il blockbuster supereroistico è un vestito che calza a pennello agli Stati Uniti, Paese i cui miti e sogni coincidono con quelli che da sempre fabbrica Hollywood. “Birdman” non attacca più di tanto il mito di Hollywood (anzi, come dimostra bene il finale, lo fa beffardamente trionfare). Le contraddizioni di cui si nutre New York vengono invece scovate e rivoltate come un calzino. Il teatro “colto” di Broadway rappresenta l’illusione intellettuale di New York di essere affrancata dalla volgarità da blockbuster nella quale si rivela (a suo modo candidamente) l’essenza dell’american dream al di là delle sponde dell’Hudson. Iñarritu a New York è come se dicesse: “svegliati, esci dal Novecento, calati dalla torre d’avorio, accetta che la celebrità è oggi data dai clic e dalle visualizzazioni sui social”. Ammetti, finalmente, che a trionfare è stata sempre e sempre sarà, che tu lo voglia o meno, la fabbrica dei sogni.
Birdman si è preso gioco di Thomson per rifarsi una maschera, e viene acclamato dal New York Times che ha penosamente equivocato il significato di un grottesco suicidio che Thomson non ha avuto il coraggio di compiere. Birdman infine si dilegua: inafferrabile e immortale come lo spirito dell’american dream. Thomson dunque trionfa veramente nel momento in cui getta la maschera da “artista impegnato” e riconosce che la sua vera identità è quella di Birdman. Ossia cede alle lusinghe faustiane dell’uomo uccello che è in lui, il solo in grado di librarlo alto sui cieli dell’America (e di New York). Che tutto ciò è detto con ironia è il segno che Iñarritu svolge (meglio: ambirebbe a svolgere…) il ruolo dell’osservatore esterno. Ma lo fa senza scrollarsi di dosso un’ambiguità di intenti che non gli giova. Ciò che trovo fastidioso nella sua ambiguità è che, più che della realtà di cui parla, ciò che è ambiguo è il suo punto di vista. Iñarritu sembra stare con New York, da cui è indiscutibilmente affascinato, però si compiace nel farsi bello agli occhi di Hollywood, facendola persino “vincere” sull’avversaria (in quella che vorrebbe essere una critica all’America stessa).
Intanto Hollywood ringrazia di questo ambiguamente geniale “make up del supereroe sulle sponde dell’Hudson”, mentre noialtri stiamo ancora a perderci intorno a discorsi, che non centrano la questione, sul reale valore del talento di un regista autocompiaciuto che vuole sedurre con avvolgenti piano-sequenza. Eppure, è evidente, Iñarritu non vuol essere il Sokurov di “Arca Russa”, semmai il proprio connazionale Cuaròn (premiato anche lui grazie all’uso del piano-sequenza), che eguaglia nel portare a casa la statuetta per la miglior regia, a un anno di distanza.
Voto 7,5
* E’ addirittura possibile un rapporto tra il fantasma dell’opera e Batman (e “Birdman” rimanda a entrambi): leggo su wikipedia che il fantasma dell’opera – definito da Leroux “signore delle botole” – è “genuino precursore di Batman, l’oscuro vigilante ideato da Bob Kane e Bill Finger, che sembra apparire e scomparire attraverso botole nascoste nei vicoli cittadini”.