“Birdman”: un faustiano trionfo dell’american dream?

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BirdmanIl fantasma dell’opera.

Nel proliferare di pareri e opinioni su “Birdman”, film ammirato e disprezzato in egual misura per un unico vero motivo di fondo (l’autocompiacimento evidente di un regista ambizioso), non mi pare sia stato molto notato l’aggancio ad uno dei più celebri musical in scena a Broadway da decenni: “Il fantasma dell’opera”. Eppure Iñarritu lo mette ripetutamente sotto gli occhi, facendo svolgere tutto il suo film nel teatro che fronteggia quello in cui si rappresenta il musical, la cui icona (la maschera azzurrina del fantasma) è posta più volte in evidenza nel corso del film. Il protagonista di “Birdman” Riggan Thomson si muove nel suo teatro attraverso labirintici cunicoli, come il fantasma nel romanzo di Leroux da cui il musical è tratto*. Entrambi – Thomson/Birdman e il Fantasma dell’opera – sono alle prese con la definizione di un capolavoro artistico nei sotterranei di un teatro; i superpoteri ereditati da Birdman di cui Thomson vorrebbe disfarsi fanno il paio con quelli di cui a volte si serve il fantasma; infine entrambi, nell’ultima scena, si volatilizzano, e il loro svanire è come il marchio della loro inafferrabilità di fondo.

La scissione di Thomson in due personalità sembra riportare a quella fra i due personaggi che, nel “Fantasma dell’opera”, si contendono la bella Christine, e che sono entrambi incarnazioni diverse dell’archetipo della “bestia” con cui flirta la “bella” (“bestia” fisica il Fantasma, “bestia” morale Raoul). Thomson è smarrito nella scissione tra l’ansia di vanagloria artistica con la quale sta cercando di rifarsi una carriera e la tentazione costante e subdola di tornare a identificarsi con il suo alter ego super(omistico)/eroico.

E la bella Christine del “Fantasma”, chi è nel film di Iñarritu? Ironicamente la “bella” Christine è la “brutta” Tabitha Dickinson, l’inflessibile critica del New York Times, la quale terrorizza Thomson con la convinzione che dalla sua recensione dipendano le sorti dello spettacolo. E’ proprio la conquista del suo cuore l’ossessione più profonda di Thomson.

USA vs NYC

“Birdman” è la metafora, furba ma affascinante, con la quale Iñarritu cortocircuita Hollywood e Broadway. Los Angeles e New York: la polarità non è, banalmente, fra cinema e teatro, ma fra i due poli (apparentemente) opposti dell’America dello spettacolo e della cultura di massa. Un’America che è molto meno scissa fra quei due poli di quanto vuole apparire. Se Hollywood rappresenta l’arte asservita all’industria, al dollaro, ciò che si mette in scena nell’intellettualistica New York, con le sue contraddizioni (anzi grazie a esse) possiede il fascino e anela allo status dell’autentica arte. Ed è quello che crede Thomson quando non è Birdman: nei momenti, cioè, in cui appare ossessionato dalla vanagloria dell’autentico talento (della quale tutti gli rimproverano non solo la puerilità, ma anche l’artificiosità, facendogli notare, di fatto, la sua assenza di talento). Ecco: questa condizione è un po’ quella in cui Iñarritu vede imprigionata New York; inclusa, ovviamente, la Tabitha del New York Times.

Il vero motivo di interesse di “Birdman” sta quindi nel suo ritratto/disvelamento delle fragilità della Grande Mela, che ne conferma le contraddizioni e, in definitiva, l’enorme fascino. Gli USA, si sa, detestano i newyorkesi, considerandoli snob e altezzosi. Il blockbuster supereroistico è un vestito che calza a pennello agli Stati Uniti, Paese i cui miti e sogni coincidono con quelli che da sempre fabbrica Hollywood. “Birdman” non attacca più di tanto il mito di Hollywood (anzi, come dimostra bene il finale, lo fa beffardamente trionfare). Le contraddizioni di cui si nutre New York vengono invece scovate e rivoltate come un calzino. Il teatro “colto” di Broadway rappresenta l’illusione intellettuale di New York di essere affrancata dalla volgarità da blockbuster nella quale si rivela (a suo modo candidamente) l’essenza dell’american dream al di là delle sponde dell’Hudson. Iñarritu a New York è come se dicesse: “svegliati, esci dal Novecento, calati dalla torre d’avorio, accetta che la celebrità è oggi data dai clic e dalle visualizzazioni sui social”. Ammetti, finalmente, che a trionfare è stata sempre e sempre sarà, che tu lo voglia o meno, la fabbrica dei sogni.

Birdman si è preso gioco di Thomson per rifarsi una maschera, e viene acclamato dal New York Times che ha penosamente equivocato il significato di un grottesco suicidio che Thomson non ha avuto il coraggio di compiere. Birdman infine si dilegua: inafferrabile e immortale come lo spirito dell’american dream. Thomson dunque trionfa veramente nel momento in cui getta la maschera da “artista impegnato” e riconosce che la sua vera identità è quella di Birdman. Ossia cede alle lusinghe faustiane dell’uomo uccello che è in lui, il solo in grado di librarlo alto sui cieli dell’America (e di New York). Che tutto ciò è detto con ironia è il segno che Iñarritu svolge (meglio: ambirebbe a svolgere…) il ruolo dell’osservatore esterno. Ma lo fa senza scrollarsi di dosso un’ambiguità di intenti che non gli giova. Ciò che trovo fastidioso nella sua ambiguità è che, più che della realtà di cui parla, ciò che è ambiguo è il suo punto di vista. Iñarritu sembra stare con New York, da cui è indiscutibilmente affascinato, però si compiace nel farsi bello agli occhi di Hollywood, facendola persino “vincere” sull’avversaria (in quella che vorrebbe essere una critica all’America stessa).

Intanto Hollywood ringrazia di questo ambiguamente geniale “make up del supereroe sulle sponde dell’Hudson”, mentre noialtri stiamo ancora a perderci intorno a discorsi, che non centrano la questione, sul reale valore del talento di un regista autocompiaciuto che vuole sedurre con avvolgenti piano-sequenza. Eppure, è evidente, Iñarritu non vuol essere il Sokurov di “Arca Russa”, semmai il proprio connazionale Cuaròn (premiato anche lui grazie all’uso del piano-sequenza), che eguaglia nel portare a casa la statuetta per la miglior regia, a un anno di distanza.

Voto 7,5

* E’ addirittura possibile un rapporto tra il fantasma dell’opera e Batman (e “Birdman” rimanda a entrambi): leggo su wikipedia che il fantasma dell’opera – definito da Leroux “signore delle botole” – è “genuino precursore di Batman, l’oscuro vigilante ideato da Bob Kane e Bill Finger, che sembra apparire e scomparire attraverso botole nascoste nei vicoli cittadini”.

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