Il Porno-Teo-Kolossal secondo Ferrara. “Pasolini”: un Ferrara irriducibile e meno riconciliato che mai.

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Pasolini-nellomonimo-film-di-abel-FerraraC’è chi lo ha trovato ispirato (e vi ha “ritrovato” Ferrara dato in crisi o in caduta libera – ma non per tutti: in Francia ritengono i film dei suoi ultimi anni fra i suoi più belli) e chi un pasticcio quasi ingiudicabile.

Se è un “pasticcio”, è un pasticcio affascinante. Ma squilibrato. Ispirato, ma col singhiozzo.

Di “Pasolini” si ammira prima di tutto l’amore del regista per il suo personaggio: la passione profonda, l’attenzione al dettaglio, e l’amorosa ricostruzione di un contesto. Ci voleva, uno sguardo essenzialmente estraneo (per quanto attento) al contesto politico italiano, per poterlo sognare, Pasolini. Ci sta, un Pasolini-Dafoe che parla inglese, e solo ogni tanto (tranne che, non a caso, nelle ultime scene verso Ostia) spiccica qualche (patetica) frase in italiano (che il doppiaggio appiattirà). Il Pasolini di Ferrara poggia su due colonne: l’intuizione, presa da “Petrolio”, sulla morte della narrativa (e rispecchiata in qualche modo dal magma caotico del film), e, soprattutto, quella splendida intervista in cui non potrebbe essere riassunta meglio la sostanza dell’uomo, dell’artista, del pensatore – la sua impossibile riconciliazione con un mondo stupendo e amatissimo, che vedeva ormai in orrenda rovina.

Il personaggio, insomma, Ferrara l’ha centrato. Ma il film? “Pasolini” è viziato dallo stesso problema delle pellicole più coraggiose (e imperfette) di Ferrara (la maggioranza?). Molto coraggioso nel suo osare, nel suo non voler stare nei limiti di un canone e del già visto, il regista rimane – come è sempre stato – limitato dall’incapacità di disciplinarsi.
Del resto mai Ferrara sarebbe stato Ferrara, se avesse saputo controllarsi. In ciò che lo contraddistingue in positivo risiedono anche i suoi limiti: l’eccesso, l’irriducibilità, l’amore per il paradosso e la provocazione. Proprio per questo i suoi film sono destinati a dividere e a non mettere pace. Un po’ come Pasolini. Dal cui immenso genio, è ovvio, Ferrara resta distante anni luce. Questo suo film sembra limitarsi a non essere molto più che un sentito (sentitissimo), ispirato (a tratti) ma slabbrato e imperfetto “santino”.

Note a margine. Il film vive innegabilmente di alti e bassi. Due fra tutti. L’ultima scena, nella quale Adriana Asti nei panni di Susanna Pasolini piange la morte del figlio, è la più intensa del film. Scamarcio nei panni di Davoli è invece fuori parte in maniera imbarazzante: soprattutto se si ha l’infelice idea di piazzarlo accanto al vero Davoli, che invece fa superbamente se stesso nei panni dell’Epifanio di Porno-Teo-Kolossal.

Giudizio: 6,5

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