Fabbrica di sogni, deposito di incubi

Nolan, Europa e Hollywood

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Nolan, cineasta inglese capace di coniugare blockbuster e cifra autoriale: i suoi film, a partire da Memento (2000), sono prote­si a “ristrutturare il cinema hollywoodiano nella sua grandiosità mitopoietica”. Roy Menarini, Prefazione a Massimo Zanichelli, “Chistopher Nolan. Il tempo, la ma­schera, il labirinto”, 2015.

Scendendo nella mente fino a raffigurare le stanze più remote dell’inconscio, Inception mostra la potenza di un immaginario cinematografico che non ha perso la capacità di “andare in profondità, a sommuovere ter­ritori che non possiamo considerare meno ‘reali’ per il solo fatto di non essere immediatamente e direttamente impressionabili su una pellicola”. Leonardo Gandini, “Inception”, in L. Gandini (cur.), “Il cinema americano attraverso i film”, 2011.

L’ultimo Woody Allen

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Aveva ragione chi, nel 2001, notava come l’energia con cui Allen continuava a creare non consentiva “di sottovalutarlo e di escludere che il prossimo film [potesse] essere il capolavoro della quarta fase. O quello dopo, o quello dopo ancora”. Giacomo Manzoli, “Woody Allen”, in: Leonardo Gandini, Roy Menarini, “Hollywood 2000. Panorama del cinema americano contemporaneo. Generi e temi”, 2001.

Nel cinema degli ultimi 15 anni, Allen è riuscito probabilmente e definitivamente a “rein­serire l’autore nel reale, scollarsi dall’allenismo (e scrollarselo di dosso)” (Pier Maria Bocchi, “Woody Allen. Quarant’anni di cinema”, 2010).

Allen e Dostoevski

Match Point (2005) e Irrational Man (2015) rimandano esplicitamente a Delitto e castigo.

Per un ap­profondimento del rapporto fra Allen e Dostoevski: Federico Borin, “Delitti senza castigo. Dostoevskij secondo Woody Allen”, 2020.

“The Hateful Eight” e il cinema di Tarantino

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“Nessun altro genere riflette come il western il periodo in cui viene realizzato più di quello in cui è ambientato” (Q. Tarantino).

Il film è anche metafora di una società in cui “dominano il gio­co delle parti, le menzogne, i travestimenti, i doppiogiochismi, i trabocchetti, le pistole nascoste sotto i tavoli”. Alberto Morsiani, “Quentin Tarantino”, 2018.

Il cinema di P.T. Anderson

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. T. Anderson è teso ad “assediare i margini della forma-film (…), fusione a freddo tra esigenza della forma e disordine stilistico, tra le neces­sità del vero e l’astrazione più surreale, tra mantenimento in vita dei modelli ‘classici’ e la frammentazione brusca degli spazi e dei modi del racconto”. Franco Marineo, “Il cinema del terzo millennio. Immaginari, nuove tecnologie, narrazioni”, 2014.

The Master (P.T. Anderson, 2012)

Lo scacco di Dodd. Quell lo affascina, rappresenta una sfida, ma per tutto il film rimane “un uomo libero, troppo folle o semplicemente trop­po ottuso per essere sedotto dalla filosofia di Dodd”. Roberto Manassero, “Paul Thomas Anderson. Frammenti di un discorso america­no”, 2015.

David Lynch ritorna a Twin Peaks

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“Non so cos’è che mi attrae del Mago di Oz… ma credo che la chiave sia la ricerca della strada per tornare a casa” (David Lynch citato da Matteo Marino in “I segreti di David Lynch“, 2018).

Lynch ci chiede di trovare un legame “con l’eterni­tà dentro di noi. La sua opera indica che non siamo soltanto atomi isolati, e che se capiamo quel legame con l’eterno, saremo in grado di fare scelte migliori”.

R. Forster, citato in: D. Lynch, K. McKenna, “Lo spazio dei sogni”, 2018.

Il revival della fantascienza

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Nel secondo decennio del secolo, la fantascienza torna in auge dopo un periodo di contrazione nel decennio precedente. Probabilmente, per la fantascienza l’11/9 ha rappresentato “una sequenza talmente inimmaginabile e mostruosa (…) da sortire una censura profonda nei confronti del cinema spettacolare (…), [con­dizionando] attraverso un senso di colpa simbolico l’intero imma­ginario hollywoodiano” (Roy Menarini, “Cinema e fantascienza”, 2012. Nello stesso senso, sempre Menarini in “Il cinema dopo il cinema”, 2011)

L’horror nel secondo decennio del secolo

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L’horror funziona sempre benissimo a elaborare i traumi collettivi, ma presenta differenze rilevanti rispetto al decennio precedente, in proporzione all’allontanarsi dell’ombra dell’11/9, evento che aveva segnato a fondo il genere horror, come dimostra un testo chiave come “L’impero del terrore. Il cinema horror statunitense post 11 settembre” di Antonio José Navarro, pubblicato in Italia nel 2019

Il noir contemporaneo

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Affrontando il noir nel suo recentissimo volume dedicato ai sei decenni dal 1960 al 2020, estensione del precedente volume sul noir “classico” (“L’età del noir”), Renato Venturelli ricorre a una lettura estensiva del genere, che lo porta a coprire una quantità molto corposa di titoli, riuscendo in tal modo a scrivere una storia di 60 anni di cinema statunitense, in un “ininterrotto alternarsi di rinnovamenti, recuperi, metamorfosi e contaminazioni”.

Renato Venturelli, “Cinema noir americano. 1960-2020. Pulp, crime, neo-noir”, 2020

Sull’animazione: una base enciclopedica e due monografie

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Giannalberto Bendazzi, “Animazione. Una storia globale”, 2017

Christian Uva, “Il sistema Pixar”, 2017

Matteo Mazza, Simone Soranna, “DreamWorks Animation. Il lato chiaro della luna”, 2020

La violenza e l’esplicitazione della finzione

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La violenza e la morte costituiscono “il punto dove il cinema rivela inevitabilmente la propria natura illusionistica. (…) Nel momento in cui nel film appare il sangue (…), il pubblico viene messo improvvisamente di fronte all’evidenza che quanto avviene sullo schermo obbedisce ai criteri della finzione e alle regole di una messa in scena”.

Leonardo Gandini, Voglio vedere il sangue. La violenza nel cinema contemporaneo, 2014