Recensioni
“Take me back to reality!”. Lo splendido “Mia madre” di Nanni Moretti.
Racconto dell’elaborazione anticipata di un lutto e di un disorientamento esistenziale, “Mia madre” punta a disarmare la finzione, dismettere le maschere, perseguendo tenacemente l’autenticità: della vita come del cinema.
Il film più maturo e armonioso di Nanni Moretti; serio candidato alla Palma d’oro al prossimo festival di Cannes.
Qui la mia recensione, su Ondacinema:
MIA MADRE di Nanni Moretti.
Voto 9.
“La scomparsa di Eleanor Rigby”. Un’operazione cinematografica di valore, che riflette su relatività e libero arbitrio.
Il progetto dell’esordiente newyorkese Ned Benson è un film composto di due film, “Lei” e “Lui”, che racconta da due punti di vista diversi le vicende di una coppia che si è separata: è possibile scegliere di vedere per primo il film che si preferisce (è possibile pure vederne uno solo, anche se si perderà il senso e il fascino dell’operazione). La linea cronologica è sovrapposta, ma le vicende narrate sono autonome, e s’intrecciano solo in poche sequenze che vedono i protagonisti contemporaneamente in scena.
Esiste poi un film ulteriore, “Loro”: una selezione di sequenze di “Lei” e “Lui” in montaggio alternato, per una durata ridotta di oltre un terzo, a circa due ore. L’idea di montare e distribuire “Loro” è successiva e non rientra nel progetto originario.
Uscito in Italia direttamente in home video, al nome “La scomparsa di Eleanor Rigby” rispondono quindi due film distinti: il primo è composto da “Lui” e “Lei” congiuntamente, mentre l’altro film è “Loro”. “Lui” e “Lei” compongono a tutti gli effetti un’opera …continua a leggere su Ondacinema.
“Into the woods”. Gli effetti collaterali dei desideri.
La trasposizione del musical di Broadway del 1987 per mano di Rob Marshall (Chicago, Nine) è opera modesta e tutt’altro che memorabile, dalla regia pigra e svogliata. i suoi meriti sono ascrivibili principalmente allo script di James Lapine, autore delle liriche anche del musical, oltre a qualche buona interpretazione (prima fra tutte, infallibilmente, quella di Meryl Streep).
La RECENSIONE COMPLETA su Cineforum.
“Cloro”: il bell’esordio di Lamberto Sanfelice.
Il bell’esordio di Lamberto Sanfelice, presentato di recente con successo al Sundance Film Festival e al Festival di Berlino, è una promettente opera prima.
Accompagnandosi a quello fra sogno e destino, il dualismo acqua/montagna percorre tutto il film.
Un racconto di formazione in cui uno sguardo aderente alla realtà si coniuga felicemente ad alcuni suggestivi momenti espressionisti.
Qui la mia recensione:
CLORO, Lamberto Sanfelice, 2015
E qui la mia intervista con il regista:
“Nessuno si salva da solo”: la più deludente trasposizione di Castellitto dalla Mazzantini.
Mentre il romanzo “Nessuno si salva da solo” era secco, acido e crudele, il film, la cui regia è sciatta e svogliata, è sbagliato soprattutto per scelte di sceneggiatura che lo fanno scadere nel consolatorio.
Qui la mia recensione su Ondacinema:
NESSUNO SI SALVA DA SOLO, Sergio Castellitto
Voto 4
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“Jauja”, dove il cinema contemplativo di Lisandro Alonso incontra Borges
Aggiunto all’archivio dei capolavori l’ultimo film del regista argentino Lisandro Alonso, “Jauja”, un film che inizia come “Aguirre” di Herzog, prosegue come “Picnic ad Hanging Rock” di Weir, per finire in un modo che ricorda “Mulholland Drive” di Lynch. Ma sulla pellicola di Alonso, cineasta che da sempre corteggia fantasmi, aleggia soprattutto il fantasma del connazionale Jorge Luis Borges, gigante della letteratura del ‘900: il quale al mistero, e all’indecifrabilità dell’esistere, ha eretto impressionanti monumenti.
Buona lettura:
The Repairman: apologia dell’ingenuità
Inizio la mia collaborazione con Cineforum con questa recensione dell’esordio nel lungometraggio di Paolo Mitton, uscito in (pochissime…) sale lo scorso fine settimana. Un piccolo film, che una visione (e una maggior considerazione) la meriterebbe:
“Birdman”: un faustiano trionfo dell’american dream?
Nel proliferare di pareri e opinioni su “Birdman”, film ammirato e disprezzato in egual misura per un unico vero motivo di fondo (l’autocompiacimento evidente di un regista ambizioso), non mi pare sia stato molto notato l’aggancio ad uno dei più celebri musical in scena a Broadway da decenni: “Il fantasma dell’opera”. Eppure Iñarritu lo mette ripetutamente sotto gli occhi, facendo svolgere tutto il suo film nel teatro che fronteggia quello in cui si rappresenta il musical, la cui icona (la maschera azzurrina del fantasma) è posta più volte in evidenza nel corso del film. Il protagonista di “Birdman” Riggan Thomson si muove nel suo teatro attraverso labirintici cunicoli, come il fantasma nel romanzo di Leroux da cui il musical è tratto*. Entrambi – Thomson/Birdman e il Fantasma dell’opera – sono alle prese con la definizione di un capolavoro artistico nei sotterranei di un teatro; i superpoteri ereditati da Birdman di cui Thomson vorrebbe disfarsi fanno il paio con quelli di cui a volte si serve il fantasma; infine entrambi, nell’ultima scena, si volatilizzano, e il loro svanire è come il marchio della loro inafferrabilità di fondo.
La scissione di Thomson in due personalità sembra riportare a quella fra i due personaggi che, nel “Fantasma dell’opera”, si contendono la bella Christine, e che sono entrambi incarnazioni diverse dell’archetipo della “bestia” con cui flirta la “bella” (“bestia” fisica il Fantasma, “bestia” morale Raoul). Thomson è smarrito nella scissione tra l’ansia di vanagloria artistica con la quale sta cercando di rifarsi una carriera e la tentazione costante e subdola di tornare a identificarsi con il suo alter ego super(omistico)/eroico.
E la bella Christine del “Fantasma”, chi è nel film di Iñarritu? Ironicamente la “bella” Christine è la “brutta” Tabitha Dickinson, l’inflessibile critica del New York Times, la quale terrorizza Thomson con la convinzione che dalla sua recensione dipendano le sorti dello spettacolo. E’ proprio la conquista del suo cuore l’ossessione più profonda di Thomson.
USA vs NYC
“Birdman” è la metafora, furba ma affascinante, con la quale Iñarritu cortocircuita Hollywood e Broadway. Los Angeles e New York: la polarità non è, banalmente, fra cinema e teatro, ma fra i due poli (apparentemente) opposti dell’America dello spettacolo e della cultura di massa. Un’America che è molto meno scissa fra quei due poli di quanto vuole apparire. Se Hollywood rappresenta l’arte asservita all’industria, al dollaro, ciò che si mette in scena nell’intellettualistica New York, con le sue contraddizioni (anzi grazie a esse) possiede il fascino e anela allo status dell’autentica arte. Ed è quello che crede Thomson quando non è Birdman: nei momenti, cioè, in cui appare ossessionato dalla vanagloria dell’autentico talento (della quale tutti gli rimproverano non solo la puerilità, ma anche l’artificiosità, facendogli notare, di fatto, la sua assenza di talento). Ecco: questa condizione è un po’ quella in cui Iñarritu vede imprigionata New York; inclusa, ovviamente, la Tabitha del New York Times.
Il vero motivo di interesse di “Birdman” sta quindi nel suo ritratto/disvelamento delle fragilità della Grande Mela, che ne conferma le contraddizioni e, in definitiva, l’enorme fascino. Gli USA, si sa, detestano i newyorkesi, considerandoli snob e altezzosi. Il blockbuster supereroistico è un vestito che calza a pennello agli Stati Uniti, Paese i cui miti e sogni coincidono con quelli che da sempre fabbrica Hollywood. “Birdman” non attacca più di tanto il mito di Hollywood (anzi, come dimostra bene il finale, lo fa beffardamente trionfare). Le contraddizioni di cui si nutre New York vengono invece scovate e rivoltate come un calzino. Il teatro “colto” di Broadway rappresenta l’illusione intellettuale di New York di essere affrancata dalla volgarità da blockbuster nella quale si rivela (a suo modo candidamente) l’essenza dell’american dream al di là delle sponde dell’Hudson. Iñarritu a New York è come se dicesse: “svegliati, esci dal Novecento, calati dalla torre d’avorio, accetta che la celebrità è oggi data dai clic e dalle visualizzazioni sui social”. Ammetti, finalmente, che a trionfare è stata sempre e sempre sarà, che tu lo voglia o meno, la fabbrica dei sogni.
Birdman si è preso gioco di Thomson per rifarsi una maschera, e viene acclamato dal New York Times che ha penosamente equivocato il significato di un grottesco suicidio che Thomson non ha avuto il coraggio di compiere. Birdman infine si dilegua: inafferrabile e immortale come lo spirito dell’american dream. Thomson dunque trionfa veramente nel momento in cui getta la maschera da “artista impegnato” e riconosce che la sua vera identità è quella di Birdman. Ossia cede alle lusinghe faustiane dell’uomo uccello che è in lui, il solo in grado di librarlo alto sui cieli dell’America (e di New York). Che tutto ciò è detto con ironia è il segno che Iñarritu svolge (meglio: ambirebbe a svolgere…) il ruolo dell’osservatore esterno. Ma lo fa senza scrollarsi di dosso un’ambiguità di intenti che non gli giova. Ciò che trovo fastidioso nella sua ambiguità è che, più che della realtà di cui parla, ciò che è ambiguo è il suo punto di vista. Iñarritu sembra stare con New York, da cui è indiscutibilmente affascinato, però si compiace nel farsi bello agli occhi di Hollywood, facendola persino “vincere” sull’avversaria (in quella che vorrebbe essere una critica all’America stessa).
Intanto Hollywood ringrazia di questo ambiguamente geniale “make up del supereroe sulle sponde dell’Hudson”, mentre noialtri stiamo ancora a perderci intorno a discorsi, che non centrano la questione, sul reale valore del talento di un regista autocompiaciuto che vuole sedurre con avvolgenti piano-sequenza. Eppure, è evidente, Iñarritu non vuol essere il Sokurov di “Arca Russa”, semmai il proprio connazionale Cuaròn (premiato anche lui grazie all’uso del piano-sequenza), che eguaglia nel portare a casa la statuetta per la miglior regia, a un anno di distanza.
Voto 7,5
* E’ addirittura possibile un rapporto tra il fantasma dell’opera e Batman (e “Birdman” rimanda a entrambi): leggo su wikipedia che il fantasma dell’opera – definito da Leroux “signore delle botole” – è “genuino precursore di Batman, l’oscuro vigilante ideato da Bob Kane e Bill Finger, che sembra apparire e scomparire attraverso botole nascoste nei vicoli cittadini”.
“Whiplash”. Un film d’esecuzione, dove prevale il virtuosismo. In tutti i sensi.
Damien Chazelle, autore e regista di “Whiplash” (classe 1985), prima di dedicarsi al cinema ha studiato musica e si vede. Il film, ambientato nell’immaginario Shaffer Conservatory di New York, è in parte ispirato alle sue esperienze come batterista jazz nella Princeton High School Studio Band, e risente della formazione musicale del regista anche nella sua composizione: con i suoi continui cambi di ritmo, “Whiplash” procede e si sviluppa come il brano che gli dà il titolo. “Whiplash” (letteralmente, “frustata”) è una composizione di Hank Levy definita da Chezelle una dannazione per un batterista: “ancora oggi lo ricordo come un incubo, ma, nonostante questo, mette in mostra il talento di un batterista e la sua follia nella costante ricerca del ritmo“.
Il film ha una genesi curiosa: lo script era già pronto nel 2012, quando Chazelle presentò al Sundance un cortometraggio promozionale, che fu ben accolto, allo scopo di trovare produttori per realizzare il progetto che vide la luce due anni più tardi: di nuovo presentato al Sundance, ha ottenuto il gran premio della giuria e il premio del pubblico. La fortuna del film è poi continuata, con vari premi e candidature fra cui spiccano cinque nomination agli Oscar 2015, tra cui quella a miglior film.
La vicenda è incentrata su un percorso individuale di strenuo perfezionamento del talento, da parte del self made man di turno: Andrew, batterista d’immensa ambizione che …continua a leggere.
Voto 6,5
TURNER di Mike Leigh. Lo straordinario scabro ritratto di un uomo solitario, per cui il sole è dio. Prima del buio.
C’è una scena, in “Turner”, in cui il padre del pittore chiede a un interlocutore se riesce a scorgere l’elefante nel dipinto in cui il figlio ha ritratto la tempesta che coglie Annibale sulle Alpi. Ma la sagoma dell’elefante è troppo piccola, e il padre di Turner la addita compiaciuto. Mike Leigh chiede al suo spettatore la medesima attenzione al dettaglio rivelatore. Nel suo lavoro precedente, il bellissimo “Another Year“, il fulcro della storia verteva apparentemente sulla coppia di protagonisti, gli apparentemente amabili Tom e Gerri, così come in “Turner” il pittore è, naturalmente, al centro dell’attenzione. Ma Leigh ama celare in un personaggio secondario una specie di segreto, il solo a svelare pienamente il significato dei suoi film. In “Another Year” era Mary, l’amica di ceto inferiore, prima amata e poi respinta (salvo subdola pacificazione). In “Turner” analoga funzione è affidata… …continua a leggere
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