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La distanza fra Tsukamoto e Cronenberg, alla luce di Jung (“Tokyo Fist”, 1995).
La mia “pietra miliare” per OndaCinema, dedicata a “Tokyo Fist” di Shinya Tsukamoto, in cui provo a segnalare fra l’altro le distanze fra la poetica di Tsukamoto e quella del suo doppio canadese, David Cronenberg. E per farlo, chiamo in causa C.G. Jung.
TOKYO FIST di Shinya Tsukamoto.
Di seguito, un passaggio chiave:
“Cronenberg è da sempre pervicacemente nichilista: nei suoi film, i protagonisti tendono all’autodistruzione; il confronto con l’altro da sé (o con il proprio doppio, interiore o esteriore che sia) conduce all’annichilimento. Ciò con poche eccezioni, fra le quali rilevano “Scanners” (dove avviene una fusione simile a quella di “Tetsuo”), ‘A history of violence’, e per complessità tematica soprattutto “A Dangerous method“. Per Cronenberg, non c’è in genere mai una sintesi che dal confronto fra una tesi e la sua antitesi faccia scaturire un equilibrio: al contrario, il desiderio di fondersi con l’alterità in cui ci si specchia rende impossibile la stessa sopravvivenza. Trasposizione fedele del rapporto fra eros e thanatos descritto da Freud, il raggiungimento del massimo piacere in Cronenberg viene continuamente frustrato, in una tensione che, per pacificarsi, si abbandona alla pulsione di morte. I film di Tsukamoto sono impostati invece secondo un classico schema di tesi-antitesi-sintesi: e in questo, il cineasta giapponese è molto più ‘ottimista’ di Cronenberg”.
Recuperi #6. PRINCIPESSA MONONOKE, Hayao Miyazaki (1997).
Aggiunto nel data base degli “altri capolavori”, il film “Principessa Mononoke” (1997) di Hayao Miyazaki, corredato da una scheda critica con riferimenti anche a Terrence Malick:
Pellicola chiave nell’opera di Miyazaki, film covato per anni, immenso successo di pubblico in Giappone, “Mononoke Hime” – anche se nel cuore degli appassionati si è imposto “La città incantata” – è probabilmente il film più rappresentativo della poetica del Maestro. Quello in cui, con maggior profondità e complessità, con maggior ricchezza di sfumature e di registri narrativi, è dispiegato il tema del conflitto fra natura e civilizzazione umana. E’ anche il solo film in cui Miyazaki …continua a leggere.
Recuperi #5. ONIBABA, LE ASSASSINE, Kaneto Shindo (1964).
Aggiunto nel data base degli “altri capolavori”, il film ONIBABA di K. Shindo (1964), corredato da una breve scheda critica:
La prima parte di “Onibaba – le assassine” è un’angosciosa allegoria (magnifica, per essenzialità) di un’umanità che più hobbesiana non si può (lo stato di natura rousseuviano appare quanto mai una favola per bimbi), in cui due donne, lasciate sole dagli uomini partiti per una guerra senza luogo e senza tempo, uccidono …continua a leggere.
Recuperi #4. L’IDIOTA di Akira Kurosawa (1951).
Aggiunto nel data base degli “altri capolavori”, il film L’IDIOTA di A. Kurosawa (1951), corredato da una scheda critica:
La trasposizione di un capolavoro della letteratura è una scommessa difficilissima; ben che vada, si riesce a restituire un frammento della grandezza dell’opera originaria. Più si è fedeli, maggiore è il rischio di un bignami recitato; più ci si scosta, maggiore è il rischio di deturparne la grandezza. “L’idiota” di Kurosawa è l’eccezione a questa regola.
E tanto maggiore era la sfida, quanto più si considera che “L’idiota” di Dostoevskij è un’opera che ruota attorno a una figura …continua a leggere.
recuperi #3. MAX MON AMOUR di Nagisa Oshima (1986).
Aggiunto nel nuovo data base dei Registi, il film MAX MON AMOUR di N. Oshima (1986), corredato da una scheda critica:
Sorprendente sotto diversi punti di vista. Anzitutto, non è un film d’autore “classico”. Come sottolinea Jean-Claude Carrière (co-sceneggiatore di questo film, celebre per essere il co-sceneggiatore di alcuni degli ultimi capolavori di Bunuel), solo una certa idiozia critica insiste a inscatolare le opere firmate da un regista-autore nella poetica solo e solamente di quell’autore. Ora, l’incontro fra Carrière e Oshima ha prodotto un film “di Oshima” in parte molto diverso dal resto dell’opera di Oshima. Ma è un film …continua a leggere.
recuperi #2. L’IMPERO DEI SENSI di Nagisa Oshima (1976).
Aggiunto nel data base degli “altri capolavori”, il film ECCO L’IMPERO DEI SENSI di N. Oshima (1976), corredato da una scheda critica:
A fare di questo film – per la sua epoca più estremo di “Ultimo tango” o “Arancia meccanica” – un indiscutibile capolavoro della cinematografia mondiale non basta l’estenuata e rigorosissima messa in scena, sempre di altissima fattura e perfezione estetica. Se si trattasse semplicemente di questo, staremmo dalle parti di Borowczyk (grande esteta, e autore negli stessi anni ’70 di film molto espliciti). Non è estraneo al film neppure un discorso sociale (è un film politico, come tutto Oshima: lo vedremo tra poco). Ma c’è qualcos’altro …continua a leggere.
recuperi #1. La MEDEA di Lars Von Trier (1987).
Aggiunto nel data base degli “altri capolavori”, il film MEDEA di Lars Von Trier (1987), corredato da una scheda critica:
La chiave di lettura sta nella didascalia finale: “la vita umana è un cammino nel buio dove solo un dio può trovare la via. Ché quello che nessuno osa credere, Dio può farlo accadere“. Un miracolo, dunque. E quale miracolo mai è accaduto a Medea? Son forse risorti i suoi figli? E’ sceso un dio a fermarle la mano, come ad Abramo su Isacco?
Non sembra. Eppure Von Trier …continua a leggere
“Mountains May Depart”: lo sradicamento della Cina.
Il film che per molti avrebbe dovuto vincere la Palma d’Oro allo scorso festival di Cannes – dove Jia Zhang-Ke, acclamato come il più importante regista cinese della sua generazione, nonché, a parer mio, uno dei più importanti registi viventi, non ha ancora ottenuto il massimo riconoscimento. Questo “Mountains may depart” è il suo film probabilmente di maggior presa su un pubblico occidentale, anche per le sue sfumature melò, che facilitano il coinvolgimento emotivo dello spettatore.
Non è certamente per questa ragione, comunque, se mi è parso un autentico capolavoro. Uno fra i tanti firmati da Jia. E’, soprattutto, per la cristallina semplicità e chiarezza con cui Jia si esprime, racchiudendo in quest’opera l’essenza della propria poetica. La potenza è tale che non stonano neppure un paio di sottolineature didascaliche, anzi paiono effettivamente opportune.
Suddiviso in tre episodi, che dal 1999 conducono fino al 2025, è il racconto di uno sradicamento. I suoi tre movimenti registrano il passato che si sgretola, nel rinnegamento delle memorie e degli affetti. Sono i segni del progresso, il costo della modernità, le controindicazioni dello sviluppo – di cui Jia, da buon orientale ancorato a tradizioni millenarie, non vede “magnifiche sorti”. Una metafora universale, un monito valido non solo per la Cina contemporanea.
Qui la mia recensione, per OndaCinema.
Faber in Sardegna.
Il documentario su De André “Faber in Sardegna” è tutt’altro che eccezionale, anche se guardarlo mi ha ugualmente emozionato. Ne ho scritto su Ondacinema (qui la recensione). E’ uscito in sala accompagnato da un estratto dal concerto al Brancaccio dell’inverno del 1998, chiamato “l’ultimo concerto”. Ora è vero che era l’ultimo tour, però io partecipai – in prima fila – a un concerto del luglio successivo, e quello fu davvero l’ultimo concerto romano.
Quando seppi dell’inattesa morte di De André fu un lutto che mi ferì anche più di quello, quasi contemporaneo, di Stanley Kubrick. Ricordo che gli dedicai dei versi, ispirati proprio a quel concerto, l’unica occasione in cui potei incrociarlo.
Nel suo ultimo tour, Fabrizio a un certo momento usava alzarsi da sedia e, deposta la chitarra, si andava a sedere per terra in un angolo del palco. Lì interpretava “Sidùn”. Struggente, agghiacciante: il momento di maggior intimismo e pathos dell’esibizione.
Poco prima di iniziare il canto si riservava una breve pausa di silenzio. Noi guardavamo lui e, lui, a un certo punto, guardava noi. E libero da ogni turbamento, malgrado la drammaticità del canto che doveva seguire, accennava un sorriso denso di ironia, e consapevolezza infinita di tutti i mali, i dolori, di tutti i modi per prenderli in giro.
Qui la mia poesia Spettacolo di un’anima
Take a look at The other side. “Louisiana” di R. Minervini
Su Cineforum, la mia recensione del nuovo film di Roberto Minervini, “Louisiana” (“The other side“, il titolo originale), presentato a Cannes nella sezione Un certain regard. Un “documentario” che non si ferma davanti a nulla nell’indagare entro le pieghe di un’America derelitta e abbandonata a sé: “white trash” si dice, spregiativamente, a proposito di questa umanità, che Minervini osserva senza indulgenze e senza compiacimenti, in un progetto che, se non fa gridare al capolavoro come il precedente “Stop the pounding heart“, è però anche più coraggioso nel portare ancora più avanti un dialogo, quasi sperimentale, fra il reale e la sua messa in scena.
Qui la recensione del film.
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