Pillole di cinema

recuperi #1. La MEDEA di Lars Von Trier (1987).

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medeaAggiunto nel data base degli “altri capolavori”, il film MEDEA di Lars Von Trier (1987), corredato da una scheda critica:

La chiave di lettura sta nella didascalia finale: “la vita umana è un cammino nel buio dove solo un dio può trovare la via. Ché quello che nessuno osa credere, Dio può farlo accadere“. Un miracolo, dunque. E quale miracolo mai è accaduto a Medea? Son forse risorti i suoi figli? E’ sceso un dio a fermarle la mano, come ad Abramo su Isacco?
Non sembra. Eppure Von Trier …continua a leggere

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“Hungry hearts” di Saverio Costanzo: della claustrofobia dell’utero.

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hungry_heartsCostanzo disegna vite chiuse in gabbia, gabbie che sembrano partorite dalla mente di un personaggio e invece derivano dai nodi irrisolti tra il personaggio e chi lo circonda.

Mina passa da una gravidanza non desiderata a una dedizione totalizzante e patologica per il bambino. Il marito Jude precipita suo malgrado nella tela di ragno in cui lei ha trasformato le loro vite segregate. Lei dominata da una “femminile” irrazionalità, lui depositario della luce della ragione? Il film è tutt’altro che manicheo come sembra. Il razionalismo di Jude è progressivamente messo in dubbio, e inaspettatamente ci troviamo a empatizzare con Mina: nonostante l’insostenibilità delle sue posizioni, c’è qualcosa di storto nell’incomprensione di Jude. Il male si annida nel personaggio della suocera, messo bene a fuoco da Mina nell’inconscio sin dal giorno delle nozze. Il ritornare del figlio alla madre è segno della claustrofobia basilare: quella dell’utero. Una casa respingente, carica di sinistri trofei, e un sogno premonitore fanno il resto, verso un finale forse un po’ troppo tagliato con l’accetta. Resteranno vividi quei tristi irrimediabili tramonti sulla spiaggia di Coney Island, con i protagonisti ormai sconfitti.

Il film ha evidenti motivi di pregio nella messa in scena, claustrofobica sin dalla prima sequenza. La mano di un autore che parla anzitutto per immagini si vede nell’uso sapiente del long take e del grandangolo. Lo stile ricalca la paranoia di Mina, l’acme è raggiunto nella parte centrale, poi placarsi poi nella gelida deriva finale. Ha ragione chi scorge un omaggio a Polanski – non necessariamente quello di “Rosemary’s baby” (che è il rimando più ovvio) – così come ne “La solitudine dei numeri primi” erano anche ingombranti i rimandi a Kubrick.

Proprio la classe di Costanzo, la sua eccentricità nel panorama italiano, è anche il suo limite più grande: quando si emanciperà dai suoi grandi modelli, forse potrà regalarci un film molto importante, capace di imporsi anche per ciò che racconta e non, principalmente, per come lo racconta.

Voto 7

“Big Eyes”: tra sguardi malinconici di bimbi orfani e una donna incompresa, il cinema di Burton rimane popolato di freaks.

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BIG EYESE alla fine rimangono impressi soprattutto quei grandi occhi tristi, di tanti bimbi troppo a lungo rimasti orfani della propria madre, che non chiedevano altro se non di vedere riconosciuta la propria vera filiazione. Sono loro i “freaks” burtoniani, gli esseri diversi che catturano l’attenzione di tutti, ma che nessuno comprende e per questo sono irrimediabilmente tristi, condannati alla loro incompresa stranezza. Mi è parso evidente l’aggancio alla poetica di Burton in un film che di burtoniano ha obiettivamente poco, e per questo è stato apprezzato meno di quanto meritasse. Da più qualche anno Burton appare un po’ in crisi, desideroso di liberarsi dei propri stereotipi ma incerto sulla strada da prendere (ma “Dark shadows” è un gioiellino sottovalutato). Da apprezzare quindi il tentativo di emanciparsi, il coraggio di innovarsi, pur riconoscendo gli esiti in parte modesti dell’auto-rilancio di un autore che è stato grande altrove.

Ciò detto “Big Eyes” – ispirato a una vicenda reale paradigmatica sotto il profilo sociologico – merita di esser visto: una storia di riscatto, con la quale empatizzare, più particolare di quanto sembra a prima vista. “Riscatto” non solo femminile, non solo di un individuo. A essere riscattata è la verità in quanto tale, la verità dell’arte, quella della finzione. Cioè la sola che non può, non deve restare occultata. Perché è nella finzione dell’arte che si cela l’autenticità. E l’autenticità dei bambini tristi di Margaret Keane è quella di essere figli suoi e della sua malinconia di donna e di madre. Ovviamente quegli occhi, sgranati e senza lacrime, non sono che i suoi. E’ lei la donna diversa, dotata di una sensibilità artistica e afflitta anche per questo da complessi di colpa e di inadeguatezza, preda di incomprensioni: insomma un corpo estraneo nella superficie degli anni ’50, satura di ipocriti cromatismi. Eh no, anche stavolta Burton non si è liberato dei suoi personalissimi “freaks”, specchio profondo del suo intimo.

Voto 6

INTERSTELLAR. Nolan apre al cuore. L’amore salverà il mondo?

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interstellar_1024x748…L’amore salverà il mondo, ma Nolan ama ancora intrappolarsi dentro i labirinti spazio-temporali che contraddistinguono il modo, suo e del fratello, di concepire storie. E perciò ancora non ci regala quel capolavoro cui il suo cinema extra-Batman aspira con ambizione sconfinata. Comunque, anche se Nolan non è ancora in grado di attingere le vette della più alta arte cinematografica, assistere a pellicole come questa è pur sempre un’esperienza di grande cinema. “Interstellar” risucchia in un vortice spazio-temporale che non ha pudore di appoggiarsi in più di un momento a citazioni e omaggi dell’odissea kubrickiana (specie nel finale), con l’ambizione smisurata di andare addirittura oltre.

Al di là dei cubi di Rubick con cui Nolan ci lascia sempre a interrogarci fino al mal di testa sulle sue licenze, poetiche e scientifiche, e della sua fissa per le dilatazioni del Tempo (stavolta il gioco si chiama: teoria della relatività), al di là di tutto questo, la vera novità di “Interstellar” è scoprire che Nolan ha scoperto i sentimenti. E facendo dell’Amore il motore immobile del suo universo dove si muove tutto, termina il suo film in odore di “Solaris”, con un finale che quasi vorremmo immaginare sulla soglia di una dacia.

Una menzione poi la merita davvero quella biblioteca di babele di borghesiana memoria con funzione di stanza rococò kubrickiana, dove si coltiva la speranza che a guidare un senso nell’infinito proliferare dei segni possano essere solo le lancette dell’amore.

Insomma, Nolan, che dire. Non riesci mai a convincermi di aver fatto un capolavoro, ma la tua cerebrale visionarietà sa lanciare sempre forti suggestioni. E come per tutti i migliori prestigiatori, la grandezza del tuo valore sta forse proprio nella vertiginosa suggestione di non poter sapere se era solo un trucco, o era in parte vero, quel che ci hai voluto lasciare immaginare.

TRASH di Daldry: compromesso improbabile tra denuncia sociale e logica da blockbuster. Nel segno di “The millionaire”

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trashFestival di Roma 2014 – Il film di Daldry ambientato nelle favelas di Rio ha un ritmo impeccabile, e un gran senso della detection. E vanta un azzeccatissimo cast di ragazzini scelti e diretti a meraviglia. Ciononostante, mi dispiace ammetterlo, ma resta un compromesso pasticciato fra logica ed estetica da blockbuster Universal (qual è, di fatto) e aspirazioni di denuncia sociale. C’è un po’ di tutto: da “Gomorra” a “Il codice da Vinci” (!), passando per “City of God”. Ma a pesare come un macigno e adombrare il film, è il suo debito con “The millionaire”.
“The millionaire”, però, in fondo, era più onesto. Un omaggio a Bollywood, una storia d’amore, un riscatto economico. Finiva lì. Daldry vorrebbe invece fare molto più sul serio del suo connazionale Boyle. Ma è in fondo meno onesto nell’immergere il film in un alone di impegno sociale (dall’inizio attendiamo la piccola/grande vittoria morale con la denuncia del politico corrotto). Le tematiche sociali sono affrontate in modo alquanto grossolano.
Il finale di “Trash” si rivela in tutta la sua furbizia. Ma non è solo nel finale che la pellicola scade. I personaggi rimangono bidimensionali (il capo della polizia è troppo cattivo per essere vero). C’è una divisione tra buoni e cattivi tagliata con l’accetta. …E una serie di implausibilità sopra la media: come quando il piccolo eroe in nome della sua intuizione di giustizia accetta di farsi sparare (graziato per compassione), o una bambina aspetta al cimitero da non si sa quanti giorni (sembrava una presenza fantasmatica, anche per come viene presentata), e poi lancia una colonna di marmo come fosse un pezzo di polistirolo. Indifendibile.

Voto 5

Il Porno-Teo-Kolossal secondo Ferrara. “Pasolini”: un Ferrara irriducibile e meno riconciliato che mai.

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Pasolini-nellomonimo-film-di-abel-FerraraC’è chi lo ha trovato ispirato (e vi ha “ritrovato” Ferrara dato in crisi o in caduta libera – ma non per tutti: in Francia ritengono i film dei suoi ultimi anni fra i suoi più belli) e chi un pasticcio quasi ingiudicabile.

Se è un “pasticcio”, è un pasticcio affascinante. Ma squilibrato. Ispirato, ma col singhiozzo.

Di “Pasolini” si ammira prima di tutto l’amore del regista per il suo personaggio: la passione profonda, l’attenzione al dettaglio, e l’amorosa ricostruzione di un contesto. Ci voleva, uno sguardo essenzialmente estraneo (per quanto attento) al contesto politico italiano, per poterlo sognare, Pasolini. Ci sta, un Pasolini-Dafoe che parla inglese, e solo ogni tanto (tranne che, non a caso, nelle ultime scene verso Ostia) spiccica qualche (patetica) frase in italiano (che il doppiaggio appiattirà). Il Pasolini di Ferrara poggia su due colonne: l’intuizione, presa da “Petrolio”, sulla morte della narrativa (e rispecchiata in qualche modo dal magma caotico del film), e, soprattutto, quella splendida intervista in cui non potrebbe essere riassunta meglio la sostanza dell’uomo, dell’artista, del pensatore – la sua impossibile riconciliazione con un mondo stupendo e amatissimo, che vedeva ormai in orrenda rovina.

Il personaggio, insomma, Ferrara l’ha centrato. Ma il film? “Pasolini” è viziato dallo stesso problema delle pellicole più coraggiose (e imperfette) di Ferrara (la maggioranza?). Molto coraggioso nel suo osare, nel suo non voler stare nei limiti di un canone e del già visto, il regista rimane – come è sempre stato – limitato dall’incapacità di disciplinarsi.
Del resto mai Ferrara sarebbe stato Ferrara, se avesse saputo controllarsi. In ciò che lo contraddistingue in positivo risiedono anche i suoi limiti: l’eccesso, l’irriducibilità, l’amore per il paradosso e la provocazione. Proprio per questo i suoi film sono destinati a dividere e a non mettere pace. Un po’ come Pasolini. Dal cui immenso genio, è ovvio, Ferrara resta distante anni luce. Questo suo film sembra limitarsi a non essere molto più che un sentito (sentitissimo), ispirato (a tratti) ma slabbrato e imperfetto “santino”.

Note a margine. Il film vive innegabilmente di alti e bassi. Due fra tutti. L’ultima scena, nella quale Adriana Asti nei panni di Susanna Pasolini piange la morte del figlio, è la più intensa del film. Scamarcio nei panni di Davoli è invece fuori parte in maniera imbarazzante: soprattutto se si ha l’infelice idea di piazzarlo accanto al vero Davoli, che invece fa superbamente se stesso nei panni dell’Epifanio di Porno-Teo-Kolossal.

Giudizio: 6,5

Apes revolution: il pianeta delle scimmie diventa distopia del presente.

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apesSceneggiatura e dialoghi di rara intelligenza nel cinema mainstream medio, addirittura miracolosi in un blockbuster di questi sventurati tempi di sequel prequel reboot supereroi titani e fumettini tridimensionali.
Reeves è regista interessante sin dai tempi di Cloverfield, e qui ha il merito non piccolo di non uscire stritolato dalle spire della megaproduzione.
Si difende invece egregiamente, ci mette del suo e firma uno dei più bei film del marchio Planet of the apes.

Il precedente episodio era una semplicistica (e lieta) versione della lotta di classe scatenata dall’acquisizione della coscienza (di classe?). Ora si tratta di una più complessa (e realista) distopia, che racchiude un ritratto non banale delle dinamiche della pace e della guerra, delle ragioni non idealistiche ma concrete di chi supporta la pace, e dell’inevitabile concatenazione casuale di eventi attraverso cui la violenza finisce per imporsi e la guerra a divenire l’unica soluzione anche per chi l’aborrisce.
L’evoluzione del personaggio di Cesare, a questo riguardo, è paradigmatica. Cesare è saggio e “illuminato”: è bene che il potere lo riprenda e lo mantenga lui. E tuttavia, non c’è strada per il potere che non passi attraverso la sopraffazione e in certi casi l’omicidio. Ciò che era un vanto (“scimmia non uccide scimmia!”) dev’essere ora rinnegato.
Il messaggio politico è chiaro, ed è realista (qualcuno dirà pessimista). L’elemento di maggiore raffinatezza raggiunta da questo bel film.

Giudizio: 7