LA GRANDE BELLEZZA. Meriti e limiti dell’ultimo Sorrentino.

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Ho rivisto “La grande bellezza”. Me lo sono gustato. Terminata la visione, confermo le riserve della prima ora.

La promessa italiana per gli Oscar 2014 è sì diretto da dio, ha sì delle sequenze memorabili (soprattutto, aforismi memorabili). Ma, sinceramente, lo stile di Sorrentino arriva quasi a stuccare, nella sua maniera, per quanto si compiace di sé, sin dalla prima sequenza: con quelle avvolgenti carrellate, quelle prospettive alterate, quei movimenti di macchina con cui ti rapisce, dentro il quadro, incessantemente, quasi meccanicamente. Nell’ipnotica rapsodia di questo film, c’è ritmo e sapienza: e se alcune figure o episodi sono probabilmente troppo caricati, molti sono memorabili. Il limite del film non sta dunque nell’apparente inconcludenza del suo esser rapsodico. Anche “La dolce vita”, dichiarato riferimento e termine di paragone, era rapsodico. E non vorrei incorrere nell’equivoco per cui, secondo un severo Pasolini, l’affresco di Fellini non era un capolavoro, ma ne “La dolce vita” vi sarebbero stati piuttosto solamente “frammenti di capolavoro”.

Il limite del film di Sorrentino, che non mi appare il suo capolavoro, sta piuttosto nell’attenersi a un personaggio centrale mediocre, oltre che immobile, cui l’autore vuole bene come sempre con i suoi protagonisti, ma, stavolta, molto più bene di quanto meriti. Diversamente da quanto faceva Fellini con Marcello, Sorrentino è troppo bonario con il suo Jep Gambardella. Jep non è affatto diverso dalla mediocrità di cui si circonda. Non si salva neanche un po’, è co-responsabile. Non basta la sua graffiante ironia da Oscar Wilde dei giorni nostri. Anzi, tutta la sua consapevolezza, in realtà anziché distinguerlo in meglio, come invece Sorrentino ci fa credere, lo rende semmai più colpevole degli altri. Della propria ignavia, innanzitutto.

La società descritta da Sorrentino non è poi la nostra società, ma una sua sezione solamente. E’ l’élite bobo e radicl chic di una Roma affondata nel suo splendido marciume, da cui Sorrentino è troppo affascinato per accorgersi che questo spaccato sociale non funziona come parte per il tutto. Non rappresenta l’Italia del nostro tempo. “La grande bellezza” va allora circoscritto al ritratto, di squisito espressionismo, di una città Eterna nel suo putrido, ossimorico splendore. Oggi come ieri, e come secoli fa probabilmente. Un ritratto, quindi, non universale, come un capolavoro dovrebbe essere. Per giunta, un ritratto manierato, e a tratti persino indulgente.

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