2012-’13: UN ANNO AL CINEMA. PARTE PRIMA

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Premessa.

E’ di moda, in chiusa d’anno, far classifiche per l’anno solare. Io invece mi atterrò al buon vecchio anno “scolastico”. Anche perché, al cinema, in Italia soprattutto, la stagione inizia dopo ferragosto, per spegnersi lentamente, a luglio, nelle metropoli abbacinate dal solleone.
E poi, un appassionato, vuol recuperare in home video tutto quanto si è perso prima dell’estate. I quattro mesi trascorsi da agosto lo consentono (almeno in parte).

Semmai, ci sarebbe da opinare sul senso di un bilancio centrato sulla stentata distribuzione italiana, nell’era del download e dello streaming. Se poi si ha la fortuna di frequentare un festival e si vogliono far rientrare nel proprio bilancio annuale film che mai sono usciti nelle sale, i conti tornano poco, a meno di non dirselo chiaramente: il campione preso in esame è del tutto personale.
E’ un gioco. E un modo per sistematizzare le visioni, e rivalutarle con un po’ di distacco.

I film che ho visto e che ho recuperato, della scorsa annata, son per ora 66. Più un’altra decina, visti al festival del cinema di Roma del 2012. Non sono ancora riuscito a recuperare alcuni oggetti del desiderio, fra i quali mi aspetto grandi cose soprattutto dal vangelo sardo di “Su Re” e dall’orso d’oro 2013 “Il caso Kerenes”. Poi, ovviamente, non so dirvi nulla di quelli che ho deliberatamente evitato – pur nella consapevolezza che escludere comporta il rischio di mancare il capolavoro inaspettato. Ma abbiate pazienza: le commediole italiote, come le legioni dei blockbuster giocattoloni, proprio non fanno per me.

La Top Ten

Amour-1 La scorsa stagione ci ha regalato una pietra miliare: “Amour” di Michael Haneke. Insostenibile nella nudità cristallina del suo sguardo, forma, insieme a “Il nastro bianco”, la coppia dei massimi capolavori del Maestro austriaco. Mi sono chiesto a lungo se davvero un capolavoro come questo, di un cineasta con evidenti debiti verso giganti come Dreyer, Bresson e Bergman, sia una pietra miliare del cinema del XXI secolo. Il timore è sempre quello di giudicare con occhi abituati al già visto. Ma poche storie: lo sguardo di Haneke, pur con le sue ascendenze, è moderno e attualissimo, indispensabile e paradigmatico: non sarà il cinema del futuro, ma è la quintessenza del cinema di oggi.

Un gradino più in basso, sette capolavori. Uno viene dall’Italia, ed è “Reality” di Matteo Garrone, sicuramente il più importante dei giovani registi italiani.

holy-motors-locandinaSe in “Amour” risuona l’eco dei giganti, la medaglia d’argento va a un film inclassificabile, uno di quei manufatti artistici che sembrano arrivare da un altro pianeta. Un altro pianeta dove ci conoscono benissimo. “Holy Motors” ha mandato in visibilio i Chaiers du cinéma. Da un lato, ha dimostrato che Leos Carax non è stata una meteora del cinema francese; dall’altro, ha rivelato quali potenzialità possa ancora avere il cinema, se trattato come materia malleabile e autoriflettente. “Holy motors” è un film lucido e ludico, che con la levità di un sogno strambo svela la verità nella finzione, e la finzione della vita quotidiana.

Tre i film americani presenti in top ten: “Django Unchained” di Tarantino, “The master” di P.T. Anderson, “Killer Joe” di W. Friedkin (film del 2011).

django_unchained_ver8_xlgDjango Unchained” è il film più bello e importante di Tarantino dai tempi di “Pulp fiction”: quello in cui l’etica facile e di facile presa di un regista di immenso talento figurativo si fa, forse per la prima volta, adulta e sconvolgente. Più che in “Bastardi senza gloria”, che in fondo era poco più di un brillante divertissement, è con il suo Django (il suo film più “classico”) che Tarantino affronta davvero la Storia. E non potrebbe essere più sonoro lo schiaffo agli Stati Uniti, colpiti nell’orgoglio – di nazione che si fregia della bandiera della libertà – per tramite di un tedesco (Waltz, nella sua interpretazione a oggi più memorabile). E Django è un irresistibile motore di emozioni, che culmina in un crescendo disarmante.

The master”, giudicato da alcuni imperfetto, è un complesso scavo dietro le apparenze dei rapporti di forza che si creano tra esseri umani, e dentro i rapporti di dipendenza, dominio e sudditanza psicologica. Temi cari al suo autore. Non ha la potenza di un capolavoro come “There will be blood” (“Il petroliere”), ma è l’appassionato approfondimento di un discorso, sempre più ricco di sfumature. E si avvale di due mostruose interpretazioni di J. Phoenix e P.S. Hoffmann.

Che io consideri “Killer Joe” un capolavoro sorprende me per primo, ma quello raggiunto dall’ormai non più giovane Friedkin è un risultato magistrale: riproporre nel XXI secolo l’abc del noir, affogandolo in un semi-remake di “La fiamma del peccato”, seguendo gli stilemi dei Coen sino all’eccesso, attingendo a piene mani dal postmodernismo, spaventandoci (davvero) con un abisso di abominio, e al contempo prendendosi gioco dei personaggi in un tripudio di grottesco, sono veri tocchi da maestro. Inoltre, “Killer Joe” sarà ricordato per aver dato una seconda vita attoriale a Matthew McConaughey, rivelandone il talento.

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Difficile disconoscere l’importanza di “No – i giorni dell’arcobaleno”, di uno dei maggiori talenti emergenti della cinematografia mondiale, il cileno Pablo Larraín. Conclude una trilogia con la quale non tanto ri-pensa al passato, e al regime di Pinochet, quanto ci costringe a fare i conti con il presente, e con verità scomodissime. Quanto sono contigui male e bene, quanto scivolano l’uno nell’altro, facendosi indistinguibili. Quanto è misera la libertà della democrazia, e quanto è subdolo il potere. La pubblicità, i suoi canoni, messi a nudo come strumento di stordimento e rincoglionimento. E’ dunque questa la libertà per cui tanti sono morti? Un film che penetra sotto pelle, per non lasciarti più.

Infine, un altro film francese. Per “Main dans la main” di Valerie Donzelli, celebrata autrice de “La guerra è dichiarata”, mi sono spellato le mani al festival di Roma 2012. Vorrei e dovrei rivederlo, ma l’impressione è stata quella di essere incappato in una perla.

***

Questi, per me, sono gli otto film migliori della scorsa annata. Siccome però qui si vuol giocare e occorre una top ten, sceglierò altri due titoli, fra grandi film inter pares con altri cui riserverò una prossima puntata di questo mio bilancio. Il motivo per cui li menziono è che si tratta di due opere, raffinatissime sotto il profilo estetico, che hanno goduto di scarsa visibilità. “Spring breakers” e “Confessions”.

imagesCASNFPOLConfessions”, del giapponese Nakashima, è un film del 2010. Se la distribuzione italiana non merita neppure un velo pietoso, merita di essere segnalato invece il valore della messa in scena di quello che non si tarda a riconoscere come un autore di grande talento cinematografico. Una regia estremamente studiata, elaborata, inventiva. Tutto in “Confessions” è godimento per gli occhi: dai ralenti al montaggio, dall’attenzione per il dettaglio ai posizionamenti della mdp. Tutto sembra significare qualcosa. Alludere. Sì: gli orientali hanno assolutamente qualche problema con il tema della vendetta. Nakashima pecca forse di ridondanza estetica, eppure mi è sembrato riuscisse a far emergere in modo non banale la banalità del male, incidendo in profondità sotto la superficie.

Spring breakers” di Harmony Korine flirta con il fascino del male. Sarebbe anche trascurabile l’ennesimo film centrato sull’attrazione che il male esercita sui giovani, soprattutto se lo si considerasse poco più di una provocazione portata all’eccesso, dove alcune adolescenti disinibite in libera uscita iniziano con una rapina e finiscono peggio. Eppure il terrore della vacuità dell’esistenza, della finzione sociale, delle regole adulte, non erano ancora stati descritti in questo modo agghiacciante e struggente al tempo stesso. E il nichilismo pervasivo, l’imputridimento del “sogno americano”, il cupio dissolvi, l’ipocrisia dominante, non erano ancora stati resi al cinema con tanta raffinatezza. Korine sembra parlare lo stesso linguaggio di Tarantino, ma il suo postmodernismo è di tutt’altro genere: ambiguo e discutibile per la contiguità con l’estetica mainstream, si rivela immediatamente un moralista che si prende parecchio sul serio.

phoenix

Joaquin Phoenix, migliore interpretazione dell’anno per “The master”.

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