Pillole di cinema

“Only lovers left alive”: del vampirismo della poesia

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Solo_gli_amanti_sopravvivono

Siamo gli artisti; siamo i poeti. Tramandiamo l’eredità della civiltà e delle arti. Siamo i vampiri.
Viviamo di notte e la malinconia ci attanaglia. Mentre il giorno gli umani (gli zombie) sopravvivono alla loro stessa morte (la vita), noi siamo sempre meno, sempre più nascosti. A rischio di estinzione.
Ma, per quanto pochi, siamo eterni. E tuttavia non potremmo sopravvivere senza sangue. Modernità e politicamente corretto ci hanno suggerito, per non dar nell’occhio, di ricorrere a riserve di sangue d’ospedale, ma messi alle strette, occorre tornare a succhiare sangue vivo: e allora scegliamo di prendere quello innocente di chi sembra amarsi di puro amore. Affinché a trasformarsi a loro volta in vampiri siano degli esseri puri come noi. Degli amanti. Affinché solo gli amanti sopravvivano. (Noi, noi non siamo davvero innocenti: siamo vampiri: per vivere le nostre notti popolate di sogni, abbiamo avuto da sempre bisogno di succhiare il sangue a chi vive di giorno).

Jarmusch tratteggia un lento, memorabile, inedito ritratto dell’ideale romantico del vampiro. Memorabile quanto più inedito in tempi di gran lustro commerciale di vampiri romantici ma di plastica.
Quelli di Jarmusch non sono di plastica ma di carne: bevono sangue vero. Per sentirsi loro complici e amici occorre avere un temperamento poetico in un mondo sempre più prosaico. E questa è la (dolcissima) dannazione che condividiamo con loro, almeno per la durata del film …altro che la condanna all’eternità!

Memorabile colonna sonora, equamente ripartita tra SQÜRL e Jozef Van Wissem, e tra i blues notturni di Detroit e i ritmi orientaleggianti di Tangeri.

Voto: 8

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NEBRASKA: briciole di sogno americano

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NebraskaIl sogno pervicace di Woody è ciò che distingue, lui e il figlio, dalla mediocre claustrofobia di una provincia piatta, piattissima, e bianco e nera.
Un racconto, quello del minimalista Payne, affezionato a un cinema agrodolce lontano dalle luci della ribalta, che ricorda in molti tratti (personaggi, situazioni e registro narrativo) la prosa di Raymond Carver. Salvo nel finale, aperto a quel sogno irredento di Woody, contraltare di uno squallore che poi non è tanto esclusivamente “provinciale”, ma ci riguarda un po’ tutti.
Quanti saprebbero veramente come impiegarlo, quel benedetto milione? Quanti hanno sogni che possono essere realizzati facilmente con un milione?
La felicità non si compra con il denaro (luogo comune): e la popolazione umana di “Nebraska”, che in fondo è tanto universale, pur attratta dal miraggio di quei soldi non saprebbe cosa farsene, per superare la propria infelicità.
Woody, invece, almeno, vuole fuggire.
E se anche non può più guidare, vuole ancora un furgone.
Lui ha ancora SOGNI.
Questo è importante. E il figlio lo sa.
Il milione (anche se Woody per primo non lo sa) è solo un pretesto. Per continuare a sognare. Una ragione per credere. A reason to believe.

Voto: 7,5

IL CAPITALE UMANO, ovvero: della grettezza in cui è sprofondata una civiltà

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VIRZI'Virzì firma il suo film più maturo, grazie a un libero adattamento di un romanzo statunitense di S. Amidon. Felice intuizione quella di affidare il progressivo disvelamento dell’intreccio all’approfondimento di alcuni diversi caratteri (più che dei rispettivi punti di vista): di capitolo in capitolo, passando da Dino a Carla fino a Serena, scopriamo i retroscena che fanno mano a mano meglio luce sui personaggi, e quindi sul contesto.
Partendo giustamente in chiave grottesca e caricaturale, per poi passare a toni drammatici – e quindi affondando sempre più in un registro, quello del noir, piuttosto inusuale fra l’altro in Italia – Virzì si supera, grazie a una sceneggiatura magistrale soprattutto nel disegno dei personaggi e nella ben oliata calibratura dei meccanismi del racconto.
Quello che rimane del film è un desolante affresco “in absentia” degli ideali (affettivi, culturali, politici) cui l’avidità ci ha fatto abdicare. Un barlume di pallida speranza senza più lacrime viene invece affidato ai giovani che ancora non si rassegnano al contesto in cui si trovano invischiati. Con la loro residua ingenua purezza, come nell’ultimo Bertolucci, quei due ragazzi sembrano alla fine rappresentare l’ultima, utopica, Thule di una civiltà sprofondata nella propria ignorante e triste grettezza.

Nota a margine. L’ultima inquadratura (foto di sopra) non è forse un omaggio all’ultima inquadratura del film “L’enfant” dei fratelli Dardenne?… 😉

Voto: 7,5

VENUS IN FURS: la summa di Polanski.

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venereinpelliccia1Grazie alla bravura della moglie Emmanuelle Seigner, e di uno dei migliori attori francesi, Mathieu Amalric, inquietante sosia di Polanski stesso com’era una trentina d’anni fa, Roman Polanski arriva a 80 anni a girare, tutto raccolto dentro un’unica location, una pellicola che è la summa del suo cinema, e può intendersi, se vogliamo, come il suo capolavoro definitivo.
Mettendosi in gioco personalmente come uomo, entro i limiti distanzianti del grottesco, e a rischio di essere tacciato di misoginia per il modo in cui umilia il maschio (Ferreri docet) e al contempo eleva la donna a sovrumana portatrice di verità e di sciagura (Vanda è una biblica Lilith), Polanski spreme la quintessenza della propria poetica, adattando la pièce teatrale omonima di David Ives, a sua volta ispirata a un omonimo testo di letteratura erotica dell’ottocento di Leopold von Sacher-Masoch.
E’ evidente che “Venere in pelliccia” è Polanski a 18 carati, e al suo meglio. Non sappiamo quanto sia merito di Ives, ma è sopraffino come i piani scivolino fluidamente uno nell’altro, tesi e antitesi, realtà e finzione, persona e personaggio, accusa e apologia, in un trionfo di ambiguità che è di suo claustrofobico, prima ancora che lo sia l’ambientazione o l’imposizione a Thomas, da parte di Vanda, a restare chiusi dentro il teatro oltre ogni limite d’orario.
E’ la sintesi di Polanski: sono ormai 50 anni che il regista polacco, con i suoi claustrofobici film, sin da “Il coltello nell’acqua” del 1962, prova a esorcizzare con registri diversi un’identica profonda paura. Una paura che sembra rivolta, più di tutto, nel suo cuore, a ciò che è polimorfo, cangiante e inafferrabile, come la natura femminile è e sempre sarà agli occhi dell’uomo.

Voto: 8,5

STILL LIFE di Uberto Pasolini

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still_life_eddie_marsan-1-620x350Quasi punto d’incontro ben temprato fra Kaurismaki e Bresson.
Molte le reminiscenze di Kaurismaki, celate dietro una messa in scena egualmente asettica ma leggermente meno algida e surreale. 
E le vite raccolte da John May attorno al suo ultimo caso, appartengono alla stessa tipologia di umanità cara al regista finlandese.
Bresson, poi – soprattutto – come nume tutelare: non solo semplicemente per l’adesione ad una certa estetica dell’asciuttezza, ma più che altro per la visione, spietata e accorata, di un mondo popolato da uomini abissalmente soli.

L’originalità di questo gran film di Uberto Pasolini sta nella dolce ferocia con la quale non perdona al suo personaggio di non aver saputo vivere, e lo condanna a un fato che raramente è così esatto e così preciso.
Il ritratto, davvero universale, che U. Pasolini fa dell’uomo, è quello di un essere non malvagio quanto moralmente misero: alla solitudine ci condanna non il male che abbiamo fatto, ma l’incapacità di accorgerci per tempo dei nostri errori, e di dedicare il nostro tempo a provare a porvi rimedio. Prima di essere tutti uguali.

Giudizio: 8

LA GRANDE BELLEZZA. Meriti e limiti dell’ultimo Sorrentino.

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Ho rivisto “La grande bellezza”. Me lo sono gustato. Terminata la visione, confermo le riserve della prima ora.

La promessa italiana per gli Oscar 2014 è sì diretto da dio, ha sì delle sequenze memorabili (soprattutto, aforismi memorabili). Ma, sinceramente, lo stile di Sorrentino arriva quasi a stuccare, nella sua maniera, per quanto si compiace di sé, sin dalla prima sequenza: con quelle avvolgenti carrellate, quelle prospettive alterate, quei movimenti di macchina con cui ti rapisce, dentro il quadro, incessantemente, quasi meccanicamente. Nell’ipnotica rapsodia di questo film, c’è ritmo e sapienza: e se alcune figure o episodi sono probabilmente troppo caricati, molti sono memorabili. Il limite del film non sta dunque nell’apparente inconcludenza del suo esser rapsodico. Anche “La dolce vita”, dichiarato riferimento e termine di paragone, era rapsodico. E non vorrei incorrere nell’equivoco per cui, secondo un severo Pasolini, l’affresco di Fellini non era un capolavoro, ma ne “La dolce vita” vi sarebbero stati piuttosto solamente “frammenti di capolavoro”.

Il limite del film di Sorrentino, che non mi appare il suo capolavoro, sta piuttosto nell’attenersi a un personaggio centrale mediocre, oltre che immobile, cui l’autore vuole bene come sempre con i suoi protagonisti, ma, stavolta, molto più bene di quanto meriti. Diversamente da quanto faceva Fellini con Marcello, Sorrentino è troppo bonario con il suo Jep Gambardella. Jep non è affatto diverso dalla mediocrità di cui si circonda. Non si salva neanche un po’, è co-responsabile. Non basta la sua graffiante ironia da Oscar Wilde dei giorni nostri. Anzi, tutta la sua consapevolezza, in realtà anziché distinguerlo in meglio, come invece Sorrentino ci fa credere, lo rende semmai più colpevole degli altri. Della propria ignavia, innanzitutto.

La società descritta da Sorrentino non è poi la nostra società, ma una sua sezione solamente. E’ l’élite bobo e radicl chic di una Roma affondata nel suo splendido marciume, da cui Sorrentino è troppo affascinato per accorgersi che questo spaccato sociale non funziona come parte per il tutto. Non rappresenta l’Italia del nostro tempo. “La grande bellezza” va allora circoscritto al ritratto, di squisito espressionismo, di una città Eterna nel suo putrido, ossimorico splendore. Oggi come ieri, e come secoli fa probabilmente. Un ritratto, quindi, non universale, come un capolavoro dovrebbe essere. Per giunta, un ritratto manierato, e a tratti persino indulgente.

“Gloria” di Sebastiàn Lelio

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Un film che appassiona con uno dei ritratti di donna, fatti da un uomo, più veraci e sensibili che si siano mai visti sullo schermo.
Una riflessione sull’avanzare dell’età, sulla strenua determinazione a mantenersi giovane nonostante l’infittirsi di una pesante solitudine. Commuove la perfetta naturalezza con la quale convivono, nell’animo della protagonista (interpretata splendidamente da Paulina García), spirito sbarazzino e adulta maturità.
L’uomo è descritto, per l’ennesima volta al cinema e in modo convincente, come un codardo e un immaturo.
Anche se probabilmente non è film epocale, “Gloria” è un autentico gioiello – prodotto fra gli altri da Pablo Larraín, il più importante e ambizioso regista cileno (autore della trilogia “Tony Manero”, 2008, “Post Mortem”, 2010, e “No – i giorni dell’arcobaleno”, 2012). Merita attenzione la cinematografia, assai vivace, del paese di Neruda, in questi giorni in concorso al Festival di Roma 2013 con “Volantin Cortao”, opera prima di Diego Ayala e Anibal Jofré.

Giudizio: 8