Ultimi Aggiornamenti degli Eventi

“2001: Odissea nello spazio”. Il film dei film.

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Dave-casco-primo-piano-2001Per OndaCinema, ho scritto una “pietra miliare” su quello che per me resta (e probabilmente resterà) il film più bello, importante, significativo sotto ogni punto di vista, che sia mai stato realizzato.

Alla chiave di lettura scelta (sintetizzata nella frase più sotto in corsivo), ho aggiunto un filo conduttore: uno spunto comparativo con l’opera di M.C. Escher che non mi pare fosse stato ancora rilevato (almeno non ho trovato fonti a riguardo, ma sarei lieto di essere smentito).

Pietra miliare dell’arte del XX secolo, l’Odissea di Stanley Kubrick fa sperimentare la sete di comprensione insieme all’impossibilità di superare i limiti della comprensione. Ai continui balzi in avanti si contrappone l’eterno ritorno della figura del cerchio. Un’opera che indaga entro i limiti del finito le possibilità dell’infinito.

Qui il testo, su Ondacinema.

“Leviathan”. Le persecuzioni di Giobbe sulle rive dell’Artico.

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leviathanLeviathan” è il quarto film del regista de “Il ritorno” (leone d’oro a Venezia 2003). Nel frattempo i suoi due altri film, “Banishment” (2007) e “Elena” (2011) – entrambi belli, anche se non capolavori come il film d’esordio – sono rimasti inediti in Italia. “Leviathan” ha ottenuto il premio per la miglior sceneggiatura a Cannes 2014.

Asciugato lo stile sino a un minimalismo estremo, la messa in scena di Zvyagintsev è più asettica che rigorosa. Un registro, quello scelto, che contribuisce a precludere all’opera l’universalità cui ambisce.

Su CineforumWeb la mia recensione di un film che ad alcuni (non molti) è parso un capolavoro, ma che, per me, si è rivelato una piccola delusione.

Voto 6

2 stelle e mezza su cinque

L’inadeguatezza personale nella poetica di Nanni Moretti.

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bianca_Pillola brevissima dedicata a tutti quelli che non riescono a farsi una ragione del fatto che Nanni Moretti non sia ormai definitivamente più il narciso autarchico che bastonava un’Italia alla deriva (e diverse generazioni di giovani, ora non più tanto giovani, alla deriva con essa).
Occorre tenere in considerazione che c’è un tema che fa da filo conduttore nei film di Nanni Moretti, sin dal suo esordio: è la riflessione su una profonda inadeguatezza personale. Non solo sull’inadeguatezza, sullo sbandamento della collettività.

E’ dall’attrito, dal conflitto tra la propria inadeguatezza – a vivere, esser felice, esser diverso e migliore – e l’inadeguatezza di tutti quanti gli altri, con le loro debolezze più o meno manifeste o mascherate (e smascherate dal Moretti regista), che scaturisce la grandezza (tragica) di un film come “Bianca”. In quell’attrito stava lo scacco generazionale, accompagnato dalla lucidità di un acuto osservatore che si mette(va) al centro della scena, criticando sé per primo.
Dove, invece, soprattutto negli anni ’90 come in “Aprile”, Moretti è stato più se stesso e quasi totalmente privo di autocritica, non ha dato i migliori risultati (“Caro Diario” è un’eccezione, che magari ha altri meriti, ma – tolto il grandissimo primo “capitolo” – resta forse un po’ sopravvalutato).

Il monolito di carne. L’incipit di “Eyes Wide Shut”.

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EWS

Come un lampo, in mezzo ai titoli di testa si staglia improvvisa Nicole Kidman che si spoglia di schiena. Abbiamo appena il tempo di spalancare (wide) gli occhi per doverli richiudere (shut) subito, sul nero dello sfondo dei titoli. E’ un amo lanciato …continua a leggere su Cineforum!

“Take me back to reality!”. Lo splendido “Mia madre” di Nanni Moretti.

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Capranichetta_BuyRacconto dell’elaborazione anticipata di un lutto e di un disorientamento esistenziale, “Mia madre” punta a disarmare la finzione, dismettere le maschere, perseguendo tenacemente l’autenticità: della vita come del cinema.

Il film più maturo e armonioso di Nanni Moretti; serio candidato alla Palma d’oro al prossimo festival di Cannes.

Qui la mia recensione, su Ondacinema:

MIA MADRE di Nanni Moretti.

Voto 9.

LO SPAZIO E L’ARCHITETTURA NEL CINEMA DI ANTONIONI.

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ECLISSENel 2006 avevo realizzato, per conto di un’ente privato, questa cosa qui, che mi sono finalmente deciso a tirare fuori da un cassetto e pubblicare su youtube. E’ una sorta di video saggio, un documentario composto interamente di sequenze di film di Michelangelo Antonioni (quelli compresi fra “L’avventura” e “Professione: reporter”), montate fra loro per analogia, allo scopo di analizzare l’innovativo uso dello spazio e degli ambienti nel cinema del maestro di Ferrara, sino ai richiami alla pittura informale nel finale di “Zabriskie Point”. La voce over è la mia, registrata in modo artigianale. Avrebbe dovuto essere reincisa in studio, quindi quella che ora vedrete è una bozza. Peraltro all’epoca non tutti le opere di Antonioni si trovavano in digitale: alcune fonti erano in vhs e ovviamente la qualità video ne risente. Al netto di questi aspetti il lavoro di montaggio e l’analisi condotta ritengo sia ancora valida e meriti di essere finalmente divulgata. Buona visione, se vi va: LO SPAZIO E L’ARCHITETTURA NEL CINEMA DI ANTONIONI.

“La scomparsa di Eleanor Rigby”. Un’operazione cinematografica di valore, che riflette su relatività e libero arbitrio.

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la-scomparsa-di-eleanor-rigbyIl progetto dell’esordiente newyorkese Ned Benson è un film composto di due film, “Lei” e “Lui”, che racconta da due punti di vista diversi le vicende di una coppia che si è separata: è possibile scegliere di vedere per primo il film che si preferisce (è possibile pure vederne uno solo, anche se si perderà il senso e il fascino dell’operazione). La linea cronologica è sovrapposta, ma le vicende narrate sono autonome, e s’intrecciano solo in poche sequenze che vedono i protagonisti contemporaneamente in scena.
Esiste poi un film ulteriore, “Loro”: una selezione di sequenze di “Lei” e “Lui” in montaggio alternato, per una durata ridotta di oltre un terzo, a circa due ore. L’idea di montare e distribuire “Loro” è successiva e non rientra nel progetto originario.

Uscito in Italia direttamente in home video, al nome “La scomparsa di Eleanor Rigby” rispondono quindi due film distinti: il primo è composto da “Lui” e “Lei” congiuntamente, mentre l’altro film è “Loro”. “Lui” e “Lei” compongono a tutti gli effetti un’opera …continua a leggere su Ondacinema.

“Into the woods”. Gli effetti collaterali dei desideri.

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into-the-woods-streepLa trasposizione del musical di Broadway del 1987 per mano di Rob Marshall (Chicago, Nine) è opera modesta e tutt’altro che memorabile, dalla regia pigra e svogliata. i suoi meriti sono ascrivibili principalmente allo script di James Lapine, autore delle liriche anche del musical, oltre a qualche buona interpretazione (prima fra tutte, infallibilmente, quella di Meryl Streep).

La RECENSIONE COMPLETA su Cineforum.

“Vizio di forma” di P.T. Anderson. L’occultamento dei persuasori e l’inherent vice dei sixties.

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Paul Thomas Anderson a partire da “There will be blood” (“Il petroliere”) ha iniziato una rilettura dell’evoluzione degli Stati Uniti secondo una prospettiva in cui paiono centrali i rapporti di potere fondati sulla persuasione e sul dominio psicologico. Gli ultimi tre film fotografano tre tappe successive: “Il petroliere” è il contro-racconto dell’espansione territoriale e capitalista fondata sul mito del self-made man; “The master” si tuffa nei lati oscuri dell’espansione economica degli anni ’50; “Inherent vice” (“Vizio di forma”) punta a svelare il vizio intrinseco della controcultura, all’alba del riflusso (siamo nel 1970), confrontandosi con i segnali della frantumazione dell’ultimo grande sogno americano, quello utopico dei sixties. Il-petroliere-2

Tipici del cinema di Anderson sono alcuni personaggi che esercitano il proprio dominio facendo massiccio ricorso alla retorica verbale (Eli Sunday in “There will be blood”, che richiama il guru interpretato da Tom Cruise in “Magnolia”, sarà replicato a sua volta in “The master” dal Lancaster Dodd di Philip Seymour Hoffman). Un personaggio del genere manca a “Vizio di forma”: nel passaggio da un film all’altro, l’attenzione di Anderson sembra spostarsi progressivamente dai persuasori a coloro che ne sono succubi. Se “Il petroliere” si concentra sulle figure dominanti – in piena luce anche agli occhi della comunità fra loro contesa – in “Vizio di forma” non si vede più chi detiene il potere. Si è come occultato; è diventato occulto (nel frattempo, occorre dire, c’è stato quel passaggio chiave che è l’assassinio di J.F. Kennedy. Una pervasiva paranoia sta mettendo solide radici. Il tema è caro a Pynchon; e, a ben vedere, è presente nel cinema di Anderson sin dai primi film).

Ne “Il petroliere” si scontravano due poteri fondati entrambi su una potente ideologia: il potere del magnate, fondato sulla promessa della prosperità, e quello del prete, basato su promesse spirituali. Due poteri a vocazione totalitaria che mal si tolleravano e non accettavano subordinazione reciproca, pur avendo bisogno l’uno dell’altro.

the-master_top“The master” compiva un complesso scavo dentro i rapporti di forza, dipendenza, dominio e sudditanza psicologica. Quasi in funzione di giuntura fra il film che segue e quello che precede, raccontava il confronto e lo scontro fra un persuasore e il suo destinatario prescelto. Non è un caso se lo stesso attore, Joaquin Phoenix, che interpreta il ruolo del soggetto manipolato in “The master”, è protagonista assoluto in “Vizio di forma”. In “Vizio di forma” manca uno scontro tra due soggetti. Al centro c’è solo Doc Sportello: attorno a lui tutto sfugge. Nell’ultima inquadratura, il suo volto sembra illuminato da uno specchietto retrovisore che attrae il suo sguardo, quasi ipnotizzandolo. Non sappiamo cosa lui veda, ma di certo non la vediamo noi: qualunque cosa lo illumini tallonandolo, rimane occultata. Vizio di forma

“Vizio di forma” mette in scena il sogno hippie trasfigurato in un incubo: la realtà si è fatta labirintica, come nella percezione distorta dalle droghe. Ne è mimesi la struttura stessa del film, inestricabile come nella prosa di Pynchon. I persuasori sono spariti perché chi detiene il potere non ha più bisogno di profeti, è uscito di scena perché ha messo radici ormai solidissime. E’ la droga lo strumento privilegiato di dominio: mezzo di apparente liberazione, è strumento di subordinazione. Viene suggerito, a un certo punto, che lo stesso cartello che controlla il traffico della droga lucri anche sui centri di disintossicazione. La Golden Fang incarna dunque il ciclo di produzione-consumo che si riproduce all’infinito, il capitalismo che ha raggiunto la sua perfezione. Se la rilettura che fa Anderson degli anni ’60 è questa, sembra prossima all’analisi che ne fece in tempo reale Pasolini: non una rottura con il sistema, quale in effetti non fu, ma neanche un tentativo fallito di rottura che avesse avuto possibilità di successo. Piuttosto, un prodotto del sistema capitalistico, che per riprodursi aveva bisogno delle ideologie, dei miti, delle utopie di una generazione che è stata poi mitizzata. Anderson la rappresenta come il falso movimento di una dialettica fallata da un vizio intrinseco.

“Cloro”: il bell’esordio di Lamberto Sanfelice.

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cloro-locandinaIl bell’esordio di Lamberto Sanfelice, presentato di recente con successo al Sundance Film Festival e al Festival di Berlino, è una promettente opera prima.

Accompagnandosi a quello fra sogno e destino, il dualismo acqua/montagna percorre tutto il film.

Un racconto di formazione in cui uno sguardo aderente alla realtà si coniuga felicemente ad alcuni suggestivi momenti espressionisti.

Qui la mia recensione:

CLORO, Lamberto Sanfelice, 2015

E qui la mia intervista con il regista:

Intervista con Lamberto Sanfelice, regista di “Cloro”