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TRASH di Daldry: compromesso improbabile tra denuncia sociale e logica da blockbuster. Nel segno di “The millionaire”
Festival di Roma 2014 – Il film di Daldry ambientato nelle favelas di Rio ha un ritmo impeccabile, e un gran senso della detection. E vanta un azzeccatissimo cast di ragazzini scelti e diretti a meraviglia. Ciononostante, mi dispiace ammetterlo, ma resta un compromesso pasticciato fra logica ed estetica da blockbuster Universal (qual è, di fatto) e aspirazioni di denuncia sociale. C’è un po’ di tutto: da “Gomorra” a “Il codice da Vinci” (!), passando per “City of God”. Ma a pesare come un macigno e adombrare il film, è il suo debito con “The millionaire”.
“The millionaire”, però, in fondo, era più onesto. Un omaggio a Bollywood, una storia d’amore, un riscatto economico. Finiva lì. Daldry vorrebbe invece fare molto più sul serio del suo connazionale Boyle. Ma è in fondo meno onesto nell’immergere il film in un alone di impegno sociale (dall’inizio attendiamo la piccola/grande vittoria morale con la denuncia del politico corrotto). Le tematiche sociali sono affrontate in modo alquanto grossolano.
Il finale di “Trash” si rivela in tutta la sua furbizia. Ma non è solo nel finale che la pellicola scade. I personaggi rimangono bidimensionali (il capo della polizia è troppo cattivo per essere vero). C’è una divisione tra buoni e cattivi tagliata con l’accetta. …E una serie di implausibilità sopra la media: come quando il piccolo eroe in nome della sua intuizione di giustizia accetta di farsi sparare (graziato per compassione), o una bambina aspetta al cimitero da non si sa quanti giorni (sembrava una presenza fantasmatica, anche per come viene presentata), e poi lancia una colonna di marmo come fosse un pezzo di polistirolo. Indifendibile.
Voto 5
CLASS ENEMY, o delle ipocrisie della partecipazione.
“Class Enemy”, esordio del non ancora trentenne sloveno Rok Biček – vincitore della Settimana della Critica a Venezia 2013 – si svolge tutto racchiuso entro le mura di una scuola. Zupan, professore di tedesco dai metodi apparentemente fermi a un’epoca che diremmo pre-‘68, sostituisce una professoressa molto amata dalla sua classe, che si deve assentare per maternità. L’impatto con la classe, abituata a metodi educativi odierni – partecipati, morbidi e finanche lassisti – sarà traumatico. Appena pochi giorni dopo, verrà dato alla classe l’annuncio scioccante del suicidio di una studentessa, che proprio da Zupan aveva subito un severo ammonimento. Zupan rimane imperturbabile: pretende anzi di fare della morte della ragazza un esempio educativo. E si ostina in lezioni in lingua totalmente prive di empatia. In classe cova la rivolta.
Giacché fa di una classe scolastica un metaforico microcosmo sociale, è inevitabile raffrontare la pellicola di Rok Biček con… Continua a leggere…
Giudizio: 7
MEDIANERAS – un’intelligente commedia romantica dall’Argentina
Nell’incipit, in stile documentaristico, si susseguono in veloce montaggio belle inquadrature di brutte architetture, mentre una voce over (che scopriremo appartenere al protagonista Martin) mette in relazione l’isolamento urbano con il caos e il disordine estetico di una megalopoli che ha voltato le spalle al suo fiume. Si tratta di Buenos Aires, ma potremmo riconoscervi una qualsiasi altra metropoli. Martin vive praticamente confinato nel suo monolocale “scatola di scarpe” di 40 metri quadri. E’ un web designer e tramite internet fa tutto, inclusa la spesa. In montaggio alternato alle sue giornate, ci vengono raccontate quelle di Mariana… Continua a leggere…
Voto: 6,5
FROM WHAT IS BEFORE di Lav Diaz. “Io sono una forza del passato”.
La dimensione del mondo contadino, nella quale siamo calati nel film vincitore del Pardo d’Oro a Locarno 2014, è universale. La durata della pellicola (quasi sei ore) contribuisce a un’immersione totale in questa dimensione arcaica, atavica, a-storica. Un mondo che, allo spettatore occidentale, sembra collocarsi fuori dalla Storia comunemente intesa come evoluzione di eventi socio-politici in progressione. Nel mondo di From what is before (titolo internazionale di quest’ultimo lavoro di Lav Diaz), quando la Storia interviene, è per violentare la dimensione atemporale del “barrio”, il villaggio in cui il film si svolge nella sua interezza. E, la Storia, appare sottoforma di un tentacolo della dittatura militare di Marcos: un regime che, all’epoca in cui il film si svolge (primi anni ‘70) si era appena instaurato nelle Filippine. Continua a leggere…
Il Porno-Teo-Kolossal secondo Ferrara. “Pasolini”: un Ferrara irriducibile e meno riconciliato che mai.
C’è chi lo ha trovato ispirato (e vi ha “ritrovato” Ferrara dato in crisi o in caduta libera – ma non per tutti: in Francia ritengono i film dei suoi ultimi anni fra i suoi più belli) e chi un pasticcio quasi ingiudicabile.
Se è un “pasticcio”, è un pasticcio affascinante. Ma squilibrato. Ispirato, ma col singhiozzo.
Di “Pasolini” si ammira prima di tutto l’amore del regista per il suo personaggio: la passione profonda, l’attenzione al dettaglio, e l’amorosa ricostruzione di un contesto. Ci voleva, uno sguardo essenzialmente estraneo (per quanto attento) al contesto politico italiano, per poterlo sognare, Pasolini. Ci sta, un Pasolini-Dafoe che parla inglese, e solo ogni tanto (tranne che, non a caso, nelle ultime scene verso Ostia) spiccica qualche (patetica) frase in italiano (che il doppiaggio appiattirà). Il Pasolini di Ferrara poggia su due colonne: l’intuizione, presa da “Petrolio”, sulla morte della narrativa (e rispecchiata in qualche modo dal magma caotico del film), e, soprattutto, quella splendida intervista in cui non potrebbe essere riassunta meglio la sostanza dell’uomo, dell’artista, del pensatore – la sua impossibile riconciliazione con un mondo stupendo e amatissimo, che vedeva ormai in orrenda rovina.
Il personaggio, insomma, Ferrara l’ha centrato. Ma il film? “Pasolini” è viziato dallo stesso problema delle pellicole più coraggiose (e imperfette) di Ferrara (la maggioranza?). Molto coraggioso nel suo osare, nel suo non voler stare nei limiti di un canone e del già visto, il regista rimane – come è sempre stato – limitato dall’incapacità di disciplinarsi.
Del resto mai Ferrara sarebbe stato Ferrara, se avesse saputo controllarsi. In ciò che lo contraddistingue in positivo risiedono anche i suoi limiti: l’eccesso, l’irriducibilità, l’amore per il paradosso e la provocazione. Proprio per questo i suoi film sono destinati a dividere e a non mettere pace. Un po’ come Pasolini. Dal cui immenso genio, è ovvio, Ferrara resta distante anni luce. Questo suo film sembra limitarsi a non essere molto più che un sentito (sentitissimo), ispirato (a tratti) ma slabbrato e imperfetto “santino”.
Note a margine. Il film vive innegabilmente di alti e bassi. Due fra tutti. L’ultima scena, nella quale Adriana Asti nei panni di Susanna Pasolini piange la morte del figlio, è la più intensa del film. Scamarcio nei panni di Davoli è invece fuori parte in maniera imbarazzante: soprattutto se si ha l’infelice idea di piazzarlo accanto al vero Davoli, che invece fa superbamente se stesso nei panni dell’Epifanio di Porno-Teo-Kolossal.
Giudizio: 6,5
“Si alza il vento”: l’ultimo film di Miyazaki, fra sogno e naturalismo umanista, è un capolavoro.
“Si alza il vento” è ispirato alla biografia di Jirō Horikoshi, l’ingegnere aeronautico creatore del Mitsubishi A6M, prodotto in quasi 11.000 esemplari durante la seconda guerra mondiale. L’aereo che, alla fine del conflitto, fu utilizzato dai kamikaze per schiantarsi contro le navi da guerra statunitensi. Di Horikoshi Miyazaki racconta, poeticizzandoli, passione, tensione, sforzo creativi. Attraverso la figura di un personaggio non facile per la storia nipponica, disegna un monumentale affresco sui sogni e la vita: sulle creazioni che dai sogni prendono vita, e sulla bellezza e l’orrore, eguali creature di un medesimo sogno.
L’ultimo film di Hayao Miyazaki, che si scosta per molti aspetti dal suo cinema, è il suo capolavoro definitivo. Probabilmente …continua a leggere
Apes revolution: il pianeta delle scimmie diventa distopia del presente.
Sceneggiatura e dialoghi di rara intelligenza nel cinema mainstream medio, addirittura miracolosi in un blockbuster di questi sventurati tempi di sequel prequel reboot supereroi titani e fumettini tridimensionali.
Reeves è regista interessante sin dai tempi di Cloverfield, e qui ha il merito non piccolo di non uscire stritolato dalle spire della megaproduzione.
Si difende invece egregiamente, ci mette del suo e firma uno dei più bei film del marchio Planet of the apes.
Il precedente episodio era una semplicistica (e lieta) versione della lotta di classe scatenata dall’acquisizione della coscienza (di classe?). Ora si tratta di una più complessa (e realista) distopia, che racchiude un ritratto non banale delle dinamiche della pace e della guerra, delle ragioni non idealistiche ma concrete di chi supporta la pace, e dell’inevitabile concatenazione casuale di eventi attraverso cui la violenza finisce per imporsi e la guerra a divenire l’unica soluzione anche per chi l’aborrisce.
L’evoluzione del personaggio di Cesare, a questo riguardo, è paradigmatica. Cesare è saggio e “illuminato”: è bene che il potere lo riprenda e lo mantenga lui. E tuttavia, non c’è strada per il potere che non passi attraverso la sopraffazione e in certi casi l’omicidio. Ciò che era un vanto (“scimmia non uccide scimmia!”) dev’essere ora rinnegato.
Il messaggio politico è chiaro, ed è realista (qualcuno dirà pessimista). L’elemento di maggiore raffinatezza raggiunta da questo bel film.
Giudizio: 7
“Only lovers left alive”: del vampirismo della poesia
Siamo gli artisti; siamo i poeti. Tramandiamo l’eredità della civiltà e delle arti. Siamo i vampiri.
Viviamo di notte e la malinconia ci attanaglia. Mentre il giorno gli umani (gli zombie) sopravvivono alla loro stessa morte (la vita), noi siamo sempre meno, sempre più nascosti. A rischio di estinzione.
Ma, per quanto pochi, siamo eterni. E tuttavia non potremmo sopravvivere senza sangue. Modernità e politicamente corretto ci hanno suggerito, per non dar nell’occhio, di ricorrere a riserve di sangue d’ospedale, ma messi alle strette, occorre tornare a succhiare sangue vivo: e allora scegliamo di prendere quello innocente di chi sembra amarsi di puro amore. Affinché a trasformarsi a loro volta in vampiri siano degli esseri puri come noi. Degli amanti. Affinché solo gli amanti sopravvivano. (Noi, noi non siamo davvero innocenti: siamo vampiri: per vivere le nostre notti popolate di sogni, abbiamo avuto da sempre bisogno di succhiare il sangue a chi vive di giorno).
Jarmusch tratteggia un lento, memorabile, inedito ritratto dell’ideale romantico del vampiro. Memorabile quanto più inedito in tempi di gran lustro commerciale di vampiri romantici ma di plastica.
Quelli di Jarmusch non sono di plastica ma di carne: bevono sangue vero. Per sentirsi loro complici e amici occorre avere un temperamento poetico in un mondo sempre più prosaico. E questa è la (dolcissima) dannazione che condividiamo con loro, almeno per la durata del film …altro che la condanna all’eternità!
Memorabile colonna sonora, equamente ripartita tra SQÜRL e Jozef Van Wissem, e tra i blues notturni di Detroit e i ritmi orientaleggianti di Tangeri.
Voto: 8
Il “Meridiano di Sangue”, la FRONTIERA DELL’ORRORE. “El sicario. Room 164” di Rosi; “2666” di Bolaño; “The counselor” di Scott. Etc.
Entrate in questo universo attraverso uno di questi passaggi segreti (quasi come dentro a un film di David Lynch), una delle porte che adesso vi consiglio.
Primo passaggio. “2666” di Roberto Bolaño. Uno di quei libri che segnano un punto e a capo nella storia della narrativa; un libro asperrimo e abbacinante, un’opera incommensurabile dalla quale non si esce uguali a come si è entrati.
Terzo passaggio. Inevitabile, archetipico: la trilogia della frontiera di Cormac McCarthy.
Quarto passaggio. “ZeroZeroZero” di Roberto Saviano.
Quinto passaggio. “The counselor – il procuratore“, di Ridley Scott, su sceneggiatura di McCarthy.
“LEI” (“HER”), ovvero: della persistenza della memoria emotiva, e del bisogno d’amore nel solipsismo dell’era digitale.
“Her” è un capolavoro. Un classico. Italo Calvino avrebbe elogiato questo film. Leggerezza. Rapidità. Esattezza. Visibilità. Molteplicità. Le lezioni americane fatte film.
In “Her” (dialoghi stupendi, regia baciata dalla grazia, interpretazioni magistrali, fotografia fantastica) c’è un equilibrio miracoloso tra profondità e levità. Il bisogno universale di contatto e amore dialoga poeticamente con la tendenza al solipsismo propria dell’era digitale. Continua a leggere…
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