Report

La ricerca dell’identità e la potenza delle storie semplici. Incontro Con Todd Haynes

Postato il Aggiornato il

Haynes_primo_pianoAlla X edizione della festa del cinema di Roma, il pubblico ha avuto l’occasione di partecipare a una masterclass del regista statunitense indipendente Todd Haynes (“Safe“, 1995; “Velvet Goldmine“, 1998; “Lontano dal paradiso“, 2002; “Io non sono qui“, 2007), in occasione della presentazione del suo ultimo film “Carol”, con Cate Blanchett e Rooney Mara.  Ne è emerso un ritratto pieno, ricco e sfaccettato di un autore che non si sottrae al parlare della propria poetica, anzi ama mettersi a nudo, contrariamente a molti colleghi.

Qui una sintesi di un confronto che ha spaziato da Antonioni a Fassbinder, da Douglas Sirk a David Lean. Su OndaCinema.

Annunci

La distanza fra Tsukamoto e Cronenberg, alla luce di Jung (“Tokyo Fist”, 1995).

Postato il Aggiornato il

primo-piano_Tokyo_Fist

La mia “pietra miliare” per OndaCinema, dedicata a “Tokyo Fist” di Shinya Tsukamoto, in cui provo a segnalare fra l’altro le distanze fra la poetica di Tsukamoto e quella del suo doppio canadese, David Cronenberg. E per farlo, chiamo in causa C.G. Jung.

TOKYO FIST di Shinya Tsukamoto.

Di seguito, un passaggio chiave:

“Cronenberg è da sempre pervicacemente nichilista: nei suoi film, i protagonisti tendono all’autodistruzione; il confronto con l’altro da sé (o con il proprio doppio, interiore o esteriore che sia) conduce all’annichilimento. Ciò con poche eccezioni, fra le quali rilevano “Scanners” (dove avviene una fusione simile a quella di “Tetsuo”), ‘A history of violence’, e per complessità tematica soprattutto “A Dangerous method“. Per Cronenberg, non c’è in genere mai una sintesi che dal confronto fra una tesi e la sua antitesi faccia scaturire un equilibrio: al contrario, il desiderio di fondersi con l’alterità in cui ci si specchia rende impossibile la stessa sopravvivenza. Trasposizione fedele del rapporto fra eros e thanatos descritto da Freud, il raggiungimento del massimo piacere in Cronenberg viene continuamente frustrato, in una tensione che, per pacificarsi, si abbandona alla pulsione di morte. I film di Tsukamoto sono impostati invece secondo un classico schema di tesi-antitesi-sintesi: e in questo, il cineasta giapponese è molto più ‘ottimista’ di Cronenberg”.

“2001: Odissea nello spazio”. Il film dei film.

Postato il Aggiornato il

Dave-casco-primo-piano-2001Per OndaCinema, ho scritto una “pietra miliare” su quello che per me resta (e probabilmente resterà) il film più bello, importante, significativo sotto ogni punto di vista, che sia mai stato realizzato.

Alla chiave di lettura scelta (sintetizzata nella frase più sotto in corsivo), ho aggiunto un filo conduttore: uno spunto comparativo con l’opera di M.C. Escher che non mi pare fosse stato ancora rilevato (almeno non ho trovato fonti a riguardo, ma sarei lieto di essere smentito).

Pietra miliare dell’arte del XX secolo, l’Odissea di Stanley Kubrick fa sperimentare la sete di comprensione insieme all’impossibilità di superare i limiti della comprensione. Ai continui balzi in avanti si contrappone l’eterno ritorno della figura del cerchio. Un’opera che indaga entro i limiti del finito le possibilità dell’infinito.

Qui il testo, su Ondacinema.

LO SPAZIO E L’ARCHITETTURA NEL CINEMA DI ANTONIONI.

Postato il Aggiornato il

ECLISSENel 2006 avevo realizzato, per conto di un’ente privato, questa cosa qui, che mi sono finalmente deciso a tirare fuori da un cassetto e pubblicare su youtube. E’ una sorta di video saggio, un documentario composto interamente di sequenze di film di Michelangelo Antonioni (quelli compresi fra “L’avventura” e “Professione: reporter”), montate fra loro per analogia, allo scopo di analizzare l’innovativo uso dello spazio e degli ambienti nel cinema del maestro di Ferrara, sino ai richiami alla pittura informale nel finale di “Zabriskie Point”. La voce over è la mia, registrata in modo artigianale. Avrebbe dovuto essere reincisa in studio, quindi quella che ora vedrete è una bozza. Peraltro all’epoca non tutti le opere di Antonioni si trovavano in digitale: alcune fonti erano in vhs e ovviamente la qualità video ne risente. Al netto di questi aspetti il lavoro di montaggio e l’analisi condotta ritengo sia ancora valida e meriti di essere finalmente divulgata. Buona visione, se vi va: LO SPAZIO E L’ARCHITETTURA NEL CINEMA DI ANTONIONI.

“Cloro”: il bell’esordio di Lamberto Sanfelice.

Postato il Aggiornato il

cloro-locandinaIl bell’esordio di Lamberto Sanfelice, presentato di recente con successo al Sundance Film Festival e al Festival di Berlino, è una promettente opera prima.

Accompagnandosi a quello fra sogno e destino, il dualismo acqua/montagna percorre tutto il film.

Un racconto di formazione in cui uno sguardo aderente alla realtà si coniuga felicemente ad alcuni suggestivi momenti espressionisti.

Qui la mia recensione:

CLORO, Lamberto Sanfelice, 2015

E qui la mia intervista con il regista:

Intervista con Lamberto Sanfelice, regista di “Cloro”

Pillole da Roma 2014 – prima parte.

Postato il Aggiornato il

Time out of mind (O. Moverman) Un film monotono che è un’opera eccezionale, sotto il segno del più squisito minimalismo di Carver e di Hopper. Recensione su OndaCinema. Voto 7,5

Trash (S. Daldry). Vedi pillola. Voto 5.

Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet (J.-P. Jeunet). Jeunet trova la sua dimensione ideale nel racconto di formazione per ragazzi, ricco di invenzioni intelligenti, che affronta temi impegnativi (per un film destinato a un pubblico particolarmente giovane) come la Morte e la sua rimozione. Con una sequenza memorabile: un’elegante e feroce parodia del sistema mediatico. Voto 6,5.

DARUMA DOLLAs the gods will (T. Miike). Uno dei suoi film più belli che mi sia capitato di vedere (una ventina). Geniale, spiazzante, costantemente imprevedibile (e sempre con un’aggiunta di senso). Ogni sequenza un potenziale memorabile cult. Ma c’è di più. Il film ha una complessità di fondo che va ben oltre l’apparente (e irresistibile) divertissement, quanto a dissacrante visione sociale. C’è un equilibrio folle tra crudeltà e ironia in una denuncia che più intransigente non si può su una società che forma i giovani a leggi di insana competizione. E c’è, come sempre in Miike, il ruolo ultimo della fortuna che decide infine se premiare l’odio e/o l’amore. “As the gods will” è (anche) una geniale parodia di “Hunger games”, che dà una pista o due pure a film occidentali appena interessanti, come “Quella casa nel bosco”. Uno dei capolavori del cineasta giapponese. Voto 9

Eden (M. Hansen-Love). Mia Hansen Love ha fatto di meglio. Qui assayaseggia troppo. Il film è prolisso, e nonostante sia girato un gran bene, sa di visto. E’ schiacciato dai giganti del passato, questo cinema che rifà la nouvelle vague ad libitum. La vita come ripetizione, ritmo, coazione a ripetere: attimi promiscui ellittici, fuggenti. Amori precari in vite precarie, vissute intensamente e presto scorse via. …Ma quanto Truffaut, quanto Garrel, quanto Doillon. …Quanto Assayas! Voto 6

Still AliceStill Alice (R. Glatzer, W. Westmoreland). A fronte di una regia al servizio della storia (una regia convenzionale ma con una discreta idea di fondo centrata sulla sfocatura, e alcuni momenti particolarmente efficaci – su tutti la sequenza dei gusti di gelato), “Still Alice” è un grande film, sorretto da un’interpretazione magnifica di J. Moore, al suo meglio per raffinatezza, mimesi, immedesimazione. Al film manca uno sguardo potente, ma è un dramma intimo, asciutto, che sa evitare la retorica: di livello superiore ad analoghe confezioni recenti come “Dallas Buyers Club” (qui, siamo dalle parti di un “Philadelphia”). Voto 7

Soap Opera (Genovesi). Un aborto imbarazzante, una marchetta a Medusa, apre il festival INTERNAZIONALE di Roma. Recensione su OndaCinema. Voto 2