“Si alza il vento”: l’ultimo film di Miyazaki, fra sogno e naturalismo umanista, è un capolavoro.

Si alza il ventoSi alza il vento” è ispirato alla biografia di Jirō Horikoshi, l’ingegnere aeronautico creatore del Mitsubishi A6M, prodotto in quasi 11.000 esemplari durante la seconda guerra mondiale. L’aereo che, alla fine del conflitto, fu utilizzato dai kamikaze per schiantarsi contro le navi da guerra statunitensi. Di Horikoshi Miyazaki racconta, poeticizzandoli, passione, tensione, sforzo creativi. Attraverso la figura di un personaggio non facile per la storia nipponica, disegna un monumentale affresco sui sogni e la vita: sulle creazioni che dai sogni prendono vita, e sulla bellezza e l’orrore, eguali creature di un medesimo sogno.

L’ultimo film di Hayao Miyazaki, che si scosta per molti aspetti dal suo cinema, è il suo capolavoro definitivo. Probabilmente il suo capolavoro assoluto, pur non essendo rappresentativo dello stile che ha reso immortale Miyazaki come maestro della settima arte. Il cinema di Miyazaki è sempre appartenuto al fantastico; “Si alza il vento” invece è naturalista. I personaggi non sono bambini o adolescenti ma adulti. Il protagonista è un giovane uomo, non un’intrepida ragazza.

Se questa pellicola, tratta da un manga dello stesso Miyazaki, è fedele alla biografia di un personaggio realmente esistito, è ad ogni modo fortemente liricizzata. Di modo che la vita di Jirō Horikoshi diventa termine di paragone di quella di Miyazaki stesso, in uno slancio autobiografico che sembra catturare il senso della propria vita nella passione e nello slancio creativo. Ma va anche oltre. Se Miyazaki è un artista – un disegnatore, un regista cinematografico – il suo volersi specchiare nel creatore di un caccia militare, in parte corresponsabile degli immani orrori della guerra, rappresenta un atto di coraggio molto forte, che chiede una spiegazione.

Il sogno (e il suo contraltare, l’incubo). Un film molto realista si apre e si chiude all’insegna del sogno. E alla fine del percorso, Miyazaki sembra averci detto che non c’è bruciante passione cui non si accompagni, per contrappasso, un prezzo durissimo. L’uomo – si sa – è capace della più alta poesia come del male più inimmaginabile. Miyazaki illustra come il tenace perseguimento dei propri sogni costituisca la massima realizzazione personale per un essere umano. Ma instaurando un parallelo fra il processo di creazione artistica e quella di creazione ingegneristica (in entrambi i casi realizzazione di sogni), ci mostra poi subito come i sogni possano entrare in rotta di collisione con la morale, e, altrettanto drammaticamente, con gli affetti più cari. Quando Jirō si sposa, costringe la moglie malata di tisi a convivere con lui in un ambiente non salubre. Forse c’è davvero in questo gesto – come gli viene rimproverato – dell’egoismo. Chi dedica totalmente se stesso a un sogno, finirà in qualche modo per pagarne un prezzo altissimo. E il prezzo della nostra ambizione, spesso, lo pagano anche i nostri cari.

Il coraggio con il quale Miyazaki, in questo suo film-testamento, si mette totalmente a nudo come artista (forse anche come uomo), sembra scaturire dal desiderio di raccontare il destino comune a quanti, negli ambiti più disparati (più spesso scienziati che artisti), si son trovati a fare i conti con i due volti complementari del progresso umano. I grandi sognatori, i geni come Leonardo o come Einstein o Fermi, guidati dal demone delle proprie passioni, hanno proseguito ad agire anche laddove accorti che il loro genio avrebbe servito i sovrani della guerra, e avrebbe portato morte e distruzione.

Che il padre di Miyazaki costruisse componenti del Mitsubishi A6M di Jirō Horikoshi è aspetto fortemente autobiografico del film (così come la circostanza che la propria madre, come la moglie di Jirō, era malata di tisi). Miyazaki racconta dunque la generazione del proprio padre, scegliendo di affrontare direttamente la grande tragedia del Giappone del XX secolo: il solo Paese al mondo sulle cui metropoli sia stata scagliata l’arma più distruttiva mai concepita. A questa immane tragedia, che riecheggia e riverbererà a lungo nella produzione culturale nipponica, Miyazaki ha già alluso altrove (al termine de “La principessa Mononoke”). Ma non ha mai avuto – nemmeno ora – la volontà di mettere in scena la bomba atomica. Possibile soltanto sfiorarla, alludendovi: il Giappone – vien detto nell’onirica scena conclusiva – è stato annientato.

A ben riflettere, non sono solo gli scienziati nucleari, corresponsabili dell’atomica. Per essere lanciata la bomba ha bisogno di un mezzo di trasporto. L’aereo. Sempre l’aereo. Il manufatto che ha realizzato il sogno per eccellenza, il sogno archetipico dell’Uomo.

Si alza il vento” è un capolavoro soprattutto perché è opera d’arte capace di fare dell’aereo, del volo, il termine di paragone allo stesso tempo della bellezza del sogno e dell’orrore della rovina. In fondo, è il mito di Icaro. E Miyazaki, nel suo positivismo umanista di fondo, sembra d’accordo con Kubrick, nell’interpretare il mito di Icaro in questi termini: “dimentica la cera e le piume, e costruisci ali più solide”. Questa apologia del genio di Jirō Horikoshi sta a dimostrarlo.

D’altra parte, “Si alza il vento” è un capolavoro anche perché, con toni di alta poesia, fa dell’aereo – ossia dell’oggetto capace di concretizzare il massimo sogno dell’Uomo, che al contempo è strumento di morte e distruzione – simbolo quasi di un peccato originale, cui non c’è scampo. O di una sorta di tragica maledizione divina, degna di un Eschilo.

Stupendo il lirismo con cui Miyazaki accompagna il suo alter ego Jirō attraverso i frequenti momenti onirici in cui la narrazione si libera dai lacci della realtà, per alimentarsi di suggestioni specchio della fervida interiorità del protagonista. Jirō sogna sin da bambino il conte Caproni, ingegnere aeronautico (personaggio anch’esso realmente esistito), che Miyazaki rende idolo di Jirō: nei sogni, Caproni lo accompagna, lo stimola e, infine, gli suggerisce che forse quel grande prato dove s’incontrano, che pare i campi elisi, potrebbe allo stesso modo essere l’inferno.

Altrettanto importanti dei momenti onirici, a far da controcanto alla narrazione, sono tanti brevi flashback mnemonici, così come le frequenti premonizioni (flashforward di devastazioni belliche). A volte la grazia di cui è pregno questo lavoro di Miyazaki, talmente delicata da sfiorare il sublime, arriva a suggerire i moti interiori del suo protagonista/alter ego attraverso semplici attenuazioni del sonoro, che paiono sul punto di aprire un nuovo squarcio onirico o mnemonico, o precognitivo, e invece riconducono semplicemente alla realtà.

E tuttavia il film si chiude nel segno del sogno. Forse quel che Miyazaki vuole dirci, è che se la magia (dei suoi precedenti film) non esiste, esistono pur sempre i sogni, ove trovare conforto. E’ con un sogno che tutto ha avuto inzio, e con un sogno il film ha termine. Mentre scorrono i titoli di coda, vengono in mente le parole di Pasolini alla fine del Decameron: “perché realizzare un’opera, quando è così bello sognarla soltanto?” Miyazaki sembra rispondere che nessun sogno è veramente tale se non s’intreccia alla vita. La vita si alimenta di sogni e nessun sogno è solo un sogno: i dolori che ha causato son lì a testimoniarlo almeno quanto la bellezza cui ha dato vita. Il sogno è pneuma, soffio vitale, vento: e quando il vento si leva, occorre tentare di vivere. Come dice Paul Valery nel verso che Miyazaki ha scelto come proprio epitaffio.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...