SHAME

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Shame” costituisce, insieme al precedente “Hunger“, una coppia di film incentrati sul corpo. Là dove “Hunger” era la rappresentazione di un uomo in grado di dominare un istinto primario come la fame, dotato di una forza di volontà impressionante, capace di trascendere il corpo sino all’estremo, “Shame” è la messa in scena deliberata di un uomo viceversa dominato da un istinto, e la cui debolezza di volontà è specchio della sua incapacità di controllo sul proprio corpo.

Shame” mi appare il film che meglio e più a fondo affronta un tema chiave, antropologicamente, per la società urbanizzata post-industriale del XXI secolo. La pulsione alla solitudine. La dipendenza dal sesso di Brandon può anche essere una patologia particolare, che in questo senso non può assurgere a condizione generale. D’altra parte, però, la patologia di Brandon non appare altro che l’estremizzazione di una condizione nella quale, potenzialmente, tutti possiamo avvertire il rischio di rinchiuderci.
Brandon è anzitutto un individuo solo: che, nella frenesia, non avverte la solitudine, bensì il bisogno di isolarsi. Il film insiste molto sulla sua deliberata solitudine domestica. La sua dimensione ideale è quella di un rifugio dalla presenza dell’altro. Il contatto del mondo è filtrato: dalla segreteria telefonica per non rispondere, dallo schermo di un pc per vedere, senza essere visti.
La sessualità è pulsione primaria che non solo continua a venire avvertita anche dalla condizione di monade cui Brandon tende: la sessualità è anche esibita, favorita e diffusa nella società contemporanea, secondo opportunità sempre più facili di fruizione apersonale e consumistica. Modalità che evidentemente ben si accompagnano all’esigenza fondamentale di solitudine.
Se questo è il panorama cui il ritratto di Brandon apre lo sguardo, il suo malessere è collegato non all’insoddisfazione sentimentale (che è tiepidissima in lui, quasi inesistente), quanto all’impossibilità di essere realmente solo. Coltivare la propria ossessione in completa solitudine non è possibile: il capo scopre il contenuto del suo hard disk (onta!), ma, soprattutto, c’è la sorella, a rappresentare a Brandon l’esistenza dell’altro nella propria vita. Un altro che – è l’elemento scatenante della crisi – ci conosce, è l’unico a conoscere i nostri limiti e vizi, e ci vuole bene, e ha bisogno di cura e affetto: e per questo destabilizza dal profondo l’impenetrabilità che abbiamo scelto, la corazza che abbiamo indossata.

E’ così che Brandon, scoperto dalla sorella a masturbarsi, prova un livello insopportabile di onta, e decide di rimettere in discussione il proprio approccio esclusivamente consumistico al sesso, e prova a dare una possibilità a una donna. Lo tradisce la propria fragilità psichica: un coinvolgimento sia pur minimo, ed è impotente.
Da quel momento quanto vediamo accadergli è conseguenza di una frustrazione tremenda: si autopunisce, va fino in fondo in quella che percepisce come abiezione, in un disperato tentativo di catarsi. La sorte è severa: proprio mentre consumava una notte particolarmente scellerata, la sorella, con il suo gesto, lo mette di fronte a un senso di impotenza e di inettitudine alla vita affettiva ancora più forti.

Il finale è aperto: cosa farà Brandon? Il quasi deja-vu della donna sposata in metropolitana, il gioco di sguardi con lei, lo mettono di fronte alla possibilità di una scelta immediata, simbolica. Alzarsi e seguirla, oppure restare seduto: potrebbe essere un piccolo passo per uscire dal loop. Ma McQueen ha esaurito quanto voleva dirci, e lascia finalmente libero il suo personaggio.

Lo stile di McQueen, con la sua potenza visiva, è capace di coinvolgere in maniera straordinaria stando addosso al personaggio (e avvalendosi di un’immedesimazione mimetica, epidermica, da parte di Fassbender).
Il racconto è lento, minimale. “Shame” è la dimostrazione di quanto sia importante il minimalismo e di quanto possa essere potente. Da questo punto di vista, è il crocevia tra le lezioni del minimalismo di un Carver, o di uno Houellebeq, e lo stile cinematografico di Bresson, cui tanto deve, a partire dall’attenzione per la fenomenolgia dei gesti e del corpo.

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