“SACRO GRA”. IL NUOVO CINEMA DEL REALE

Il motivo per cui il leone d’oro a “Sacro Gra” è significativo è perché per la prima volta in uno dei festival più importanti viene premiato questo tipo di cinema del reale, che quest’anno ha avuto forse una sua vetta nel documentario “The act of killing”. E’ un cinema che ci costringe a interrogarci sul rapporto tra finzione e autenticità. Non c’è dubbio che i confini fra fiction e autenticità rimangono in piedi: il punto è che si fanno meticci, ibridi. Anche solo accostarsi, in questo caso, al concetto di documentario, è fuorviante; quindi, qui stiamo parlando pur sempre di finzione (c’è un progetto autoriale che non si limita a documentare o dimostrare qualcosa, ma si svolge entro i canoni di una poetica, con una scelta estetica estremamente rigorosa). Dunque di finzione si tratta, secondo me: anche se di una “finzione del reale”, dove fiorisce un’estrema contaminazione fra messa in scena, improvvisazione, e pura presa diretta del reale, che rispetto ai canoni del neorealismo o del cinema-verité ci proietta davvero in un altro secolo.

Quello che “Sacro gra” fa venire alla luce è che si sta rapidamente evolvendo (anche grazie alla relativamente nuova leggerezza – proprio fisica – del mezzo digitale) e ritagliando un suo spazio autonomo, un cinema fatto di ibridazione tra messa in scena, improvvisazione e presa diretta del reale, che rilancia, amplificandola (e seducendoci) la sfida su quali siano i limiti sino ai quali può spingersi il cinema, alla ricerca dell’autenticità. Una sfida, e un interrogativo, non nuovi, già avanzati al cinema negli ultimi decenni del secolo scorso, per esempio da Kiarostami (dalla trilogia costituita da “Dov’è la casa del mio amico”, “E la vita continua” e “Sotto gli ulivi”, fino a “Close-up”) e dal Wenders pseudo-“documentarista” meno accademico (“Nick’s movie”, ma anche “Lisbon story”, e sarebbe interessante rivedere in quest’ottica pure “Pina”). Gli esempi, in questo secolo, si fanno innumerevoli: mi viene in mente, in Francia, Philibert (autore di un capolavoro come “Essere e avere”, 2002). In Italia si potrebbero mettere dentro anche tantissimi esordienti o semi-tali come Pietro Marcello (“La bocca del lupo”, 2009), Michelangelo Frammartino (“Le quattro volte”, 2010), Salvatore Mereu. Sempre in questo filone collocherei l’opera prima di Giorgio Diritti, “E il vento fa il suo giro”, 2005. Persino i Taviani di “Cesare deve morire” non sono lontani – dove la vertigine della contaminazione fiction-realtà si complica triplicandosi, con l’aggiunta del teatro.

Per di più “Sacro Gra” è un ottimo film, dalla curatissima messa in scena (i posizionamenti della macchina da presa rivelano in Rosi uno sguardo raffinatissimo, da cineasta davvero di razza), che secondo me ha anche un tema di fondo e un filo conduttore: è lo sguardo sul solitamente invisibile, sul periferico – che pure ci circonda …come un anello. Come il gra circonda Roma. La collocazione della macchina da presa da parte del regista, che frequentemente adotta prospettive e punti di vista inusuali e fascinosi, è meravigliosamente in assonanza con il tema di fondo, cioè questo sguardo sull’inusuale, catturato in momenti in cui l’ordinarietà sembra quasi trasfigurarsi in straordinarietà.  Questo sguardo ci porta a riflettere sulle esistenze dei singoli, e sulla conduzione delle nostre esistenze, sul loro “senso”. Non è un caso che le due sequenze del cimitero (inframmezzate da una nevicata che è, al contempo, metafisicamente liberatoria e ingorgante nel traffico paralizzato sul raccordo) e quella della madre anziana dell’infermiere del 118 siano poste in prossimità della fine della pellicola, a far luce su tutto.

Voto: 8,5

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