RAN

ran Fa venire letteralmente i brividi, l’impressionante forza visionaria di questo film quando, dopo la prima ora, si scatena la battaglia. Un’ecatombe.
Kurosawa toglie il sonoro e compone una sequenza devastante, in cui le immagini, il susseguirsi dei quadri, uno più “bello” dell’altro, sono di un’imponente potenza evocativa.
Dopo questa mirabile sequenza, il film prosegue senza mai perdere forza; si susseguono diverse scene madri che si scolpiscono nella memoria (su tutte, i tre momenti in cui vediamo al centro una versione giapponese di lady Macbeth: quando si impone sul marito, quando le viene offerta la testa di volpe, e quando viene infine decapitata).
E’ una lunga, avvolgente spirale verso il precipizio.
Nel finale, una serie di piani procedono dal campo lunghissimo al dettaglio sulla pergamena con il Buddha caduta di mano nel precipizio, per poi tornare al campo lunghissimo, gradualmente. Il senso di abbandono, ineluttabilità, tragedia comunicato da questa sequenza, è potentissimo.
Kurosawa, invece di suggerire semplicemente l’abbandono della dimensione spirituale (la pergamena caduta di mano), suggerisce piuttosto come il conforto dato dal chiudersi nella dimensione spirituale non può evitare la catastrofe.

Se Ran oggi perde qualcosa in termini di impatto superficiale delle immagini, è perché siamo assuefatti a mirabolanti movimenti di macchina, carrellate avvolgenti, effetti speciali che amplificano la partecipazione emotiva, anche se spesso mascherano un vuoto, o non hanno comunque la forza intrinseca di un film come Ran.
Kurosawa è ieratico. I gesti sono composti, la recitazione richiama le tradizioni teatrali giapponesi.

Il film è la messa in scena dell’apocalisse del potere. Libero adattamento del “Re Lear” di Shakespeare nel Giappone lacerato dalle guerre feudali del 1500, è un film che narra della solitudine del potere, del sommo Male dell’avidità fratricida, della cecità di fronte alla luce.
E’ infine la discesa all’inferno (ran = inferno) di un uomo che sconta in vita la pena di vedere affondare in un vortice di male e violenza tutta la magnificenza in cui era avvolto il suo potere. A differenza del re Lear, sono narrati gli orrendi misfatti compiuti in passato da questo sovrano, che non è vittima della sete di potere dei figli, ma ha appunto nel proprio passato la colpa del male che si dispiega di fronte ai suoi occhi.
La “lady Macbeth” non agisce per acquisire il potere, ma per puro desiderio di vendetta – di vedere tutto distrutto, e non di sostituire una tirannia con un’altra.
Il tutto, contrappuntato da un cielo sempre più cupo: la cumulogenesi forma nubi sempre più scure e minacciose, progressivamente a occultare il sole e la luce.

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