PISTOL OPERA, Suzuki Seijun

pistol operaReinventare il cinema, immaginare, in modo decostruttivista e quasi astratto, altre sue possibilità: non è impresa da tutti, specialmente non da un regista in là con gli anni come Suzuki quando ha girato questa sorta di remake di “La farfalla sul mirino”.
La trama è futile e pressoché priva di importanza. Occorre lasciarsi avvincere dalle idee di messa in scena. Certo, l’insistita ieraticità non aiuta lo spettatore occidentale, ma d’altra parte pochi gangster movie yakuza eiga sono così profondamente ascetici come “Pistol opera”.

Un’allegoria dell’esistenza come costrizione alla lotta all’eliminazione dell’altro, avversario per la sopravvivenza entro una gerarchia. Una visione con un codice etico preciso, profondamente giapponese: la libertà è possibile attraverso la morte. (SPOILER ALERT:) Il finale – se non proprio il raggiungimento del nirvana – rappresenta l’uscita dall’eterno ciclo di morte e rinascita. La protagonista afferma con la morte la propria unicità: rivendica il diritto, più che di essere se stessa, di avere se stessa (“Non toccare! Non guardare!”. Suicidio. Quindi, didascalia finale a tutto schermo: “il cadavere appartiene a me”). Ecco la via di fuga dall’esistere.

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