PARANOID PARK, Van Sant

paranoid parkCon “Paranoid Park” Gus Van Sant sintetizza le due anime del suo cinema; anche se non raggiunge l’ineguagliata altezza di “Elephant”, il suo capolavoro, con “Paranoid Park” torna a dilatare i tempi per dar risonanza alle intermittenze interiori di giovani e adolescenti, piegando il linguaggio cinematografico in modo decisamente non convenzionale alle esigenze di un cinema personale come pochi altri nel panorama statunitense.

Con i suoi ralenti, le sue dissolvenze sonore, Van Sant esplora un modo di scrutare il mistero del turbamento adolescenziale davvero delicato, riallacciandosi fatalmente, per il tema e anche per ricerca stilistica, a “I quattrocento colpi”. Il protagonista fa i conti con un mondo di cui non ha assimilato, e non vuole assimilare, le categorie. C’è una pacata inquietudine, passiva e docile, attenta e disattenta, uno scarto rispetto alla realtà: uno scarto che vuole essere trattenuto il più possibile, che non vuole essere colmato. Quello scarto è la misura dell’indipendenza rispetto alla piattezza del vivere adulto, di un conformismo, che si percepisce confusamente ma al quale con chiarezza non si vuole essere assimilati. Si desidera restare trattenuti il più possibile in questa atmosfera rarefatta e sospesa. Si rifiuta di fare i conti con la brutalità (la terribile scena dell’uomo spaccato in due), e si ha ancora il potere di coprire nella propria testa con la musica le parole di una ragazzina indignata.

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