L’AVVENTURA

avventura-2Abbiamo visto un film che ha almeno dieci anni d’anticipo sulla produzione corrente: un’opera paragonabile, per l’intelligenza, l’ambiguità, la raffinatezza, all’ ‘Ulisse’ di Joyce, al ‘Santuario’ di Faulkner, alla ‘Ricerca del tempo perduto’ di Proust. Occorrerebbe una certa distanza per parlare obiettivamente di ‘L’avventura’. A prima vista, non si può che ammirarlo, schiacciati dall’importanza di un’opera che oltrepassa le qualità ordinarie del cinema“.
Così scriveva Paris-Presse dal festival di Cannes del 1960 (lo stesso in cui vinse “La dolce vita” di Fellini), dove “L’avventura” si aggiudicò il Gran premio della giuria.

Un’opera cardine, innovatrice, scardinante, provocatoria, affascinante.
Nello stesso anno in cui Hitchcock fa morire dopo mezz’ora l’eroina di “Psyco“, Antonioni non solo fa sparire la sua protagonista, ma lascia il mistero irrisolto.
Questa è la prima, soltanto la più evidente, novità di un’opera disorientante e rivoluzionaria, sotto ogni profilo – meramente tecnico; drammaturgico; contenutistico – che intercetta i segnali dei tempi (il nuovo ruolo sociale della donna, la precarietà emotiva dell’uomo contemporaneo e della sua identità), li mette in risonanza con lo spazio e l’architettura. E fonde tutto, in modo clamoroso, con l’invenzione di uno stile.

Un mio articolo su “L’avventura” (da filmscoop; poi pubblicato ne “Lo schermo e il taccuino“)

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