LA GRANDE ABBUFFATA

grande abbuffataE’ un film epocale.
Niente di davvero straordinario sotto il profilo stilistico; niente di innovativo, eppure forse davvero il film meriterebbe di stare nell’olimpo dei capolavori assoluti, e non in questa sezione, fra gli “altri capolavori”.
Perché la critica al culto dell’abbondanza (che ogni civiltà pratica nella sua epoca di decadenza) tramite la trovata del suicidio per cibo e il disgusto per ciò che dà gusto (essendo peraltro il cibo uno dei [pochi] piaceri che questi signori mantengono ancora per la vita), sono idee talmente semplici nella loro genialità da appartenere di diritto al novero dei classici.
E in verità sembra di assistere a una provocazione degna di un Petronio, di un Plauto, di un Marziale.

Poi c’è anche una peculiarità che può far amare il film per davvero, e non solo in modo cerebrale. E cioè che Ferreri non prenda le distanze da questi uomini, ma sembri capirli intimamente, e provi per essi una grande pietà.
Ciò turba e confonde (in positivo), consentendo di andare oltre la sgradevolezza. Forse l’ultimo, autentico motivo di grandezza dell’opera.

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