Il settimo continente

untitledHaneke comincia da dove Bresson ha lasciato. L’argent.
Sei anni dopo “L’argent”, ultimo film di Bresson, Haneke inizia la sua opera cinematografica con una maturità impressionante, per quanto estremamente in debito verso lo stile del maestro francese. Minimalismo, frammentazione dei gesti e dei corpi, dettagli stretti su mani e parti del corpo che non siano i volti: così inizia (e in larga parte prosegue) “Il settimo continente”.
E’ un film-manifesto. I capolavori di Haneke di 20 anni più tardi possiedono una sensibilità umana e una profondità di inquietudine più fine, ma sostanzialmente Haneke (che ha iniziato il suo cinema in piena maturità anche anagrafica) non si è mai mosso da qua.
Turbare il pubblico (occidentale, ricco) mettendolo di fronte a gesti inspiegati e inspiegabili, che proprio per la loro assolutezza e indefinibilità si pongono immediatamente come allegorie angosciose del male di vivere, del nichilismo che ci portiamo dentro.
La frammentazione della messa in scena scaturisce forse dalla frammentazione sociale: la società atomizzata, la noia se non il rifiuto dell’altro, del vicino, sono in ultima essenza schifo di noi, noia, nausea della vita per quello che è.
C’è poco altro ed è pericoloso spiegare ciò cui Haneke non intende e non vuole fornire spiegazione alcuna. Perché spiegare sarebbe già rassicurare.
C’è però l’insistenza sui soldi, sull’argent, motore insensato della civilizzazione, la cui distruzione è un tabù (Haneke dichiara che la scena della distruzione dei soldi è stata la più scioccante per il pubblico). Eppure la distruzione dei soldi significa proprio il rifiuto di ciò per cui viviamo e intorno a cui tutto è costruito. Rifiuto di una divinità, dunque.
Poi c’è quell’acquario, claustrofobica metafora ovviamente, la cui distruzione sarà causa di dolore per la bambina: una traccia pre-postuma di spiritualità, di resistenza di qualcos’altro che non sia la materialità, ripetitività, alienazione della vita, e il disgusto che ne è conseguito.
Poi c’è l’autolavaggio. All’interno dell’abitacolo durante il secondo autolavaggio della pellicola, piange la madre/moglie e da lì inzia la fine. L’abitacolo come caustrofobico rifugio da una minaccia esterna, che pure non è altro che nitore e pulizia.
Puliti fuori, abissalmente oscuri dentro: in ciò Haneke denuncia la propria appartenenza alla cultura tedesca. Una civiltà per la quale si dev’essere imbiancati fuori, anche se dentro si è putridi sepolcri. La menzogna, dunque. Del nitore pubblico.
La prima menzogna che ci raccontiamo è che tutto va bene, che la vita così com’è ci piace.
La menzogna sorregge tutto. La bambina mente a scuola. E quella è la prima spia che si accende nel film.
Il settimo continente è il continente che non c’è: è utopia di un altrove impossibile.

Forse è la morte. (Un’interpretazione. Le interpretazioni Haneke non le impedisce).

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