BLADE RUNNER

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“Blade runner” è un noir anni ’40 che è anche il più innovativo film ambientato nel futuro mai concepito (eccezion fatta per “2001: Odissea nello spazio”): R. Scott ne ha parlato come di un “film ambientato fra 40 anni, con lo stile di 40 anni fa”. C’è tanto espressionismo nello stile, specie nell’uso delle luci, quanto poco c’è di fantascientifico (solo macchine volanti, e quasi nessun computer).
“Blade runner” è un noir, e in quanto tale non poteva avere un happy end, ragion per cui è importante considerare la “Director’s cut” (o il “Final cut”) e intendere le fondamentali differenze rispetto alla prima versione licenziata nel 1982 dai produttori.

“Blade runner” ha validi motivi per essere diventato, quasi proverbialmente, la distopia per eccellenza.
“Blade Runner” tematizza, con precocità, i problemi della bioetica. E’ anche (e nelle intenzioni degli sceneggiatori e di Scott soprattutto) una cosciente riflessione su sguardo e controllo (innumerevoli le scene incentrate sull’occhio e sulla raffigurazione: le modalità del test “Voigt-Kampff”; le fotografie come strumento di supporto per una memoria artificiale; gli occhi di Tyrell ingranditi dagli spessi occhiali; gli occhi maneggiati dal cinese nella stanza frigorifera; l’occhio del gufo; gli occhi truccati di Priss; l’uccisione di Tyrell; l’insistenza sul “vedere” da parte di Batty nel celeberrimo monologo finale).
“Blade runner” è l’ennesima versione del mito di Frankenstein, archetipo della cultura occidentale dal decadentismo in poi (presente pressoché ovunque si mostri scetticismo sulle sorti progressive disegnate dal positivismo), coniugato al mito di Edipo (Betty che uccide Tyrell chiamandolo “padre”).

Il protagonista di “Blade runner” non è un eroe classico. Le sue azioni hanno poco di eroico; inizialmente è quasi il villain, che uccide i replicanti. Il suo processo di maturazione è tutto interiore: “Blade runner” è un raro esempio raro di film d’azione introspettivo (ma è un film d’azione?).

La scoperta finale di Deckard aggiunge al film un’importante allusione “esistenziale”, che trascende la dimensione distopica: si è diversi da quello che si crede (si può persino scoprirsi appartenenti alla specie di coloro che ci hanno insegnato a cacciare), e malgrado ogni nostra illusione a riguardo, non siamo artefici del nostro destino.

Infine “Blade runner” ha le favolose musiche di Vangelis, senza le quali il film non avrebbe la stessa espressività che possiede. Una struggente colonna sonora originale, tra le più belle della storia del cinema.

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