“American Sniper”: la modesta umanità di una “leggenda”.

AMERICAN SNIPER

La guerra è materia che implica oggi uno sguardo intimamente diverso in Europa e negli Stati Uniti. Gli Stati Uniti non hanno vissuto la svolta radicale che ha vissuto l’Europa dopo la seconda guerra mondiale, giunta dopo millenni di conflitti ininterrotti al ripudio della guerra e all’esaltazione della pace a valore supremo. Inoltre, per gli Stati Uniti, le guerre (sin da quella fondativa contro la madrepatria, passando attraverso quelle ignobili contro i nativi, per arrivare alle guerre mondiali e agli interventi esteri) sono sempre state accompagnate da una incontrovertibile “ragione morale”. Gli Stati Uniti sono la self-made country della libertà, la terra promessa che si difende da sola dai nemici esterni che ne minacciano i valori fondativi.

Credo sia fondamentale rilevare questa differenza di prospettiva, perché oggi, se è divenuto quasi impossibile immaginare un film seriamente militarista (e non fa eccezione neppure “American sniper”, che non è un film a favore della guerra), rimane però probabile imbattersi in prodotti culturali di degna fattura, come proprio “American Sniper”, radicati in una tradizione squisitamente statunitense, quella dei valori conservatori repubblicani, che noi europei non riusciamo a focalizzare adeguatamente, possedendo filtri ideologici e categorie politiche appartenenti a tradizioni culturali e vicende storiche profondamente diverse. Occorre, quindi, usare somma prudenza a giudicare le implicazioni politiche dell’ultimo film di Eastwood da questa sponda dell’Atlantico.

Ciò detto, la guerra in Iraq del 2003 è storicamente l’esempio meno felice che si possa prendere, di una guerra intrapresa dagli Stati Uniti. E’ storicamente dimostrata l’assenza delle pretestuose armi di distruzione di massa con le quali gli Stati Uniti tentarono di giustificare quell’intervento armato di fronte alla comunità internazionale (un’assenza che era nota anche prima, e sulla cui denuncia Paul Greengrass volle sorreggere un intero film, “Green Zone”). Non è mai stato dimostrato alcun rapporto fra il regime di Saddam Hussein e il terrorismo di matrice islamica che provocò gli attentati del 9/11. La guerra in Iraq rimane infine l’unico caso di intervento armato condotto da un paese occidentale fuori da qualsiasi legittimazione della comunità internazionale. Per questi motivi, l’intervento armato in Iraq rimane, persino più della guerra del Vietnam (la “sporca guerra”), esempio di una guerra infelice, che non andava fatta, e che non solo larga fetta dell’opinione pubblica statunitense, ma la comunità internazionale tutta (con la clamorosa eccezione del Regno Unito) non comprese, non appoggiò, anzi condannò apertamente.

“America Sniper”: la recensione

American-Sniper_matrimonioOccorre incrollabile determinazione e certezza dei propri ideali (in fatto di visione civile) per assumersi il coraggio di firmare l’adattamento cinematografico dell’autobiografia di Chris Kyle, il cecchino del titolo, qualora non se ne intenda fare né l’ennesima, recisa, denuncia della guerra come male assoluto, né la denuncia dell’infausta scelta statunitense di avviare quella specifica offensiva militare nel 2003. “American sniper” di certo non è un film di denuncia, e nemmeno muove dal fervore di condannare la guerra. Gli orrori della guerra li mette in scena, denunciandoli con un buon distacco obiettivo in quanto tali (orrori), ma assumendoli anzitutto come circostanze di fatto – ineliminabili quando non necessarie – in un’operazione filmica che muove anzitutto dal presupposto di raccontare la vita di Chris Kyle. Nel drammatizzare la biografia di una persona realmente esistita, Eastwood riesce a scegliere un punto di vista coerente, a farne un apologo. La morale del film è chiara (ora la tratteremo): però complessivamente è modesta, e piuttosto banale, priva di quello spessore artistico necessario a far sì che un’opera lasci una traccia importante.

Verso l’inizio di “America Sniper” (all’inizio del lungo flashback iniziale in cui viene didascalicamente riassunta la biografia di Chris Kyle sino alla partenza per l’Iraq, che comprende anche una lunga sequenza che pare la versione “normalizzata” della prima metà di “Full metal jacket”), c’è una sequenza destinata a restare emblematica: quella in cui, a tavola, il padre del protagonista bambino gli propone un insegnamento morale, semplice e condivisibile soprattutto se consideriamo a chi è destinato: un bambino che parametri per recepire la complessità del mondo non li ha. L’insegnamento è questo: la gente si divide in agnelli (coloro che non conoscono l’essenza del male, e sono impreparati ad affrontarlo), lupi (i quali sono pronti a profittarsi degli agnelli), e cani pastori. E’ di quest’ultimo tipo, giustamente, l’uomo che il padre vuole educare il figlio a essere (non è lontana la bella parabola evangelica “siate candidi come colombe e astuti come serpenti”). Ritengo sia sbagliato considerare questa morale come riassuntiva della poetica di Eastwood. Almeno dell’ultimo Eastwood. Il regista del quale, da attore, è divenuta leggendaria la definizione (attribuita a Sergio Leone) che avesse “soltanto due espressioni: col sigaro e senza”, invecchiando si è fatto autore di un cinema sempre meno bidimensionale e sempre più ricco di sfumature. Il cinema di Eastwood manicheo lo è, ontologicamente, quintessenzialmente: mai però in modo tanto banale da arrivare a dividere il mondo in buoni e cattivi. Il miglior cinema di Eastwood è manicheo nelle premesse, per problematizzare poi le tensioni e i conflitti nella maturazione dei personaggi. Non mancano figure potentemente negative, che assumono su di sé tutto il disprezzo del regista (ad esempio i familiari del protagonista in “Gran Torino”: in queste debolezze risiede uno dei motivi che non mi hanno consentito di amare profondamente nemmeno i suoi film migliori). Però i personaggi centrali di solito son problematici, sfaccettati, e vivono spesso di una tensione interiore, narrativamente feconda, fra bene e male. Dunque il “sermone” su agnelli, lupi e cani pastori, lungi dall’esser confuso per morale di fondo, va preso per quello che è già nella sua collocazione drammaturgica di “American sniper”. Una premessa.

Gli sviluppi di questa premessa sono tuttavia di una pochezza deludente. Il film non brilla, a partire dalla sceneggiatura: tolto il protagonista, nell’interpretazione oltremodo misurata per quanto sentita che ne dà Bradley Cooper, lo script manca di conferire linfa vitale ai personaggi, che restano abbozzati e si fermano sulla soglia della credibilità: compresa la moglie di Kyle, cui è affidato il ruolo fondamentale della deuteragonista. Ruolo importantissimo in quanto il nocciolo del film sta tutto nella polarità fra vita professionale e vita privata. Le scene chiave, quelle in cui il personaggio di Kyle è Uomo prima che Soldato, sono quelle che si svolgono sul suolo patrio. Le scene belliche sono estenuanti, pressoché prive di tensione drammatica (sia pur ottimamente messe in scena, sono lontanissime dal possedere la vividezza nervosa, la potenza simil-documentaristica raggiunta dalla Bigelow sulla scia di Greengrass; ricordano, piuttosto, la messa in scena di Scott in “Black Hawk Dawn” di oltre 10 anni fa). Quanto alla vita privata del protagonista, “American sniper” è gravato da un pesante senso di déjà vu. Già abbiamo visto, e tante volte, gli effetti della guerra, simili a quelli di una droga, che ti spinge compulsivamente a tornare al fronte (a partire da “Il cacciatore” sino a “The hurt locker”). Il contrasto fra vita privata e professione militare è piuttosto trito: prevedibilmente, il matrimonio di Kyle soffre e sembra compromesso dalla sua lontananza da casa. Qui il film si gioca le sue carte migliori, e perde malamente.

Il motivo? Facilmente riconducibile alla circostanza che il film è “costretto” a rimanere adagiato sulla biografia di un uomo reale. Senza volerne fare l’archetipo di altro se non di una paradossale normalità, “American sniper” sembra porsi l’obiettivo di restituire umanità a un uomo che – appunto – anzitutto è un uomo, prima di essere stato un cecchino particolarmente bravo. La storia che ci viene raccontata è quella della vita, in fondo banale, di un uomo comune, di cui si vuole elogiare la capacità di restare solido e integro (psicologicamente e moralmente) nonostante le terribili circostanze che ha scelto di vivere. Un uomo encomiabile, dunque? …Qui il film rischia seriamente di avvicinarsi a un “santino”. Kyle è un uomo che, pur plagiato dal suo mestiere e dalla sua tremenda abilità, ha da ultimo saputo evitare di farsene schiacciare, ed è riuscito a evitare che la sua vita privata rimanesse compromessa. Questo preme raccontare. Sorprendentemente, dunque, le tensioni potenzialmente esplosive del racconto sono tutte progressivamente pacificate.

“American sniper” finisce per essere (ed è un paradosso) uno dei film meno manichei di Eastwood. Il male penetra dentro Kyle, lo scalfisce ma non lo spezza. Quanto alla moglie, le sue ragioni (antitetiche a quelle della guerra), non ci vengono mai poste, nelle loro effettive conseguenze, per quello che sono e rimangono: una valida alternativa di vita incentrata sul principio femminino (le relazioni umane fondamentali sono quelle private: è sul terreno degli affetti che si misura la riuscita di una vita), anziché sul principio mascolino (la guerra, la conquista, la vanità della realizzazione personale). Il film fallisce nel momento in cui espone questa polarità, archetipica, e poi, invece di problematizzarla, di declinarla in modo originale, di portarla alla massima tensione con sviluppi magari imprevedibili, finisce per ricomporla nel più banale e scontato dei modi, adagiandosi sulla celebrazione della statura umana di un personaggio reale.

Ma siamo poi così sicuri che Kyle sia stato un marito e un padre esemplare? Soprattutto nel contesto di una guerra che non s’aveva da fare, perché nessun nemico c’era all’orizzonte, Kyle, quando finalmente torna definitivamente dal fronte (con il figlio maggiore ormai quasi adolescente) dimostra di aver di fatto mancato di vivere la vita. Ha trascorso oltre mille giorni in un inferno che si è scelto personalmente, scegliendo anche per contrappasso di separarsi per mille giorni dalla propria compagna (che vive da sola le gravidanze e partorisce mentre lui è impegnato in uno scontro a fuoco) e senza vivere che a minimi tratti la crescita dei propri figli.

Il finale della pellicola, costretto più che mai ad essere quello che è dagli eventi casuali della biografia di Chris Kyle, lascia infine di stucco per quanto è scialbo. Quella che potrebbe apparire una retorica asciutta, a me è parsa piuttosto una scelta minimale, spenta e crepuscolare, che chiude un film scotto e stucchevole, miope proprio dove occorrerebbe l’occhio di un falco. Ecco, un falco. Qui Eastwood non è mai davvero falco (né d’altra parte può essere colomba). Finendo così per regalarci un ritratto insipido di un’integrità interiore mai problematizzata, troppo fine a se stessa per assurgere a modello morale. “American sniper” vorrebbe restituire umanità a un uomo considerato un mito: ma l’umanità che gli restituisce è quella di una vita sprecata, tristemente improduttiva di felicità per sé o per altri.

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