2015, 14 film notevoli

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Il 7 e mezzo (il voto, non il gioco a carte) è la mia croce e delizia. Se lo beccano film in ogni caso notevoli: ma di due specie. Grandi film mancati (anche capolavori mancati, a volte), oppure film più che buoni. ‘Notevoli’ appunto. Per i primi il 7,5 è una specie di declassamento; per i secondi, un premio.

In questi 14 film ci sono 7 grandi film mancati e 7 film più che buoni. I più che buoni sono: “La isla minima”, “Cloro”, “She’s funny that way”, “Il racconto dei racconti”, “45 anni”, “Ex machina” e “Babadook”. Gli altri sono: “National Gallery”, “Il ponte delle spie”, “Blackhat”, “The lobster”, “E’ arrivata mia figlia”, “Forza maggiore” e “Louisiana – The other side”. Qui sotto troverete spiegato il perché, in riferimento a ciascuno.

Per gioco li metto in classifica, però mischiati. Eccoli, dalla 35° posizione alla 22° della classifica dell’anno:

35. LA ISLA MINIMA di Alberto Rodriguez

Nella Spagna del 1980, appena (non) uscita dal franchismo, alle foci del Guadalquivir, tra labirintiche paludi, si consuma il confronto tra due investigatori in cui, come in un chiasmo, si incrociano freddezza e calore umano, metodi ortodossi e più disinvolti, aspirazioni democratiche e nostalgie per la dittatura. Un incrocio storico e umano fascinoso, che sconta un eccesso di rimandi al già visto americano (ad es. “True Detective”). Incetta di premi Goya. Faccio un’eccezione alla regola del blog, dove linko solo recensioni mie: quella di Antonio Pettierre su Ondacinema merita una letta.

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34. CLORO di Lamberto Sanfelice.

Un notevole esordio italiano, di cui parlo nella recensione per Ondacinema (vedi link dal titolo; qui invece la mia intervista con il regista).

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33. NATIONAL GALLERY di Frederick Wiseman

…Troppo in basso? Si tratta infatti di un documentario di Wiseman: e i documentari di Wiseman raggiungono sistematicamente l’eccellenza. Forse, rispetto ad altri documentari in cui Wiseman esplora una singola istituzione e ce ne svela vita e funzionamento, questo “National Gallery” è leggermente meno incisivo e più ripetitivo (nelle sue 3 ore di durata). A me ha colpito più di tutto il confronto tra i volti dei dipinti e i volti dei visitatori. Un insistito campo/controcampo fra l’arte e i suoi osservatori immortalati da Wiseman, che è l’aspetto più suggestivo di un film che non offre, per altri versi, altrettanti spunti di grande interesse quanti, ad esempio, “At Berkeley” (4 ore e non sentirle).

NationalGallery2.jpg

32. SHE’S FUNNY THAT WAY (TUTTO PUO’ACCADERE A BROADWAYdi Peter Bogdanovich

Il ritorno dietro la macchina da presa da parte del grande Bogdanovich è un’irresistibile commedia fitta di metatesti, tipicamente postmoderna, ricca di grazia, inventiva, trovate di sceneggiatura e di regia. Un divertimento (da godere assolutamente in lingua originale) di alto livello, che va contestualizzato e preso per quello che è: un divertissement di effervescente vitalità, delizioso e mai lezioso.

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31. IL PONTE DELLE SPIE di Steven Spielberg

Troppo in basso per tutti, lo so. Eppure l’ho apprezzato (e spero che il mio apprezzamento trapeli, nella recensione). Ma questo classicismo luminoso è – come cerco di spiegare nell’ultimo paragrafo – un po’ privo di ombre. Mi è mancato di percepire la forza degli antagonisti, mi è mancato il senso del conflitto. Film di gran classe: ma didascalico, programmatico, prevedibile. Una sceneggiatura oliata, cristallina, che si imprime nella memoria eppure non è memorabile. – Il Grande Cinema DEVE innovare. E il classicismo americano, da sempre e non solo nei suoi epigoni, ha un vizio intrinseco: inibisce lo sguardo dell’autore, che sarebbe il solo capace di innovare, facendo di un film qualcosa di autenticamente Grande.

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30. BLACKHAT di Michael Mann

Al solito grandissima prova di regia di uno dei maggiori cineasti americani viventi. Assolutamente ‘sul pezzo’ dell’attualità, capace di penetrare letteralmente dentro i meandri impalpabili delle nuove tecnologie, sviscerandone le minacce che da evanescenti vengono riportate a forza alla loro dimensione concreta, alla fisicità dello scontro – all’arma bianca, addirittura. Al contrario che nel film di Spielberg, qui è tutto incerto e imprevedibile, sino alla fine: i conflitti ci sono eccome, e sono adrenalinici. Manca, tuttavia, la forza degli antagonisti. E, se mi è permesso, anche un protagonista di spessore. Rispetto ai titoli cardine di Michael Mann, anche i più recenti come lo straordinario “Miami Vice“, questo “Blackhat” ha qualcosa in meno. Ci sono momenti totali, dove pulsa la vita (tutta la sezione di Hong Kong è straordinaria): predomina però il sapore freddo del metallo: device, pallottole o lame che siano.

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29. IL RACCONTO DEI RACCONTI di Matteo Garrone

Il più grande autore italiano della sua generazione si cimenta con coraggio in territori decisamente poco consueti per il cinema italiano. Ne esce fuori un prodotto affascinante da parte di un regista ossessionato dal corpo e dal desiderio. In pochi si sono soffermati sul filo segreto che collega nella visione di Garrone i tre racconti scelti dalla raccolta di Giambattista Basile: la vanagloria e l’amor di sé che prevalica persino l’amore filiale. Manca l’amalgama fra le parti? Garrone non ha voluto ambire all’ennesimo capolavoro: il fatto che “Il racconto dei racconti” sia un’opera che apre in tante direzioni, che tenta tante strade, che accavalla storie e ritmi in modo disorganico, rende l’operazione più meticcia e suggestiva.

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28. THE LOBSTER di Yorgos Lanthimos

Lanthimos, talento di punta della nuova onda greca, autore di un film di culto come “Kynodontas”, per la prima volta alle prese con una produzione internazionale, fa un cinema che ha pochissimi eguali nel panorama mondiale. Rifugge dal realismo per inseguire grandi Allegorie, con uno spirito molto affine a Saramago (devo l’intuizione al mio amico Giuseppe). E le sue sono allegorie assolutamente politiche, ben prima di essere antropologiche. “The lobster” è un film a due facce. Diviso in due parti come si spacca una mela. La prima mostra il totalitarismo (non istituzionale, ma – e questo è il bello – quello sociale, in cui ciascun individuo sceglie consapevolmente di rimettere la propria libertà in mano altrui). La seconda mostra come la rivoluzione diventi a sua volta totalitaria. Niente di nuovo: lo insegna la Storia. Non c’è via di fuga. Di nuovo c’è il modo di esprimersi di Lanthimos, che sceglie di volare alto come Icaro, e si regge in volo maestosamente nella prima parte, per accartocciarsi e rischiare più volte di bruciarsi nella seconda: che è la parte più affascinante, più rischiosa, con molti momenti ancora eccezionali (vedi foto sotto), ma anche un avvitamento progressivo verso un finale, più che allegorico, anacoluto.

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27. QUE HORAS ELA VOLTA? (“E’ arrivata mia figlia”) di Anna Muylaert

Film superlativo anzitutto a livello di messa in scena, clamorosa nel fare di elementi architettonici il principale correlativo oggettivo che separa le due classi sociali – ricchi e poveri – che compongono le società latinoamericane, e che non fatichiamo a immaginare saranno le uniche due classi, molto presto, anche da noi. Ma se il soggetto del film è di importanza capitale (anche per come riesce a penetrare sottilmente dentro a un conflitto generazionale trasversale a quello sociale), a decretarne la grandezza è la maestria registica che con l’uso di mascherini diegetici imprigiona e divide i personaggi dimostrando di saper attualizzare splendidamente la lezione di maestri come Mizoguchi. Peccato che il film si perda un poco in un finale eccessivamente conciliante e consolatorio. 

è arrivata mia figlia

26. 45 ANNI di Andrew Haigh

La grandezza di questo film inglese che è stato un caso cinematografico si regge su due pilastri solidi come rocce: un’interpretazione tra le maggiori di un’attrice immensa come poche altre (viventi e non), e una resa delicatissima della diversa sensibilità maschile e femminile, di fronte al diverso peso affidato a una memoria lontana mezzo secolo, ma intatta e viva come una mummia conservata nel ghiaccio. Non ci sono colpe: è una questione di identità di coppia, sottoposta a sommovimenti tellurici silenziosi (non necessariamente fratture) in grado di mettere a repentaglio il senso di sé, di ciò che si è e di ciò che si è stati. Memorabile, davvero, la scena delle diapositive.

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25. FORZA MAGGIORE di Ruben Östlund

Ancora un film sulla diversa sensibilità maschile e femminile. E l’accostamento con il film di Haigh non è casuale. Ancora un evento dal significato piccolo per l’uomo, immenso per la donna. Lo scarto è ancora più sottile che in “45 anni“, la frattura che si apre più dolorosa, la crisi cui è sottoposta l’identità dell’uomo-maschio ancora più lacerante. Ed Östlund possiede un senso rigorosissimo e calibratissimo della messa in scena, lontano dallo stile sfumato di Haigh. Peccato che il film perda potenza approdando a un inceppamento finale posticcio, che lascia una sensazione di irrisolto.

forza maggiore

24. LOUISIANA – THE OTHER SIDE di Roberto Minervini

Ibrido fecondo fra realtà e finzione: coraggioso, necessario e difficilissimo. Merita applausi a scena aperta il nuovo film di Roberto Minervini, marchigiano d’origine e statunitense d’adozione, che vive a contatto intimo per mesi con il più marginale e invisibile profondo sud degli Stati Uniti. Ne esce fuori un film imperfetto, perché i rischi erano tantissimi, e non tutte le trappole sono superate. Alcuni passaggi ricostruiti e una certa programmaticità: vedi mia recensione su Cineforum (link dal titolo). Si tratta di limiti marginali in un film che è un pugno nello stomaco importante, oggi, quanto l’esordio di Claudio Caligari di 30 anni fa. Semmai, ci fa rimpiangere ancor di più il talento di Caligari, lasciandoci capire quanto fosse stato miliare “Amore tossico“.

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23. EX MACHINA di Alex Garland

Gli esordi alla regia di uno sceneggiatore sono sempre un rischio. Garland se la cava alla grande con un film eccezionale. Mascherato da fantascienza distopica, il valore di “Ex machina” sta tutto nel discorso di genere che sviscera benissimo Pier Maria Bocchi.

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22. BABADOOK di Jennifer Kent

Horror australiano, fitto di rimandi psicanalitici messi splendidamente in immagini e simboli (basti, su tutti, quella frattura sulla parete della cucina…), è non a caso di una regista donna. Jennifer Kent dimostra come sia ancora possibile prendere un soggetto archetipico come il babau e fare un’opera memorabile, destinata a imprimersi con forza nel genere e non solo. Il rapporto tra madre (sola) e bambino, e tutto (o quasi) ciò che esso può contenere, non era ancora stato tradotto così bene in forma di fiaba contemporanea di paura.

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