“Big Eyes”: tra sguardi malinconici di bimbi orfani e una donna incompresa, il cinema di Burton rimane popolato di freaks.

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BIG EYESE alla fine rimangono impressi soprattutto quei grandi occhi tristi, di tanti bimbi troppo a lungo rimasti orfani della propria madre, che non chiedevano altro se non di vedere riconosciuta la propria vera filiazione. Sono loro i “freaks” burtoniani, gli esseri diversi che catturano l’attenzione di tutti, ma che nessuno comprende e per questo sono irrimediabilmente tristi, condannati alla loro incompresa stranezza. Mi è parso evidente l’aggancio alla poetica di Burton in un film che di burtoniano ha obiettivamente poco, e per questo è stato apprezzato meno di quanto meritasse. Da più qualche anno Burton appare un po’ in crisi, desideroso di liberarsi dei propri stereotipi ma incerto sulla strada da prendere (ma “Dark shadows” è un gioiellino sottovalutato). Da apprezzare quindi il tentativo di emanciparsi, il coraggio di innovarsi, pur riconoscendo gli esiti in parte modesti dell’auto-rilancio di un autore che è stato grande altrove.

Ciò detto “Big Eyes” – ispirato a una vicenda reale paradigmatica sotto il profilo sociologico – merita di esser visto: una storia di riscatto, con la quale empatizzare, più particolare di quanto sembra a prima vista. “Riscatto” non solo femminile, non solo di un individuo. A essere riscattata è la verità in quanto tale, la verità dell’arte, quella della finzione. Cioè la sola che non può, non deve restare occultata. Perché è nella finzione dell’arte che si cela l’autenticità. E l’autenticità dei bambini tristi di Margaret Keane è quella di essere figli suoi e della sua malinconia di donna e di madre. Ovviamente quegli occhi, sgranati e senza lacrime, non sono che i suoi. E’ lei la donna diversa, dotata di una sensibilità artistica e afflitta anche per questo da complessi di colpa e di inadeguatezza, preda di incomprensioni: insomma un corpo estraneo nella superficie degli anni ’50, satura di ipocriti cromatismi. Eh no, anche stavolta Burton non si è liberato dei suoi personalissimi “freaks”, specchio profondo del suo intimo.

Voto 6

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