Toby Dammit

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In Toby Dammit una bambina è il demonio: la Ciangottini, immagine di purezza perduta, si è trasformata in una gothic lolita, che starebbe bene in un film di Miike Takashi. Sarà pure in debito verso “Operazione paura” di Bava, ma questo circo del grottesco putrescente che si permette il decadentismo di uno scherzo nichilista è un’opera buffa che gela il sudore sulla schiena, in cui per mezzo di un dandy alcolista Fellini dismette per l’ennesima volta l’effervescenza di Otto e mezzo: ormai, sotto le maschere ci son solo corpi sfatti e in rovina.
E allora via: a bordo di una macchina in folle corsa, lanciati su Lost Highways attraverso labirintici castelli romani, verso territori inesplorati. Fellini libera, nella dimensione del mediometraggio, una creatività imbizzarrita: si protende oltre se stesso, oltre il cinema che aveva fatto, si era fatto e si farà, arrivando a sfiorare atmosfere e suggestioni che solo Lynch farà proprie.

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