14 grandi film

21. CITIZENFOUR di Laura Poitras

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20. KREUZWEG – LE STAZIONI DELLA FEDE di Dietrich Brüggemann

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19. GIOVANI SI DIVENTA di Noah Baumbach

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18. LA LEGGE DEL MERCATO di Stéphane Brizé

ha 2 assi nella manica, uno dei quali è la superba interpretazione di Lindon (premiata a Cannes). Gli altri due assi sono, uno, l’intreccio – che non vale per le implicazioni socio-economiche quanto per quelle morali (siamo dalle parti dei Dardenne, o anche di un diabolico episodio del Decalogo di Kieslowski), e, l’altro, la messa in scena: quasi sempre perpendicolare (Lindon recita quasi sempre di profilo), quando è frontale i personaggi sono schiacciati, insieme ai loro destini.

17. BIRDMAN di Alejandro González Iñárritu

Hollywood ha ringraziato questo make up del supereroe sulle sponde dell’Hudson. il vero motivo di interesse di “Birdman” sta nel suo ritratto/disvelamento delle fragilità della Grande Mela (che ne conferma l’enorme fascino). Il teatro “colto” di Broadway rappresenta l’illusione intellettuale di New York di essere affrancata dalla volgarità da blockbuster essenza dell’american dream al di là delle sponde dell’Hudson. Gli USA detestano i newyorkesi, considerandoli snob e altezzosi, mentre i miti e i sogni degli statunitensi coincidono con quelli che da sempre fabbrica Hollywood. “Birdman” non attacca più di tanto il mito di Hollywood (anzi, come dimostrail finale, lo fa beffardamente trionfare): ma questo non è un limite, anzi rende fertile e stimolante un’operazione beffarda e geniale almeno quanto è ambiziosa nella (senza dubbio strepitosa) messa in scena.

16. YOUTH – LA GIOVINEZZA di Paolo Sorrentino

L’accostamento dei due film non è casuale (si tratta di due gioie per gli occhi, di due prove di regie eccezionali [soprattutto Inarritu] ma autocompiaciute [soprattutto Sorrentino]: per entrambi, questo narcisismo costituisce un limite). ———–

15. NON ESSERE CATTIVO di Claudio Caligari

Ma siamo tutti anche un po’ influenzati dalla sorte sfortunata del suo autore. ————–

14. TURNER di Mike Leigh

Il ritratto di un uomo che cercava l’assoluto nella luce e nella natura indomabile, solitario per vocazione. Un ritratto che non sarebbe completo se privo del fondamentale contrappunto fornito dallo sguardo vigile, anche se apparentemente inconsapevole e ottuso, di un’umile serva. Leigh nobilita straordinariamente questa figura: a lei, non per nulla, dedica l’ultima inquadratura. Come a Mary in “Another Year”. A Leigh sono sempre stati maggiormente a cuore i più umili. E forse è in lei che occorre scorgere la protagonista nascosta di “Turner”, l’elefante africano travolto dalla tempesta di neve, senza il quale non sospetteresti l’esercito di Annibale.

13. INHERENT VICE (“VIZIO DI FORMA”) di P.T. Anderson 

Dopo due capolavori immensi, P.T. Anderson ha fatto un film eccezionale, che conferma le doti e la versatilità eccezionale di quello che è il più grande regista statunitense della sua generazione. Anderson a partire da “There will be blood” (“Il petroliere”) ha iniziato una rilettura dell’evoluzione degli Stati Uniti secondo una prospettiva in cui paiono centrali i rapporti di potere fondati sulla persuasione e sul dominio psicologico. Gli ultimi tre film fotografano tre tappe successive: “Il petroliere” è il contro-racconto dell’espansione territoriale e capitalista fondata sul mito del self-made man; “The master” si tuffa nei lati oscuri dell’espansione economica degli anni ’50; “Inherent vice” punta a svelare il vizio intrinseco della controcultura, all’alba del riflusso (siamo nel 1970), confrontandosi con i segnali della frantumazione dell’ultimo grande sogno americano, quello utopico dei sixties. Qui, un approfondimento sugli ultimi tre lungometraggi di Anderson. 

12. VULCANO – IXCANUL di Jayro Bustamante 

Vulcano – Ixcanul” è un bellissimo film ——————- . Se lo colloco così in alto è anche per premiare un film di una cinematografia “marginale”, di un’area, cinematograficamente parlando, in grande fermento (l’America latina), per premiarne il soggetto, che si concentra sulla marginalità di etnie povere, dimenticate per non dire derelitte; e anche la coraggiosa distribuzione italiana.

11. PER AMOR VOSTRO di Giuseppe M. Gaudino

Anna è donna, donna del Sud, madre. Il personaggio è valso a Valeria Golino il premio per la miglior interpretazione a Venezia. Quella di Per amor vostro, film materico, imbevuto di Napoli, del suo ventre, del suo sottosuolo, è la storia di un’inaspettata redenzione da parte di una madre la cui forza è l’amore felicemente istintivo per i figli. Per amor loro, il suo bisogno di fuga si concretizza in un riscatto civile e morale, che è anzitutto il riscatto della donna sul maschio – che sia fratello, marito o amante. Spesso, non a caso, strozzini. Vedi recensione su Cineforum (link dal titolo).

10. RITORNO ALLA VITA di Wim Wenders

Il film stilisticamente più innovativo dell’anno (anche se il soggetto non è altrettanto clamoroso), è questo secondo esperimento di Wenders con il 3D, dopo il clamoroso documentario “Pina”. Wenders apre il 3D a un dialogo con la dissolvenza, le sovrimpressioni, la fotografia, i riflessi, i riquadri nel quadro, e naturalmente con la profondità di campo. Particolarmente insistito, il ricorso all’uso dello zoom avanti/carrello indietro – come in “Vertigo” – che, in 3D, contribuisce al disorientamento emotivo su cui tutto il film è fondato. A parte l’uso disarticolante ed estremo (e provocatorio) di Godard, questo è il film il cui uso del 3D è il più bello che sia mai stato fatto (in “The Walk” di Zemekis il 3D, che è stato osannato, è semplicemente funzionale).

9. THE WALK di Robert Zemeckis

The walk” è – sin dalla sua strutturazione narrativa e scenografica – un inno al Cinema. Alla sua capacità di farci sognare e di lasciare che i sogni siano immortali. Le persone invecchiano e tutti un giorno moriremo. I miti crollano, come le torri. Ma l’accesso ai miti è eterno. L’ultima scena di “The walk” è memorabile e dice tutto.

8. TIMBUKTU di Abderrahmane Sissako

Sissako è un regista enorme, la messa in scena di “Timbuktu” è pazzesca. La scelta dei campi, dai primi piani ai campi lunghissimi, lascia senza parole. Niente di mai visto, ma davvero da togliersi il cappello. Dopo averlo rivisto, è cresciuto nella mia già alta considerazione. Ed è davvero tanto importante un’opera che oggi ci prova a raccontare un fenomeno complesso come quello lì, che le tragedie più terribili li crea in posti come il Mali, non tanto a Parigi (per quanto grave sia quanto accaduto).

 

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